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Call to Action, cosa sono e qual’è la loro importanza.

13/10/2009 Leave a Comment

logo innovando, nuove idee per comunicareLe “call to action” sono inviti a compiere un’azione. Nel Web design e soprattutto, nel campo della usability, le Call to Action sono appunto elementi, distinguibili, che sollecitano il navigatore a compiere un’azione. Ovviamente, questi elementi, nelle interfacce web, proprio pensando al concetto di usabilità, diventano di enorme importanza e devono essere considerati con estrema precisione.

Normalmente, le Call To Actions, nelle interfacce web, assumono l’aspetto di bottoni attivi, che una volta cliccati rimandano il navigatore a concludere un’azione ben precisa (un pagameno, l’inserimento di dati in un form, una procedura d’acquisto, ecc…)

Data la delicatezza della questione, esistono regole precise per far rendere le Call To Actions in modo ottimale e con successo.

Alcuni interessantissimi suggerimenti, vengono dati dal sito SMASHING MAGAZINE, che fa un’illustrazione piuttsoto ampia e dettagliata con esempi reali.

Per tutti i webdesigner quindi, sia esperti che non, è molto importante valutare gli aspetti che possono influenzare positivamente o negativamente una Cll To Action. E così, finiamo di nuovo  parlare di accessibilità e usabilità. Termini che ultimamente stanno cadendo un po’ nel dimenticatoio e non capisco il perchè.

La Call To Action però non si ferma solo all’aspetto grafico: essendo questa elemento importante del marketing persuasivo è chiaro che essa dovrà essere valutata anche in termini di contenuti. Cioè, cosa sta dietro ad una Call to Action e perchè il navigatore deve cliccare proprio lì e non altrove. Anche qui cito da TagliaBLOG un post di Francesco D’Aguanno.

Call to Action e Persuasive Copywriting

Ossia, chiamare all’azione (i visitatori) usando la scrittura persuasiva: una volta che l’utente è giunto nel nostro sito, non dobbiamo permettergli di andar via a mani vuote.

Credo di non essere l’unico a pensare che 10.000 accessi giornalieri con una frequenza di rimbalzo del 99% siano, nella maggior parte dei casi, meno utili di 500 accessi con un bounce rate del 10% o con un tasso di conversione del 5%. Il rendimento delle visite è certamente legato al tipo di sito, ma in linea di massima un sito sviluppato per fare business (sia online che offline) necessita che il visitatore rimanga nella pagina per almeno 30 secondi, compiendo magari qualche azione.

Ad esempio nel caso di siti aziendali è importantissimo stabilire un contatto con il visitatore, nel caso di siti di eCommerce bisogna vendere prodotti, nel caso di siti di informazione è necessario catalizzare l’attenzione richiedendo eventualmente un commento finale; c’è anche l’eventualità di voler unicamente fare brand, e la cosa può richiedere molto meno tempo, ma questo è un altro discorso.

La call to action è parte integrante del persuasive copywriting: bisogna spazzar via tutti i dubbi del potenziale cliente per spingerlo all’azione. Non sto dicendo di ingannarlo, sia chiaro, ma di riuscire a fagli comprendere il vero valore del prodotto (o del servizio) che si sta vendendo e soprattutto l’effettiva necessità, a volte inespressa.

Si potrebbe parlare e scrivere per ore a proposito delle tecniche di persuasive copywriting capaci di spronare l’utente all’azione; purtroppo, tali tecniche cambiano con il tempo, si evolvono e variano da situazione a situazione.

Per un lungo periodo è stata di moda la call to action in cambio di qualcosa: eBook, gadget, software regalati a fronte dell’iscrizione al sito, alla newsletter, al feed RSS etc. Un’altra tecnica, secondo me un po’ meno etica, consisteva (e lo fa tutt’ora) nel far credere all’utente di trovarsi di fronte ad un’offerta in scadenza (minuti-ore-giorni) oppure di trovarsi di fronte ad un prodotto venduto ad un quarto del valore reale.

Forse queste tecniche non sono male, ma le trovo troppo yankee, troppo americane. Purtroppo (o per fortuna) il marketing americano è molto diverso dal nostro. Un italiano tende a considerare pacchiano un venditore che utilizzi modi e terminologie made in U.S.A.; questo non esclude che tale venditore si riveli fin troppo persuasivo…

Io credo che il persuasive copywriting con relativa call to action si debba basare sulla qualità del prodotto e sulla corretta esposizione dello stesso.

Mentre ero intento a scrivere questo post, cercando maggiori informazioni a proposito di C.T.A. e P.C., mi è capitato sotto gli occhi un interessante articolo a tema di Nathan Stewart.

Nonostante sia americano, propone un modello che definirei marketing stile latino (o forse europeo). Alla Call to Action, aggiunge i Points of Resolution e le Resolving Doors. Per chi volesse leggere l’articolo (in inglese): Calls To Action, Points of Resolution and Resolving Doors.

Attenti poi a non esagerare!!! Troppe Call To Action in una pagina, sono assolutamente penalizzanti sia in termini di valorizzazione di contenuti, sia di usabilità. Sempre meglio poco ma buono!

Tagged with: accessibilità • Comunicazione • marketing • web 2.0 • webwriting 
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