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Dopo il mio pesante articolo di ieri, ecco che arriva la realtà ancora più pesante. Le dimissioni di Silvio Berlusconi, a tempo determinato, hanno provocato una tempesta finanziaria senza precedenti. In queste ore siamo sotto attacco degli speculatori e di tutti coloro che non credono più in questo Paese. E cominciano ad essere in tanti.

Mi lascia sgomento vedere che molti non hanno la percezione reale di ciò che sta accadendo. Siamo inermi davanti all’idea di un fallimento e non capiamo cosa significhi. Noi generazione di 40 enni siamo nati nel benessere, nell’idea di un mondo costruito attorno a noi, per noi e con noi. Siamo i figli della Milano da bere, di coloro che sono nati dopo la Guerra Mondiale, spinti dal fascino della ricostruzione, del boom economico, della spensieratezza di chi sapeva cosa fare domani. Noi ora ci troviamo increduli, quasi non vogliamo capire che questo domani, non c’è più e non siamo capaci di immaginarci un domani nuovo anche per le generazioni future.

La cosa assurda che vedo oggi è che cerchiamo disperatamente di salvare il salvabile avendo però piena coscienza che ciò che andrebbe salvato, dovremmo disfarcene. Risolvere nuovi problemi con vecchie metodologie serve solo a peggiorare la situazione e davanti a noi abbiamo la realtà che ce lo dimostra.

Questa situazione ha origini lontane. Possiamo davvero cominciare con gli anni 70, con l’entrata in vigore delle Regioni. Fu il periodo della crisi petrolifera che mise in ginocchio il Paese costringendolo a chiedere aiuti al Fondo Monetario Internazionale che salvò l’Italia dal collasso economico e finanziario. Fu il periodo della prima crisi industriale vera quella che anche qui in provincia, a Carpi lasciò sul lastrico innumerevoli aziende.

L’errore grosso di allora fu quello di pensare al consenso politico più che al futuro e invece di investire in crescita, in infrastrutture e sistemi, in ricerca e sviluppo, si preferì, grazie alla compiacenza dei sindacati, gonfiare gli uffici pubblici di dipendenti per evitare la bomba sociale della disoccupazione mostruosa. Questo vero e proprio processo di statalizzazione nascosta della vita del Paese è continuata fino ai giorni nostri. Baby pensioni, pensioni di invalidità facili (oppure non giustificate), assunzioni a tempo determinato perenne e via dicendo. Intere città si sono deindustrializzate.

Prendete Genova, con il suo porto, cone le sue industrie metalmeccaniche ormai dismesse. Interessante la disamina del Sindaco di Genova che spiega il disastro idrogeologico della città proprio partendo dal processo di deindustrializzazione e dal conseguente spostamento, in accordo con l’amministrazione locale, dell’asse economico dall’industria all’edilizia. E proprio così negli anni ’70 per dare una casa a tutti, si è cominciato a costruire selvaggiamente là dove non era possibile. L’edilizia per anni ha nascosto, con il suo boom artificiale, i mali economici dell’Italia. Ora abbiamo tutti una casa, chi più e chi meno, ma saremo sempre più disoccupati. I giovani invece, se saranno fortunati, erediteranno la casa dei genitori e se la venderanno per sopravvivere, sempre che qualcuno la compri.

Dagli anni ’70 è cominciato a galoppare il debito pubblico e l’inflazione ha fatto il resto. Fino agli inizi degli anni ’80 il tasso inflattivo medio italiano era “galoppante” con punte a due cifre. Nel ’74 l’inflazione era del 24%, nel ’76 era del 21%, e da lì fino al 1983 non è mai scesa sotto il 12%. Fu anche per questo motivo che sotto il governo Craxi fu abolita la “scala mobile”.

In quel periodo nulla si fece per la crescita. Se ci pensate, ancora oggi viviamo di ciò che è stato costruito tra gli anni ’50 e ’60 a livello infrastrutturale. Sì, delle cose son state fatte ma poche rispetto a prima e soltanto migliorie a causa dell’aumento del traffico, della popolazione ecc… Se pensiamo ai quartieri intorno a Roma, sorti come funghi grazie alla speculazione edilizia ma serviti malissimo dalla rete infrastrutturale …. Città cresciute senza un progetto urbanistico, tutto lasciato al caso, alla speculazione e alla volontà del più ricco e potente di turno. Fu proprio qui, in questo contesto, che nacque la figura di Berlusconi, ricordate?

Non un investimento per la crescita. Noi di fatto non cresciamo da 40 anni eppure spendiamo come e più degli altri. Fare impresa in Italia è complicatissimo, le barriere d’ingresso sono enormi, la pressione fiscale è pesantissima, le mancanze di infrastrutture sono imbarazzanti per un Paese che è comunque ancora la 7a o 8a potenza economica mondiale e soprattutto esiste un problema ormai secolare e mai risolto che è il sud del Paese.

Paradossalmente, quello che sta accadendo in queste ore, porterà i prossimo governi ad avere margini di manovra ancora più stretti. Se è vero che l’Italia può reggere uno spread di 500 punti base dal titolo tedesco è altresì vero che crescendo il costo sul debito pubblico, finanziabile solo con altro debito pubblico, i margini di manovra per investire in crescita diventano talmente limitati da generare un vero processo autodistruttivo. Perchè se anche riuscissimo nel 2013 a raggiungere il pareggio di bilancio con un debito pubblico pari al 113% del PIL, comunque rimaniamo infrastrutturalmente parlando deboli se non dissanguati. I prossimi esecutivi dovranno mantenere ferocemente la barra a dritta con il controllo dell’inflazione, della spesa pubblica e ridurre all’osso il fabbisogno dello Stato tagliando linearmente ove potranno. Che piaccia o non piaccia non ci sono altre strade.

Di riflesso, le soluzioni drammaticamente costose in termini sociali,  avranno effetti pesantissimi su tutta la spirale positiva di crescita del Paese. Si deve prendere atto che lo Stato per potersi salvare, non è in grado momentaneamente di fare da volano per la crescita. Non almeno per i prossimi 2 anni, vista la lettera della BCE che ci consiglia vivamente ulteriori tagli e riforme politicamente difficili da digerire. L’eredità che Berlusconi lascia è pesante, talmente pesante che nemmeno l’opposizione ha voglia di prendere in mano la patata bollente. Ecco perchè si tenta disperatamente di risolvere il conflitto politico con un governo tecnico guidato da una figura di alto prestigio anche internazionale. Ma non so se Mario Monti voglia infilare la testa nel tritacarne.

Ecco quindi perchè pagheremo 40 anni di governance politica da galera. Il debito pubblico accumulato in questi 40 anni, non è stato impiegato per fini produttivi ma per finanziare l’impiego pubblico e le pensioni. E’ il motivo per cui già oggi, moltissimo giovani tra i 18 e i 35 anni vivono grazie alla pensione dei nonni. Questo è quello che abbiamo …. un pugno di mosche.

Mala tempora currunt!

 

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Un po' di me:
Istrionico, ironico e positivo. Mi definisco così. C’è chi mi definisce colto ma io non lo penso. Credo che la vera cultura sia ben altro. Ho la fortuna di essere nato a cavallo di due culture, quella tedesca e quella italiana e sono perfettamente bilingue, questo per me è sempre stato un grande vantaggio. Sono convinto che siano le cose fatte, quelle che dimostrano ciò che davvero sei. Perciò, andiamo avanti!

6 Comments:


  • By Federico 09 nov 2011

    Analisi perfetta. Spero che questa volta la gente apra gli occhi e finalmente si possano applicare le ricette per guarire il malato Italia.

    I primi ad aprirli dovrebbero essere i politici, i confindustriali ed i sindacati.

    Come dice il detto: “Il medico pietoso non cura il malato.”.

    Sarà un bagno di sangue per tutti noi ma alla fine risorgeremo come l’araba fenice.

  • By Fra' Cesco da Mantova 09 nov 2011

    Non ci resta che la rivoluzione…

  • By Stefano 10 nov 2011

    Grazie Andreas per la tua analisi.

    Presto i politici troveranno una risposta al problema.(concordo con Federico: risorgeremo). Le migliori menti sono all’opera. Bisogna solo avere fiducia e aspettare, teniamo duro.

    Come è già più volte accaduto in passato, risorgeremo dalle nostre ceneri. Certo: non sarà tutto uguale a prima, qualcuno riesce a prevedere cosa accadrà? immaginare il futuro è un conto, progettarlo è un altro.

  • By Dario 10 nov 2011

    A mio avviso, sarà un bagno di sangue già adesso. L’Europa ci chiede sacrifici a cui non siamo abituati e vedrete che genereranno parecchi problemi di ordine politico e sociale. Se pensate che di fatto esisterà la cassa integrazione e il licenziamento anche per il pubblico impiego, non è una cosa così carina per i sindacati. Staremo a vedere. Comunque Andreas, di nuovo un bel pezzo!

  • By Veronica 10 nov 2011

    Ottima analisi Andreas, condivido pienamente. Sono tra quelli che vogliono credere che questa sia la volta buona per l’Italia.

  • By Pietro Suffritti 11 nov 2011

    1) le rivoluzioni sono come le febbri: raramente risolvono, e solo in caso di malattie leggere. nel caso di quelle pesanti , ti mandano definitivamente al creatore. perche’ il problema , come ho gia’ scritto, non e’ “fare la rivoluzione”. e’ il DOPO. fare la rivoluzione serve solo a cambiare chi sta al potere, non a dare le idee a chi deve governare ne’ tantomeno a gestire una nazione. e dopo le rivoluzioni c’e’ sempre il terrore
    2) la fiducia non serve a niente, la fiducia e’ il bis verso l’universo della divina provvidenza. dio aiuta chi si aiuta da se. le soluzioni le conosciamo e non vogliamo applicarle. esempio? quando ho dato l’esame di stato ho dovuto studiare la sicurezza sul lavoro su c.a. 20 testi diversi. due anni dopo il mio collega l’ha fatto su un testo unico, non perfetto se vogliamo ma comprensibilee applicabile. in mezzo c’era stata la thyssen-krupp.
    deve sempre esserc una thyssen krupp per fare leggi applicabili? e ci deve sempre andare bene quando non e’ cosi’?

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