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andreas-piccoloIo come molti di voi, che sono ignorante, non sono un economista e non distinguo bene la differenza tra keynesiani e monetaristi mi son sempre soffermato su dati macroeconomici di comprensione chiara. Il PIL, il deficit rispetto al PIL, il debito pubblico, i dati sulla disoccupazione ecc… Quelli poi, del resto, che i giornali e i telegiornali ti piantano sul grugno ogni giorno come se tutta la nostra esistenza dovesse ruotare solo intorno a questo. Poi, se devi telefonare ad un amico che sta male, beh, quello è meno importante.

Un dato preoccupante però viene citato pochissimo ed è quello che più di ogni altra cosa lascia capire come in verità siamo messi. Badate bene che non vale solo per l’Italia ma per l’intera area UE ed EURO ed è il dato sull’indebitamento privato. L’Italia è sempre stata virtuosa su questo, anche nei confronti di quei Paesi che sembravano lindi e immacolati sul fronte del debito pubblico, vedi Francia e Germania. Vero niente. SIAMO TUTTI SEPOLTI SOTTO UNA MONTAGNA PAZZESCA DI DEBITI, dove il debito pubblico, è un dato quasi secondario.

Le famiglie italiane erano le più “risparmiose”, quelle che grazie anche alla forte evasione fiscale, erano riuscite a garantire ai propri membri familiari e ai propri figli una esistenza tutto sommato tranquilla e anche di speranza. L’Italia in 10 anni da Paese più virtuoso sul dato macroeconomico del debito privato, è diventato il secondo peggiore dopo la Francia mentre la Germania si è mantenuta o anzi è scesa al 160% circa del PIL. L’Italia è al 187% secondo i dati del 2012.

Le famiglie italiane, per finanziare la propria esistenza fanno sempre più ricorso al credito al consumo rinunciando all’indebitamento diretto con le banche anche a causa del credit crounch. E per le imprese la situazione è ancora peggiore. Sarà difficilissimo per le imprese italiane non rivedere i propri piani industriali per i prossimi anni con una contrazione così forte del mercato interno e sempre per loro sarà ancora più difficile accedere al credito “istituzionale” per finanziare il “giro finanziario” e pagare le imposte dovute.

Tutta l’Europa ha una economia virtuale, tenuta insieme da una montagna incredibile di debiti e da una moneta unica che scricchiola e non tiene conto delle diversità, delle specificità dei singoli Paesi e delle diverse sfumature economiche che sono alla base di ogni singolo membro dell’area Euro. Però, piccola nota polemica, ci si impunta a normare, con regole precise, ciò che è banana da ciò che non lo è a seconda della curvatura più o meno accentuata del frutto in esame.

Ci stiamo stritolando a vicenda. La salute di uno corrisponde alla morte dell’altro. E’ terrificante. Mentre intorno all’Europa spingono Paesi che non sono più nemmeno in via di sviluppo, con risorse primarie enormi, ritmi di crescita doppi o tripli rispetto all’area Euro, con una demografia che garantirà stabilità e ricchezza per almeno 5-6 generazioni a venire.

Allora mi chiedo che cosa fa la politica oggi? Non solo quella nostrana che a mio avviso è talmente ridicola da non meritare menzione in questo post, ma parlo di quella europea! Nulla! Si accapiglia su cose che oggi, non hanno più nessun valore aggiunto. Quando Tony Blair criticava la Francia con le sue politiche protezionistiche della propria lobby agricola, aveva ragione! Non vi è futuro, non vi è sviluppo se continuiamo a pensare che il mondo è quello di 50-100 anni fa. Da colonizzatori stiamo per diventare colonizzati ad una velocità impressionante. Guardate la Spagna, che per uscire dalla crisi chiama a raccolta gli investitori stranieri deregolando il proprio welfare secondo dettami che con il principio del capitalismo sociale non hanno nulla a che fare.

Ma non è nemmeno salvaguardando “le conquiste sociali dei nostri nonni” che possiamo pensare di raccogliere la sfida della globalizzazione. Quello che occorre fare è dare la possibilità e gli strumenti culturali alle giovani generazioni per costruirsi da sé una ipotesi di futuro anche totalmente sganciata dalla nostra realtà. Noi ormai, siamo carne morta, ci hanno ucciso 40 anni di pressapochismo, intolleranza generazionale e immobilismo sociale. Ma se non cominciamo a capire che se hai una montagna di debiti, tu HAI UN PROBLEMA, non avremo mai la capacità di governare il presente per iniziare a parlare di futuro. Occorre uno shock radicale, di quelli che fanno male, che ruotano o cambiano l’asse della terra altrimenti qui si muore. L’Occidente, così come lo conosciamo, sarà fagocitato in pochi decenni, Germania compresa. Saremo così vecchi e bavosi da non avere la forza nemmeno di sparare cazzate.

andreas2Certo che quando in Parlamento siedono tecnocrati e politici senza arte né parte, ne escono di belle. Le ultime sulla “google-tax” o “web-tax” hanno del beffardo.

Se vuoi vendere servizi o prodotti online o con sistemi di commercio elettronico in Italia, DEVI avere una partita IVA italiana. Questa cosa ha dell’incredibile. Si vuole mettere la museruola a Google o a Facebook impedendo a questi di dirottare i loro utili generati “in Italia”, fuori dai confini italici. Come se il web potesse avere limitazioni geopolitiche. Oddio, certo, si può, ma ha senso?

Se io ad esempio vendo, che ne so, logotipi e lo faccio via e-commerce e la mia attività è in Germania. Nulla impedisce, giacchè sono online, che un italiano acquisti dalla mia piattaforma di e-commerce un mio prodotto. Significa che devo aprire una partita IVA in Italia per cedere il bene acquistato?

Francesco Boccia ed Edoardo Fanucci, PD, autori del decreto assurdo, si difendono dicendosi esterrefatti.  ”Siamo subalterni ai colossi americani del mondo internet”. Ancora una volta si cerca di distruggere l’altro piuttosto che imparare e fare meglio.

A me non resta che citare l’articolo di Wired di oggi:

Venerdì sera l’annunciola Web tax è stata approvata in commissione Bilancio della Camera. Nelle ultime ore le reazioni, fra le quali quella, molto attesa, di Matteo Renzi. Il neo segretario del Partito democratico ha bocciato senza mezzi termini la settimana di fuoco della Rete, fra regolamento Agcom, emendamento per tassare le Web company, aumento dell’equo compenso dovuto alla Siae sui dispositivi elettronici e obblighi legati all’aggregazione e all’indicizzazione delle notizie. “Siamo passati dalla nuova digitale alla nuvola nera di Fantozzi”, ha dichiarato Renzi: I temi “della Web tax vanno posti in Europa”, altrimenti “rischiamo di dare l’immagine di un paese che rifiuta l’innovazione”.

Decisa stoccata al testo firmato comunque da uno dei suoi (Edoardo Fanucci) e fortemente sostenuto da Francesco Boccia e all’emendamento di Stefania Covello è arrivata anche dalle pagine di Forbes, a firma di Tim Worstall: “L’Italia ha fatto il passo successivo verso la trasformazione della quasi certamente illegale Google tax (altro termine con cui viene definito giornalisticamente l’emendamento, nda)”. Secondo Simone Crolla, consigliere delegato dell’American Chamber of Commerce in Italy, “gli ispiratori della Web tax dovrebbero riflettere sul danno di immagine per l’Italia provocato da questo provvedimento agli occhi della comunità internazionale. […] È il tentativo di assoggettare le aziende digitali estere alle normative fiscali italiane, provocando un danno sia produttori che ai consumatori”.

Forza Italia chiede al Governo per voce, anzi per cinguettio, di Antonio Palmieri di “cancellare la norma nel maxiemendamento con cui chiederà la fiducia sulla Legge Stabilità”. L’unico intervento che potrebbe bloccarne il percorso in direzione della conversione in legge. Nel coro dei no anche il deputato del Pd Marco Meloni che ha auspicato un intervento del Parlamento: “Torni sulla decisione della commissione bilancio”.  Il presidente di Confindustria Digitale Stefano Parisi si appella al “Commissario Straordinario per l’Agenda digitale, Francesco Caio” e ritiene che si dovrebbe “fare esattamente il contrario di quanto prevede la Web tax, si doveva favorire sul piano fiscale le piattaforme europee, non penalizzare quelle Usa”. Boccia, da parte sua, non intende cedere: “Il dibattito di queste ore dimostra una preoccupante subalternità economica e culturale alle multinazionali americane del Web”.

Dalle Web company straniere, destinatarie del provvedimento in questione, nessun commento. Wired ha contattato le filiali italiane di Google e Amazon e la risposta è identica: “Sulle tasse la nostra posizione è sempre la stessa. Le paghiamo rispettando le leggi di ogni singolo paese”. Come dire, per ora, se così sarà in qualche modo ci adegueremo alla situazione. Ma non è così semplice. Ad andarci di mezzo se il testo dovesse concludere immutato il suo percorso verso la Gazzetta Ufficiale non sarebbero le casse di Mountain View, Seattle, Facebook o Twitter, ma l’intera economia digitale italiana. Vediamo, per punti, perché.

L’Europa
La Web tax ci pone in una posizione delicata nei confronti dell’Unione europea, che nel 2015 prenderà posizione sul tema. Con l’Italia al timone del semestre europeo dall’estate 2014. Il rischio concreto è quello di subire una procedura di infrazione, e annessa e connessa multa, per essere andati contro l’attuale regolamentazione comunitaria: “Le persone che esercitano attività indipendenti e i professionisti o le persone giuridiche che operano legalmente in uno Stato membro possono esercitare un’attività economica in un altro Stato membro su base stabile e continuativa od offrire e fornire i loro servizi in altri Stati membri su base temporanea pur restando nel loro paese d’origine. Ciò presuppone non soltanto l’abolizione di ogni discriminazione basata sulla nazionalità ma anche, al fine di poter veramente usufruire di tale libertà, l’adozione di misure volte a facilitarne l’esercizio, compresa l’armonizzazione delle norme nazionali di accesso o il loro riconoscimento reciproco”. Obbligare un colosso californiano con sede in Irlanda o un singolo libero professionista ad aprire sede e partita Iva in Italia per vendere pubblicità o servizi legati all’e-commerce, questo chiede la Web tax, vuol dire guardare apertamente in un’altra direzione. La matassa, da qui al prossimo anno, andrà sbrogliata a livello europeo e non frammentata tra un confine e l’altro.

Le imprese italiane
“È una botta per le imprese che fanno esportazione”, spiega a Wired Carlo Alberto Carnevale Maffé, docente della Bocconi: “Boccia dimostra dimostra di non saper distinguere un server da uno scaldabagno: tutti e due hanno la luce rossa, ma non sono la stessa cosa”. “Se chi vende pubblicità online, da Google a un sito asiatico specializzato su cui un’azienda italiana di macchinari deve acquistare uno spazio, dovesse decidere di non farlo più in Italia per non sottostare agli obblighi della Web tax, onerosi soprattutto per chi raccoglie poche decine di migliaia di euro dagli investitori del nostro paese, saremmo tagliati fuori dal flusso pubblicitario globale“. “Non solo”, prosegue Carnevale Maffé, “oltre all’impossibilità di importare pubblicità bisogna considerare il rischio di ritorsioni da parte degli altri stati, che potrebbero costringere tutte le piccole imprese italiane che esportano via e-commerce ad aprire sedi in altri paesi del mondo”. Ogni esportatore italiano potrebbe quindi doversi confrontare con la difficoltà di trovare piattaforme per acquistare pubblicità nelle zone di suo interesse ed essere obbligato a insediarsi nei paesi in cui propone il suo prodotto o servizio. “Per racimolare poche decine di milioni di euro di tasse si causerebbero danni enormi alle imprese“, afferma il docente della Bocconi.

I (pochi) soldi
La prima cifra citata da Carnevale Maffé è relativa al contributo della Web tax alle casse nostrane. Ed è ben diversa dal miliardo e mezzo di euro all’anno ipotizzato da Boccia. La variabile qual è? “Il valore aggiunto, su cui calcolare le tasse, del servizio erogato che nel caso della pubblicità online risiede nel paese d’origine (i server, gli algoritmi, le piattaforme sw, ecc, nda) e non in quello di destinazione”, spiega il docente. “In Italia ci sono diverse stime sul’introito della pubblicità digitale, si va da 700-800 milioni a poco più di un miliardo: come fa l’introito fiscale sui siti stranieri a superare il fatturato lordo dell’intero settore?”, si chiede.

L’e-commerce
Oltre a intervenire sulla vendita della pubblicità online la Web tax mette un piede anche nel commercio elettronico. Per ora gli scambi coinvolti, con il solito obbligo di presentarsi in Italia con una partita Iva tricolore, sono quelli fra aziende e soggetti in possesso di una partita Iva. Chi acquista un file musicale o un libro in Rete non ha di che preoccuparsi, per ora. Come spiega a Wired.it il giurista esperto di digitale Guido Scorza, però, “visto il principio sostenuto da Boccia è lecito aspettarsi un’estensione in quella direzione”. Per una paese in cui l’incidenza dell’e-commerce sul totale degli acquisti è ancora ferma al 3%, a fronte del 12% britannico per esempio, sarebbe una mazzata non da poco.

In conclusione, il problema non è il cosa - la delicata questione del trattamento fiscale dalle aziende che operano sul Web – ma il come - con un approccio ancora una volta grossolano alla materia – che rischia di condannarci a uno stop forzato nella già impegnativa (rin)corsa digitale.

 

Che amarezza ….

andreas-piccoloRecentemente sono stato coinvolto in una interessante conversazione su Facebook a proposito dei sistemi scolastici e della preparazione del corpo docenti ai nuovi media e all’uso del web. Uso del web … Mi chiedo ancora se davvero sia corretto parlare di “uso del web” come se il web, possa essere usato. Ho sempre definito il web come un meta-luogo e l’uso di esso è una proposizione alquanto primitiva.

La cosa più interessante del dibattito però era la differenziazione tra virtuale e reale. Per gli interlocutori, il mondo virtuale, cioè il web non ha legami e affinità con il mondo reale. Ciò che succede nel “mondo” virtuale è appunto virtuale e non influisce sulla storia delle persone nel mondo reale e quando questo succede è da considerare come una devianza patologica o meglio ancora una sorta di eziopatogenesi 2.0 che rende le persone schiave di un mondo che non esiste. Anzi, il mondo virtuale distoglie, rompe le abitudini e distrugge i paradigmi sociali a tal punto secondo questi, che le derive comportamentali che portano alla sociopatia sono proprio da attribuire all’attitudine a passare più tempo nel mondo virtuale che reale.

Mi chiedo come il corpo dicente possa portare i propri alunni allo soglie non dico nemmeno del futuro ma del presente, se la mentalità è ancora questa. Il mondo virtuale in realtà si interseca ormai in modo così profondo e stretto con il mondo reale da divenirne una una simmetrica dimensione che interagisce con le nostre vite tutti i santi giorni.

Se il mondo virtuale fosse “solo” virtuale, non esisterebbero più le banche, non esisterebbero le transazioni finanziarie, non esisterebbero nemmeno più i conti correnti. Gli stipendi vengono ormai pagati via bonifico bancario con numeri “virtuali” che di virtuale non hanno proprio nulla, anzi. Il 60% delle relazioni matrimoniali oggi nascono dal mondo virtuale attraverso siti appositi, sei relazioni su 10 !!!! Il commercio elettronico cresce a due cifre ogni anno e solo in Italia che è fanalino di coda, produce un fatturato globale di 13 miliardi di Euro per decuplicare nei prossimi 3 anni. Nei prossimi 4 anni il commercio elettronico peserà per quasi l’8% del PIL Italiano. Cosa c’è di più reale di questo, non saprei!

La differenziazione sostanziale tra reale e virtuale dove il virtuale è tutto ciò che è legato al web, è fuori luogo. E’ come voler pagare ancora tutto in cash, ormai nemmeno il fisco te lo permette più, devi usare la moneta virtuale o elettronica: la carta di credito o il bonifico bancario. Gli assegni in Paesi come la Svizzera non si usano più da un pezzo!

Intestardirsi nel non voler comprendere che il virtuale è dannatamente reale e aggrapparsi al mesozoico è credere ancora che nel lago di Lock, Nessie sopravviva da 200 milioni di anni. Vogliamo provare a fare un salto mentale che rispecchi i cambiamenti in atto nel mondo?

In fin dei conti, quanti di noi intrattengono quotidianamente relazioni anche importanti attraverso i social network? Io personalmente ho conosciuto persone grazie a Facebook e LinkedIn che oggi sono mie amiche o addirittura sono persone con cui ho rapporti stabili di lavoro. E continuiamo a frequentarci anche si social networks. Sono stato coinvolto in vere e proprie “risse” dialettiche sul web esattamente come se fosse successo in un bar e ho potuto scambiare opinioni e idee che avrebbero potuto uscire allo scoperto anche e sottolineo anche al ristorante con degli amici. Non cambia nulla. L’unica cosa diversa è l’interfaccia di comunicazione ma le persone sono sempre le stesse.

Non esiste più quindi una netta separazione di mondi e chi si ostina ancora a crederlo farebbe meglio a guardarsi in giro: il mondo è cambiato!

marco_steinerUn incontro fugace, veloce, di quelli che lasciano il segno. Paola, la mia “cassandrosa”. il mio “Gurkha” come la chiamo io, un giorno mi scrive su Skype se potevo darle una mano per fare il sito di Marco Steiner. Me la butta così, come si fa svolazzare distrattamente un asciugamano sulla poltrona mentre esci di corsa dalla doccia perché ti squilla quel maledetto telefono …

Lì per lì rimango ammutolito … “Quel Marco Steriner ??? L’amico, viaggiatore e mangiatore di libri, di Hugo Pratt ???”. Quel Marco Steiner. Quel Marco Steiner che con occhi discreti rivive i luoghi di Corto Maltese, scrivendo libri e immaginando mondi. QUEL MARCO STEINER, sì.

Ci ho messo 15 minuti buoni per realizzare che quello che Paola mi stava chiedendo era vero. Corte Sconta detto Arcana, il libro postumo di Hugo Pratt, terminato e pubblicato poi da Marco Steiner mi danzava davanti agli occhi mentre sfogliava la mia memoria tra steppe mongoliche e Cina dei Signori della Guerra.
Pronto! Andreas!!! Ci sei ???? Sei Connesso? Per un attimo ero incredibilmente non connesso. Le risatine di Paola mi han riportato alla realtà. Ed eccomi qui nel mondo di Marco Steiner, dei suoi viaggi, del suo sito ben “gestito” da Paola.

Che devo dire? Sarà che mi piacciono le avventure, sarà che Corto Maltese ha accompagnato la mia gioventù ,ma che emozione! Mi son messo “alla console” ho registrato il dominio, chiesto a WordPress di fare il suo “porco” lavoro e Marco e Paola han fatto il resto. Nervi saldi e pedalare! Come Corto avrebbe voluto.

Poi, il giorno della presentazione ufficiale. Si accende il video e vedo Marco Steiner in persona. Paola non lo sa, ora sì, che io avevo le mani sudate. Paola non sa, ora sì, che avevo davanti 15 anni della mia vita, delle mie letture, della mia gioventù. Ho sempre viaggiato come Guy de Maupassant, con i libri, con salgariano cipiglio: Turchia, le steppe caucasiche, l’oriente, l’India, le Americhe … Ho visto/letto tutto quello che un adolescente poi giovanotto poteva leggere per vedere il mondo con gli occhi di chi scriveva. Ed eccolo lì, davanti a me, capelli un po’ grigi, aspetto normale, quasi da dentista (che mi sia perdonata la battuta), sorriso intelligente da persona adulta, di chi ha visto, assimilato e compreso il mondo e ancora non è stanco. Trovo lì davanti a me un uomo che per me è un gigante, di quei giganti buoni, quelli che ti salvano quando li chiami…

Poi il timore reverenziale in un attimo, dopo le prime parole, è sparito, lasciando il posto alla consapevolezza che questo per me è stato un incontro importante, di quelli che lasciano il segno, di quelli che ci metti mesi a capire se è davvero successo. Era lì. Marco Steiner.

Ovviamente un abbraccio a Paola. Un bel regalo! http://www.marcosteiner.it … Buona lettura e soprattutto: BUON VIAGGIO.

Pochi giorni fa sono stato protagonista e vittima di un confronto piuttosto animato e pesante con una persona su Facebook con il quale ero collegato come “amico”. Al di là della polemica che ne è scaturita, di chi abbia o non abbia ragione del relativo flame che ne è derivato è interessante capire come ci siano modi diversi di interpretare le “amicizie” e le connessioni relazionali e come sia anche differente il modo di considerare e accettare le dinamiche di un social network. C’è chi pensa si avere diritti, chi pensa che vi siano doveri ma ci si dimentica che spesso certe dinamiche relazionali non sono dipendenti da modalità scritte e accettate ma da una sorta di aspettativa che interpreta o meglio guida i comportamenti di un gruppo.

A questo proposito, mi piace molto ciò che il mio carissimo amico e avvocato Marco Zelocchi scrive basando le sue considerazioni sulla vicenda che mi è capitata. Credo che ci sia molto materiale per fare delle riflessioni importanti.

Ricopio qui il testo integrale e inserisco nel finale il link direto alla pagina di facebook.

LA COMUNICAZIONE TRA PERSONE E’ UN FATTO DELICATO: FACEBOOK E’ UNA PIAZZA, UN UDITORIO, UN BAR, UNA TAVOLATA DI AMICI, UNA CASA PRIVATA CON LA PORTA SOCCHIUSA, O TUTTE QUESTE COSE INSIEME?

Nei giorni scorsi, ho visto un c.d. flame tra “amici di facebook”, una divergenza di vedute che è diventata, nei fatti, uno scontro acceso, e che ha creato anche consensi da ambo le parti, e perciò, due piccole fazioni, oltre ad una maggioranza silenziosa, e a qualche intervento diplomatico che, mi sembra, paragonasse l’eccessiva vis polemica, ad una bambinata.

Sono un giurista, perciò il fatto mi ha incuriosito. Facebook è uno strumento di conversazione particolarissimo, i cui schemi formali ed i cui canali sono variabili, e configurabili in base alle scelte dell’utente. Perciò, anche se potrebbe distrattamente sembrare un mezzo semplice da capire, e da gestire, non lo è affatto.
Situazioni come bisbigliare in un orecchio in presenza di una piccola cerchia, telefonare con qualcuno vicino ad microfono un microfono acceso, su un podio, davanti ad uno stadio gremito, o parlare tra sè e sè, con telecamera accesa in mondo visione, rende l’idea di enormi differenze di significato nella comunicazione.

Il problema è che nel mondo di facebook, tutte queste situazioni, sono accomunate da un unico gesto empirico molto visibile: una persona che digita qualcosa alla tastiera di un computer.

E poi la parola “amici”. Fuorviante. Certamente lo è per la cultura italiana, che distingue gli “amici”, dai “veri amici”, dagli “amici del club”, dagli “amici di vista”, dagli “amici del partito”. Sempre lo stesso sostantivo, per dimensioni di vicinanza, empatia, sintonia, e lealtà completamente diverse.

Allora, cosa succede quando qualcuno non interpreta nello stesso modo, la parola “amicizia” che corrisponde all’attivazione del link primario di facebook?

L’osservazione della casistica è interessante, perchè è molto varia, e dimostra che l’uso inconsapevole di facebook può rivelarsi assai insidioso.

L’assenza di differenti link primari (come “conoscenza”, “membro di gruppo”, “amicizia”, “profonda amicizia”, “legame familiare”, mette vicino persone estranee, a parlare insieme, e le espone a linguaggi, contenuti, simboli, fini, culture, le più diverse, il tutto, naturalmente, con la prospettiva di una più o meno ampia, o totale, ed eterna, notorietà, fino alla cancellazione.

Perciò sembra ovvio: qualche volta, la dimensione non è tanto quella del valore in sè del comportamento sociale, ma della distanza culturale tra le persone, e della diversa interpretazione della “prossemica” sociale e verbale, in occasione di una conversazione, a sua volta declinata nei principali rapporti di intimità o di pubblicità che sono offerti dalle scelte di prvacy o di esposizione all’intero web, del proprio pensiero.

La mia conclusione, è che possono verificarsi incomprensioni, e di per sè, la prima manifestazione, non è un fatto sicuramente evitabile. Il mondo è grande, le matrici culturali, a volte molto diverse, perciò la prima manifestazione di dissidio è un fenomeno che può verificarsi, anche per cause fortuite.

La differenza, la responsabilità, sta nel modo in cui viene gestita la divergenza: perchè il valore delle parole non è il medesimo in tutti gli ambienti, con l’ulteriore difficoltà che non tutte le persone possiedono l’informazione sufficiente per comprendere a fondo questo dato di fatto del mondo reale.

In conclusione, resta sempre la vecchia regola: l’amicizia di facebook è un link informatico: si stabilisce, e si interrompe, e questo non è di per sè sintomo di “amicizia”, nel suo senso comune, pur distinguendo le ulteriori varianti culturali.

Ecco perchè l’insidia non può che permanere: comprendere che la comunicazione su facebook è del tutto uguale, in via di metafora, con le situazioni della vita reale, è una regola d’oro per l’utilizzo del proprio diritto di parola.

E, come ogni diritto di parola, in una comunità, non è un diritto, ma è una facoltà autorizzata da un sistema di consenso, sul buon uso del diritto.

Mi sembra un po’ come nel codice della strada: avere la precedenza non è un diritto, ma è l’aspettativa che chi si deve fermare per rispettare il nostro diritto di precedenza, lo faccia spontaneamente. Altrimenti, si rischia lo scontro frontale, con tanto di morti e feriti, che nel caso specifico sono i bannati e le manifeste inimicizie.

Dopodichè, il sapere chi era nel diritto di passare, e chi era nel dovere di fermarsi, non potrà essere che affare di tribunali, che si cimenterà con il diritto di espressione e di parola, e con gli ordini di cancellazione e in generale con tutte le declinazioni giuridiche che conosciamo nel mondo reale.

Questo è facebook, e penso che potrebbe essere interessante riconoscere l’opportunità di un corso di sicurezza verbale, in rete, specialmente per i più giovani, e per le persone sguarnite di qualche conoscenza, anche sommaria, dei diritti e dei limiti in fatto di libertà personale, di “domicilio informatico”, di libertà di espressione, e di rispetto della libertà di associazione altrui.

Ecco il link: https://www.facebook.com/marco.zelocchi.carpi.mo.it/posts/542007469176537


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