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Comunico a tutto il mio pubblico ormai numeroso, che ho deciso di prendermi una pausa. Non su questo blog, dove continuerò a scrivere ma con minor frequenza per un po’, ma in senso generale.

Ho bisogno di ricaricare le pile, di riflettere su tutto quello che mi sta accadendo intorno. Questo blog, e la mia esposizione sui social networks, portano inesorabilmente ad avere riflessi anche sulla vita pubblica ora molto più sotto la lente di tante persone che mi guardano, mi osservano e mi giudicano. Non è facile e prendo per vere le parole di due miei carissimi amici, che mi consigliano di tirare il freno a mano se non addirittura di togliere le chiavi dal cruscotto.

Tornare un po’ alla propria realtà, pensare alla famiglia, agli amici e anche a sé stessi è poi tutto sommato riappropriarsi di ciò che è tuo, cioè te stesso.  Ho bisogno di me e non voglio perdermi. Non posso certo dire di non avere persone intorno a me, anzi, ne ho tantissime. Ma proprio perchè siete tanti, non voglio rischiare di dimenticare quelle che mi stanno più vicine. Per questo motivo, rallento. Tolgo il piede dall’acceleratore e mi metto in stand-by ad osservare. Sarò sempre qui, per carità, ma a orari ridotti per un po’, fino a quando non sarò davvero pronto, fino a quando non avrò davvero capito che cosa sarà il domani anche per me.

Farò un viaggio a ritroso nel tempo. Per tutta una serie di ragioni, durante il mio percorso di vita, ho perso molte persone a me care a cominciare dai miei genitori. I miei genitori però mi hanno lasciato una grande eredità sia emotiva che intellettuale che ho bisogno di riconsiderare in nuovi contesti. Ma non solo i genitori ma tutte quelle persone che mi hanno lasciato qualcosa di loro e per quelli che ancora ho qui con me.

Senza passato, non siamo nessuno e io questo passato non voglio dimenticarlo. Alla prossima!

Credo che uno dei problemi della società occidentale sia proprio in questa piccola e apparentemente insignificante parola: felicità. Il 20° secolo ha modificato il significato di “felicità”, confondendolo con quello di “benessere”. La formula della felicità è diventato il benessere sociale ed economico. Avere un bel gruzzolo in banca significa tutt’oggi essere felici, spensierati e con un bel futuro davanti. E così ci siamo messi sotto a lavorare come matti, perché il successo lavorativo e professionale era ed è tutt’ora il modo migliore per conseguire il successo personale e l’arricchimento.

Così si è creato un sistema sociale ed economico che si autoalimenta di benessere e si fonda sul consumo sempre più smisurato e incontrollabile. Tutto si regge sulla ricerca del benessere. Tutto i nostro sistema economico si regge sul consumo. Meno consumiamo e più il sistema entra in crisi. In un sistema poco virtuoso come questo, che prevede prima o poi una implosione naturale, succede che la corsa all’arricchimento diventa sfrenato e incontrollabile. Mai come oggi esistono persone così ricche in termini di denaro e di cose possedute. Persino Warren Buffett ha dovuto ammettere che non ha senso possedere più di 3 case, e qualche milione di euro in banca. Che te ne fai di 10 miliardi di dollari? Quando mai avrai possibilità di spenderli? E così la corsa all’accumulo diventa il surrogato alla felicità. Più possiedi e più diventi felice. Eppure anche Pirandello ci insegna che questa equazione non funziona. Puoi, stare bene, anche in salute, puoi essere molto benestante, puoi toglierti ogni sfizio, esprimere ogni tipo di desiderio, ma non è detto affatto che tu sia felice, anzi.

Esistono persone povere e malate, che sono felici. Quindi la felicità non dipende dal benessere, è ben altro.

Kant scrive:

“Nessuno mi può costringere ad essere felice a suo modo (come cioè egli si immagina il benessere degli altri uomini), ma ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo, in guisa che la sua libertà possa coesistere con la libertà di ogni altro secondo una possibile legge universale (cioè non leda questo diritto degli altri)”

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Viviamo in una realtà in cui la contraddizione non è l’eccezione ma la regola. Noi assistiamo quotidianamente alla simultanea crescita della massima ricchezza e della massima povertà, dell’eccessiva abbondanza e dell’eccessiva miseria, dell’imprevista concordia tra nemici e dell’improvvisa discordia tra amici, della supremazia della globalizzazione mondiale e della rivendicazione di autonomia locale, dei processi di democratizzazione e dei fenomeni di autoritarismo, del dominio universale delle merci e dei consumi e del bisogno individuale di valori e di spiritualità.

Che cosa possiamo fare per sopravvivere a questa realtà schizofrenica? Potremmo imparare a vivere positivamente la nostra quotidianità. Una buona terapia iniziale potrebbe essere quella di cambiare il nostro atteggiamento mentale nei confronti della realtà, per poterci così affrancare gradualmente dai nostri abituali comportamenti.

Se vogliamo sopravvivere a questo mondo schizofrenico, non possiamo continuare, come abbiamo spesso fatto, seppur in modo inconsapevole, ad esprimere pensieri e ad assumere comportamenti che non possono essere convalidati nel nostro vivere quotidiano. Dobbiamo debellare le nostre errate abitudini, superare i nostri attuali limiti.

In un mondo sempre più schizofrenico, non possiamo continuare a predicare bene e a razzolare male, così come non possiamo crearci alibi e capri espiatori per spostare sistematicamente l’attenzione da noi stessi. Se vogliamo vivere positivamente la nostra quotidianità, dobbiamo avere il coraggio di guardarci allo specchio. Dobbiamo essere assolutamente sinceri con noi stessi.

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In questi giorni, sui giornali sono passate molte informazioni sotto traccia e anche le dichiarazioni del nostro Ministro dell’economia “sempre senza soldi” Tremonti, lasciano parecchio riflettere. L’Europa è seduta su una montagna di debiti. La Germania ad esempio, si ritrova, dopo la necessaria ristrutturazione dei bilanci delle sue banche, ad avere il terzo debito pubblico in termini assoluti, del mondo. Roba che per un tedesco è un motivo per scendere in piazza a protestare! Un +21% in pochi giorni. Per l’effetto delle revisioni contabili imposte da Eurostat, la Sig.ra Merkel si è trovata col cerino in mano e tutta la sua politica di investimenti dovrà essere rivista alla luce dei 300 e passa miliardi in più che il contribuente tedesco dovrà sciropparsi. Passata quota 2 mila miliardi. Forse ora il pallino dell’inaffidabile sbruffone, potrebbe varcare le Alpi?

E i francesi? I francesi hanno un rapporto deficit/Pil che passa il 7% mentre quello Italiano scende pian piano verso la soglia della normalità che è il 3.5%. Gli inglesi sono ancora lì a leccarsi le ferite per i debiti delle banche irlandesi, che il popolo irlandese ha deciso di non coprire e gli altri partners europei, come la Spagna, sono sull’orlo del collasso economico.

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Sono stato in silenzio, per rispetto dei morti, tantissimi, di un Paese lontanissimo da me, anche culturalmente parlando, ma così vicino, così tremendamente vicino, perchè la Terra intesa come “mondo” è piccola, perchè ormai tutto è interconnesso, anche il dolore e il lutto.

Il Giappone ha tremato e ha sopportato uno tsunami. Ma non è ancora finita: il vero tsunami è ben altro,  è quello atomico. Ironia della sorte, tutto questo, nell’unico Paese che ha conosciuto la devastazione atomica causata da due ordigni nucleari, oggi si trova a dover fare i conti con la possibilità di subirne un’altra ben più grave. Sembra che al disastro non esista mai fine.

Si rimane sgomenti da tutto questo. Sgomenti, increduli e allibiti. Io ancora non ho maturato la rabbia per l’incoscienza degli uomini, che pensano di essere immuni da ogni cosa, che si ergono a Dio pensando di essere invincibili e indistruttibili. Questa arroganza prima o poi finisce per pesare su tutti. Ma so che questa rabbia arriverà.

Lo tsunami però non sarà solo giapponese, non rimarrà circoscritto al pacifico, no. Se il peggio dovrà accadere, se le fughe radioattive saranno apocalittiche (e le avvisaglie inquietanti lasciano pensare che così potrebbe essere), sarà uno tsunami ecologico ed economico pesantissimo. Già ora basta guardare gli andamenti di borsa per capire che cosa ci aspetterà. Un Giappone economicamente in ginocchio metterà in ginocchio anche la debole ripresa di cui sembrava potessimo godere.

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