
E’ così difficile parlare di contenuti? Davvero non ci sono argomenti su cui discutere? E perchè è così difficile per imprese, enti e persone parlare di sè stessi? Mettersi in gioco è la sfida del futuro.
Prendo spunto dalle notizie apprese dagli organi di stampa sia online che offline relative al progetto di legge sul federalismo. Così a naso, non si è capito nulla. Forse è ancora presto ma ho la netta sensazione che si stia comprendo un pasticcio. vuotando di contenuti un progetto che era uno dei cavalli di battaglia della Lega.
Ma non è solo questo. Nella mia attività mi trovo sempre di più ad affrontare situazioni in cui le aziende si trovano in enorme difficoltà a dare un senso e un contenuto valido (anche dal lato emotivo) al proprio progetto imprenditoriale. Il know how segreto e le esperienze anch’esse tenute nel massimo riserbo possibile rendono il passaggio al sistema della “condivisione” ancora un vero e proprio limite difficile da valicare. Tutto sommato la tanto declamata e temuta globalizzazione, non è di fatto ancora realtà, almeno dal punto di vista culturale e sociale.
Ma fare impresa non è solamente una manifestazione economica, ma anche e soprattutto sociale, pertanto diventa sempre più importante, imprendiorialmente parlando, allinearsi e seguire le evoluzioni sociali, per dare un senso al proprio progetto d’impresa. Se invece si pensa e si ragiona solamente entro i limiti del proprio giardino di casa (come appunto la nostra demenziale classe politca fa) le prospettive di sviluppo diventano molto fosche e quasi di sicuro insuccesso.
La crisi mondiale di questi tempi, secondo il mio modestissimo parere non è solo una crisi finanziaria arrivataci tra capo e collo a causa della poca lungimiranza e stupidità dei finanzieri “creativi” (comunque ancora più stupidi e meno lungimiranti son stati coloro che ci hanno creduto) ma siamo di fronte ad una crisi sistemica che nasce da modificazioni ANCHE di carattere sociale che si stanno manifestando nei paesi più industrializzati.
Qualcuno disse che stiamo entrando nell’era della comunicazione. E così è. La tecnologia inoltre amplifica in modo pazzesco questo concetto. E’ una comunicazione più raffinata, poliedrica, sicuramente polilaterale e non certo la comunicazione di marketing che conosciamo e che sta lentamente morendo (ma proprio così lentamente?).
Ma comunicare significa condividere. Condividere idee, aspirazioni, visioni ed esperienze. Purtroppo le imprese che hanno un management poco flessibile e magari anche “anzianotto” non sono pronte a questo passo e il mestiere del pubblicitario, in questi casi diventa molto difficile. Si deve lavorare con una pelle da coccodrillo e con la mentalità del “prendi i soldi e fregatene” oppure cercare di evangelizzare in base ad un codice etico e morale che spesso non è compreso e nemmeno apprezzato?
Eppure ci sono realtà imprenditoriali che hanno “annusato l’aria” e si stanno convertendo al nuovo che avanza. E con notevole successo anche. La stessa Nestlè ne è un esempio. Oppure le grandi testate giornalistiche, che chiuderanno le strutture tradizionali per portarsi sul web, non solo per una questione di razionalizzazione dei costi. Da noi, in provincia, le cose sono più difficili.
Nella stragrande maggioranza dei progetti nei quali vengo coinvolto, a diversi livelli, mi scontro con l’incapacità della committenza di argomentare e di produrre contenuti. Certo, può ed è compito del copy produrre ciò che manca. Ma il lavoro del copy, non è capito nè tantomeno apprezzato (al cliente non frega nulla, vuole vedere solo qualche immagine e niente testi, tanto non legge).
Quando il committente scavalca le competenze del pubblicitario di professione, la frustrazione diventa massima. E il risultato finale è che il progetto alla fine non solo non funziona, ma non ha alcun senso.
Per chi ha costituito un’impresa magari 50 o 60 anni fa, è difficile oggi riporsi nelle condizioni iniziali e dare un senso, in termini di contenuti e di comunicazione, al proprio progetto d’impresa. Ma lo sforzo deve essere fatto. Non si può, oggi, non riconsiderarsi per rimanere in gioco. Il mondo sta andando avanti e stavolta, la rivoluzione arriva dal basso. Non cogliere le opportunità che arrivano da questi cambiamenti significa crisi economica e sistemica per lunghi anni a venire.
La gente ha voglia di essere coinvolta e a tutti i livelli. Ma per creare consenso, occorre comunicare e per comunicare occorre condividere. Altrimenti le persone non ti ascoltano e non sei interessante.
















La globalizzazione esiste ed è tutta del tipo sbagliato, cito rapidamente Håkon Wium Lie “Informa globalmente, produci localmente” .
Chi ha costituito un’azienda anni fa (anche 50 o 60 magari) è il classico pidocchio arricchito: gente che fa comunicazione con la vanga e il badile.
Hanno l’idea perversa che la gente abbia il suo livello culturale e quindi se ne fregano, creando pubblicità e situazioni comunicative indicibili. Ovviamente loro ne sanno di più di una persona che ha lavorato per l’agenzia Testa di Milano, una delle maggiori in Italia in questo campo.
Ho (purtroppo) esempi a me vicini di persone simili ma la speranza tarda a morire; l’ultima scuola di danza a cui abbiamo curato la comunicazione ci ha persino pagato (lo stage dovrebbe esser gratuito), il che mi fa ben sperare.
Il vedere poi i nostri progetti (borsine, manifesti, nuovi corsi) realizzati ci ha riempiti di gioia: allora anche degli amministratori 50enni possono capire il valore della comunicazione fatta bene!
Il contenuto si può produrre, in questo caso dovevamo parlare di danza: il problema è che spesso non si stanziano fondi e tempo per creare quelli corretti.
Marco