03 05 2013
Incontro con Marco Steiner
Un incontro fugace, veloce, di quelli che lasciano il segno. Paola, la mia “cassandrosa”. il mio “Gurkha” come la chiamo io, un giorno mi scrive su Skype se potevo darle una mano per fare il sito di Marco Steiner. Me la butta così, come si fa svolazzare distrattamente un asciugamano sulla poltrona mentre esci di corsa dalla doccia perché ti squilla quel maledetto telefono …
Lì per lì rimango ammutolito … “Quel Marco Steriner ??? L’amico, viaggiatore e mangiatore di libri, di Hugo Pratt ???”. Quel Marco Steiner. Quel Marco Steiner che con occhi discreti rivive i luoghi di Corto Maltese, scrivendo libri e immaginando mondi. QUEL MARCO STEINER, sì.
Ci ho messo 15 minuti buoni per realizzare che quello che Paola mi stava chiedendo era vero. Corte Sconta detto Arcana, il libro postumo di Hugo Pratt, terminato e pubblicato poi da Marco Steiner mi danzava davanti agli occhi mentre sfogliava la mia memoria tra steppe mongoliche e Cina dei Signori della Guerra.
Pronto! Andreas!!! Ci sei ???? Sei Connesso? Per un attimo ero incredibilmente non connesso. Le risatine di Paola mi han riportato alla realtà. Ed eccomi qui nel mondo di Marco Steiner, dei suoi viaggi, del suo sito ben “gestito” da Paola.
Che devo dire? Sarà che mi piacciono le avventure, sarà che Corto Maltese ha accompagnato la mia gioventù ,ma che emozione! Mi son messo “alla console” ho registrato il dominio, chiesto a WordPress di fare il suo “porco” lavoro e Marco e Paola han fatto il resto. Nervi saldi e pedalare! Come Corto avrebbe voluto.
Poi, il giorno della presentazione ufficiale. Si accende il video e vedo Marco Steiner in persona. Paola non lo sa, ora sì, che io avevo le mani sudate. Paola non sa, ora sì, che avevo davanti 15 anni della mia vita, delle mie letture, della mia gioventù. Ho sempre viaggiato come Guy de Maupassant, con i libri, con salgariano cipiglio: Turchia, le steppe caucasiche, l’oriente, l’India, le Americhe … Ho visto/letto tutto quello che un adolescente poi giovanotto poteva leggere per vedere il mondo con gli occhi di chi scriveva. Ed eccolo lì, davanti a me, capelli un po’ grigi, aspetto normale, quasi da dentista (che mi sia perdonata la battuta), sorriso intelligente da persona adulta, di chi ha visto, assimilato e compreso il mondo e ancora non è stanco. Trovo lì davanti a me un uomo che per me è un gigante, di quei giganti buoni, quelli che ti salvano quando li chiami…
Poi il timore reverenziale in un attimo, dopo le prime parole, è sparito, lasciando il posto alla consapevolezza che questo per me è stato un incontro importante, di quelli che lasciano il segno, di quelli che ci metti mesi a capire se è davvero successo. Era lì. Marco Steiner.
Ovviamente un abbraccio a Paola. Un bel regalo! http://www.marcosteiner.it … Buona lettura e soprattutto: BUON VIAGGIO.
02 05 2013
Facebook, amici e comunicazione
Pochi giorni fa sono stato protagonista e vittima di un confronto piuttosto animato e pesante con una persona su Facebook con il quale ero collegato come “amico”. Al di là della polemica che ne è scaturita, di chi abbia o non abbia ragione del relativo flame che ne è derivato è interessante capire come ci siano modi diversi di interpretare le “amicizie” e le connessioni relazionali e come sia anche differente il modo di considerare e accettare le dinamiche di un social network. C’è chi pensa si avere diritti, chi pensa che vi siano doveri ma ci si dimentica che spesso certe dinamiche relazionali non sono dipendenti da modalità scritte e accettate ma da una sorta di aspettativa che interpreta o meglio guida i comportamenti di un gruppo.
A questo proposito, mi piace molto ciò che il mio carissimo amico e avvocato Marco Zelocchi scrive basando le sue considerazioni sulla vicenda che mi è capitata. Credo che ci sia molto materiale per fare delle riflessioni importanti.
Ricopio qui il testo integrale e inserisco nel finale il link direto alla pagina di facebook.
LA COMUNICAZIONE TRA PERSONE E’ UN FATTO DELICATO: FACEBOOK E’ UNA PIAZZA, UN UDITORIO, UN BAR, UNA TAVOLATA DI AMICI, UNA CASA PRIVATA CON LA PORTA SOCCHIUSA, O TUTTE QUESTE COSE INSIEME?
Nei giorni scorsi, ho visto un c.d. flame tra “amici di facebook”, una divergenza di vedute che è diventata, nei fatti, uno scontro acceso, e che ha creato anche consensi da ambo le parti, e perciò, due piccole fazioni, oltre ad una maggioranza silenziosa, e a qualche intervento diplomatico che, mi sembra, paragonasse l’eccessiva vis polemica, ad una bambinata.
Sono un giurista, perciò il fatto mi ha incuriosito. Facebook è uno strumento di conversazione particolarissimo, i cui schemi formali ed i cui canali sono variabili, e configurabili in base alle scelte dell’utente. Perciò, anche se potrebbe distrattamente sembrare un mezzo semplice da capire, e da gestire, non lo è affatto.
Situazioni come bisbigliare in un orecchio in presenza di una piccola cerchia, telefonare con qualcuno vicino ad microfono un microfono acceso, su un podio, davanti ad uno stadio gremito, o parlare tra sè e sè, con telecamera accesa in mondo visione, rende l’idea di enormi differenze di significato nella comunicazione.
Il problema è che nel mondo di facebook, tutte queste situazioni, sono accomunate da un unico gesto empirico molto visibile: una persona che digita qualcosa alla tastiera di un computer.
E poi la parola “amici”. Fuorviante. Certamente lo è per la cultura italiana, che distingue gli “amici”, dai “veri amici”, dagli “amici del club”, dagli “amici di vista”, dagli “amici del partito”. Sempre lo stesso sostantivo, per dimensioni di vicinanza, empatia, sintonia, e lealtà completamente diverse.
Allora, cosa succede quando qualcuno non interpreta nello stesso modo, la parola “amicizia” che corrisponde all’attivazione del link primario di facebook?
L’osservazione della casistica è interessante, perchè è molto varia, e dimostra che l’uso inconsapevole di facebook può rivelarsi assai insidioso.
L’assenza di differenti link primari (come “conoscenza”, “membro di gruppo”, “amicizia”, “profonda amicizia”, “legame familiare”, mette vicino persone estranee, a parlare insieme, e le espone a linguaggi, contenuti, simboli, fini, culture, le più diverse, il tutto, naturalmente, con la prospettiva di una più o meno ampia, o totale, ed eterna, notorietà, fino alla cancellazione.
Perciò sembra ovvio: qualche volta, la dimensione non è tanto quella del valore in sè del comportamento sociale, ma della distanza culturale tra le persone, e della diversa interpretazione della “prossemica” sociale e verbale, in occasione di una conversazione, a sua volta declinata nei principali rapporti di intimità o di pubblicità che sono offerti dalle scelte di prvacy o di esposizione all’intero web, del proprio pensiero.
La mia conclusione, è che possono verificarsi incomprensioni, e di per sè, la prima manifestazione, non è un fatto sicuramente evitabile. Il mondo è grande, le matrici culturali, a volte molto diverse, perciò la prima manifestazione di dissidio è un fenomeno che può verificarsi, anche per cause fortuite.
La differenza, la responsabilità, sta nel modo in cui viene gestita la divergenza: perchè il valore delle parole non è il medesimo in tutti gli ambienti, con l’ulteriore difficoltà che non tutte le persone possiedono l’informazione sufficiente per comprendere a fondo questo dato di fatto del mondo reale.
In conclusione, resta sempre la vecchia regola: l’amicizia di facebook è un link informatico: si stabilisce, e si interrompe, e questo non è di per sè sintomo di “amicizia”, nel suo senso comune, pur distinguendo le ulteriori varianti culturali.
Ecco perchè l’insidia non può che permanere: comprendere che la comunicazione su facebook è del tutto uguale, in via di metafora, con le situazioni della vita reale, è una regola d’oro per l’utilizzo del proprio diritto di parola.
E, come ogni diritto di parola, in una comunità, non è un diritto, ma è una facoltà autorizzata da un sistema di consenso, sul buon uso del diritto.
Mi sembra un po’ come nel codice della strada: avere la precedenza non è un diritto, ma è l’aspettativa che chi si deve fermare per rispettare il nostro diritto di precedenza, lo faccia spontaneamente. Altrimenti, si rischia lo scontro frontale, con tanto di morti e feriti, che nel caso specifico sono i bannati e le manifeste inimicizie.
Dopodichè, il sapere chi era nel diritto di passare, e chi era nel dovere di fermarsi, non potrà essere che affare di tribunali, che si cimenterà con il diritto di espressione e di parola, e con gli ordini di cancellazione e in generale con tutte le declinazioni giuridiche che conosciamo nel mondo reale.
Questo è facebook, e penso che potrebbe essere interessante riconoscere l’opportunità di un corso di sicurezza verbale, in rete, specialmente per i più giovani, e per le persone sguarnite di qualche conoscenza, anche sommaria, dei diritti e dei limiti in fatto di libertà personale, di “domicilio informatico”, di libertà di espressione, e di rispetto della libertà di associazione altrui.
Ecco il link: https://www.facebook.com/marco.zelocchi.carpi.mo.it/posts/542007469176537
31 03 2013
Mobile world – Il mondo mobile del futuro
No, non parlo di connessioni e interconnessione. Parlo di persone, sì. Il mondo non sta cambiando solo il nostro modo di approcciarci alla comunicazione, di essere connessi e raggiungibili ovunque, ma sta cambiando il nostro modo di stare in vita, sì! Uno degli elementi che più cambieranno nel prossimo futuro è la nostra mobilità fisica.
Che cosa intendo?
Semplice, intendo che cambiando le circostanze economiche e lavorative, cambiando il modo anche di considerare il lavoro, la ricerca, le opportunità, tutto il sistema socio-economico cambierà di conseguenza. Un punto interessante da analizzare è la distanza dal posto di lavoro. Oggi, soprattutto in Italia, trovare il classico posto di lavoro a tempo indeterminato sotto il portone di casa è una vera chimera. Occorre essere più mobili (in questo, le infrastrutture italiane sono piuttosto deficitarie rispetto ai partners europei più avanzati) ma per essere più mobili occorre avere meno vincoli, meno impegni finanziari (casa) e meno “cose” di proprietà e poco mobili. Intendo dire che oggi, un giovane che si affaccia sul mondo del lavoro dovrà prendere in considerazione che dovrà spostarsi, probabilmente lontano e che avere sul groppone l’onere finanziario di una casa da pagare ad esempio diventa un problema. La mobilità anche all’estero, porterà un cambiamento sul tessuto socio-economico di questo Paese che inizialmente sarà devastante.
Il sistema edilizio italiano ha fatto sempre leva sul mondo finanziario e sul credito. Ma nel momento in cui le giovani generazioni, per necessità e per ricerca di opportunità di lavoro dovranno essere più mobili, per loro l’investimento nel mattone, nella casa, diventa un problema o meglio ancora, non viene nemmeno preso in considerazione. Una società mobile avrà bisogno di supporto e prodotti finanziari “mobili” più leggeri per sostenere l’eventuale impegno finanziario di una famiglia per l’acquisto di un immobile. Oggi il sistema creditizio su questo tema è letteralmente imbolsito su pratiche e visioni tipiche di una società industriale novecentesca. Ma un costruttore edile quali prospettive potrà avere in futuro se non viene seguito e supportato da un settore creditizio più lungimirante e proattivo?
Un “mobile Worker” oggi ha bisogno di flessibilità, di competenze, di cultura, di una seconda lingua almeno, di infrastrutture per il trasporto (aerei, treni in primis) sia a livello nazionale che internazionale. Se già i sistemi di telecomunicazione stanno preparandosi ai nuovi scenari socio-economici, le infrastrutture per il trasporto spesso segnano il passo. Un “mobile-worker” ha bisogno di flessibilità finanziaria che gli permetta di sopperire ai momenti di mancanza di lavoro non solo attraverso un welfare dinamico e flessibile ma anche attraverso strumenti finanziari e assicurativi su misura, ha bisogno di sistemi e metodologie abitative flessibili che non appesantiscano i suoi “bagagli” nella mobilità.
Tradotto in parole più semplici ancora: per quanto concerne l’edilizia e le necessità abitative, più affitto e a prezzi accessibili, meno acquisti. Oppure acquisti con mutui lifetime con pagamento solo degli interessi e non del conto capitale, come avviene in Svizzera, per alleggerire la quota mensile da pagare. Se non si opererà con una vera ristrutturazione del mondo creditizio in questo senso, l’edilizia abitativa, residenziale, non avrà più nessun futuro. Significa però che l’edilizia dovrà anche cominciare a ragionare non più solo in termini meramente speculativi ma anche sociali, di benessere e di dinamicità. E’ possibile che la proprietà di un immobile possa cambiare anche decine di volte nel corso di una cinquantina d’anni.
Anche il sistema dei trasporti dovrà rivedere le proprie vision aziendali. Gli operai “pendolari” saranno sempre meno e si trasformeranno più in veri e propri tecnici multi-esperti con più “datori di lavoro” e con maggiori esigenze di mobilità a medio lungo raggio, veloce, affidabile e flessibile. Il Giappone già da anni ha capito questo, investendo in sistemi e infrastrutture per garantire il massimo della mobilità alle nuove generazioni. Più professionisti e meno operai da catena di montaggio (con tutto il massimo rispetto per loro) comporterà il dover adeguare tutto i livelli di qualità delle infrastrutture di un intero sistema Paese pena il rischio di rimanere ai margini della crescita economica reale con conseguente fuga di cervelli (già l’Italia sta pagando questo dazio).
Personalmente sono dell’opinione che anche l’automobile, in un contesto mobile world avrà sempre meno peso economico. L’automobile rischia di diventare un oggetto di lusso e un bene voluttuario che quindi non deve necessariamente essere posseduto ma lo si può benissimo affittare quando è necessaria. In Germania l’acquisto dell’automobile anche da parte di privati sta perdendo terreno in modo pesante rispetto al “renting” a breve, medio e lungo periodo. Meglio affittare un’auto, con tutte le spese incluse tra imposte, targhe, assicurazioni, bolli e manutenzione piuttosto che acquistarla e accollarsi direttamente tutti gli oneri. Anche qui ovviamente una struttura creditizia flessibile e coerente col cambiamento porterà sicuri benefici al mobile worker.
Le implicazioni economiche e le opportunità che si aprono sono enormi. Nuove professioni, nuove imprese, nuove attività porteranno ad avere nuove persone. Quello che vedo, guardandomi intorno è una vera incapacità di vedere questo cambiamento che comunque arriverà e bene o male ci adatteremo tutti. Sarebbe interessante analizzare anche l’aspetto del welfare, come cambierà e quali saranno i nuovi scenari per lui in questo contesto. Io qui per il momento mi fermo a pensare. L’argomento è però sicuramente interessante.
13 03 2013
L’internazionalizzazione non è uno scherzo
Lavorare con l’estero non è semplice soprattutto perchè si sbatte il muso davanti a realtà diverse e a comportamenti, usi e costumi diversi. Quando questo si riflette sul lavoro e sulle relazioni commerciali, il gioco diventa pericoloso.
Uno degli aspetti più complicati da considerare è il modo diverso di intendere le relazioni commerciali che hanno i Paesi “nordici”, diciamo luterani e quelli del sud, più cattolici. Come ho già avuto modo di spiegare in altra sede, il rapporto d’affari “latino” è improntato sul rapporto clientelare. C’è un rapporto WIN WIN tra le parti che dice: “Io ti frego e tu mi freghi”. C’è sostanzialmente una tacita ammissione tra le parti che il rapporto non è basato sulla qualità della relazione ma sulla qualità dell’interesse delle parti. E badate bene che non c’è nulla di negativo. Se tutto è fatto alla luce del sole e c’è l’accordo tra le parti, il sistema è in equilibrio perfetto e funziona benissimo, anzi, funziona da 2500 anni, visto che è di origine latina. E’ chiaro che dinamiche di relazione di questo genere comportano impianti normativi complessi e molto articolati e può succedere, come succede infatti, che questi diventino poi uno scoglio insormontabile che allontana il cittadino dalle istituzioni, ma qui entriamo in altro argomento che non c’entra con questo. Ed è facile notare la differenza tra il diritto latino e il diritto anglosassone.
Interessante è anche la relazione commerciale “nordica” o anglosassone. Il rapporto WIN WIN non è basato sulla qualità dell’interesse delle parti ma sulla qualità della relazione. Passiamo quindi da un rapporto clientelare ad uno fiduciario. Anche qui, badate bene che non è affatto vero che uno sia migliore dell’altro, sia ben inteso! Nel rapporto fiduciario, l’equilibrio degli interessi tra le parti si esprime quindi nella relazione, nella partnership: si vince insieme: “io non ti frego e tu non mi freghi”. Essendo un rapporto fiduciario, si esprime al meglio quando esiste un valore di fedeltà tra le parti, indipendentemente dall’interesse. Anche qui, quando esiste un equilibrio perfetto tra le parti, il sistema funziona molto bene. Le dinamiche di relazione in questo caso portano ad avere impianti normativi molto più snelli e gestibili. Il problema sorge quando esiste un rapporto di prevalenza di forza tra le parti che porta immancabilmente ad un legame di fedeltà più che di fiducia e qui l’equilibrio si guasta.
Potete quindi immaginare lo scontro culturale che immancabilmente si crea, quando questi due modi di concepire le relazioni commerciali entrano in contatto. Totale caos e disordine. Da una parte, il partner anglosassone concepisce la controparte latina magari in un rapporto di fedeltà a lui più che di fiducia e dall’altra la controparte latina si relaziona con il partner anglosassone con le basi della propria cultura del “io ti frego perchè so che tu mi freghi”. Potete immaginare gli scontri, le gelosie, i rapporti difficoltosi, le battaglie, le arrabbiature degli uni e degli altri.
Mi rendo conto che è difficile ma se non si entra in queste dinamiche sarà sempre complicato fare affari fuori dal proprio giardino. E questo, vale per gli anglosassoni come per i latini o gli arabi, i cinesi e via dicendo. I processi di internazionalizzazione non sono solo azioni commerciali in lingua straniera; purtroppo ci si sofferma sempre a quest’ultimo aspetto mentre credo siano altrettanto importanti se non di più, gli aspetti culturali, gli usi e i costumi di un Paese diverso dal proprio dove si vuole costruire il proprio business.
Ad esempio, la Svizzera per me è un Paese affascinante da questo punto di vista. Punto di incontro tra diverse culture ma con un impianto normativo decisamente luterano-calvinista-anglosassone, ha nei propri confini una buona fetta di persone che ragionano e si comportano secondo mentalità e cultura latina. In questi casi devo riconoscere che un po’ di lungimiranza e di savoir faire all’italiana non guastano! Prendere di petto lo svizzero-latino che ti frega mentre tu pensavi che alla base ci fosse un rapporto fiduciario trasparente, non serve a nulla. Sei in torto tu che prendi di petto la questione, è in torto la controparte che ti ha “fregato”.
Occorre umiltà da una parte e dialogo. La verità è sempre la cosa migliore per dirimere certe questioni. Internazionalizzare sì ma con rispetto. Pensare di comportarsi all’Italiana in Svizzera o in Svezia diventa un suicidio a tutti gli effetti.
27 02 2013
La rete, la politica e Beppe Grillo
Oggi si parla di rete, soprattutto dopo il successo del Movimento Cinque Stelle alle elezioni politiche italiane di qualche giorno fa. La rete dice, la rete fa, la rete è. Ciò che succede in rete è nuovo, è creativo, è socializzante.
La rete sembra antropomorfizzarsi come fosse un guru visionario del futuro. Ma è vero questo? Che Casaleggio & Co. abbiano individuato nella rete il luogo ideale per dare un nuovo significato alla politica e alla partecipazione, se non meglio compartecipazione della cittadinanza alla vita politica del Paese, non c’è alcun dubbio. Ma che la “rete” come espressione generica del concetto forse più corretto di “media sociale” sia davvero già ora il presente di cui abbiamo bisogno, mi lascia qualche perplessità.
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