Il reddito dei dipendenti italiani è in mano al Fisco

Il declino del salario degli italiani

La busta paga del lavoratore italiano viene fagocitato dal fisco e secondo l'OCSE è al 23° posto. Uno scandalo!

Andreas Voigt | martedì, gennaio 5th, 2010 | 2 Comments »

So che questo è un argomento discusso e delicato ed è difficile per molti versi trattarlo in modo semplicistico soprattutto perché è facile cadere nella faciloneria, però resta comunque un argomento scottante che parallelamente al problema del lavoro, ha ripercussioni piuttosto negative sul sistema economico italiano.
Il salario degli italiani, lavoratori nel settore pubblico e privato, è un po’ la cartina di tornasole dell’andamento generale del Bel Paese: in declino.
Ed è un declino sistemico, non un declino economico, che sia ben chiaro. L’Italia economicamente parlando ha i suoi punti di eccellenza, il brand Made in Italy è ancora vitale e futuribile. Ma il sistema Paese ha i suoi enormi problemi e questi prima o poi verranno al pettine.
Parlando del salario della stragrande maggioranza dei lavoratori italiani, i dati OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) dicono che il costo del lavoro in Italia cresce mediamente più in fretta, rispetto agli altri Paesi europei: nei servizi, il 2,1% e nell’industria l’1,3% rispetto agli 0,7% e 0,5% dei Paesi Europei dell’area OCSE. L’Italia qui è in testa alla classifica. Non male.
In sostanza, dalle ultime analisi OCSE, emerge che l’Italia figura in testa alla classifica per quanto concerne l’aumento del costo del lavoro, ben oltre i livelli dei paesi più industrializzati, addirittura nel mondo, tranne la Corea del Sud.
Purtroppo però, l’aumento del costo del lavoro non registra un altrettanto aumento di ciò che rimane in tasca al lavoratore. I problemi grossi sono anche qui. Il prelievo fiscale e contributivo è ai massimi livelli, tra i più alti in Europa, ma con un livello salariale non certo da prima donna. Anzi. Ecco che Fisco e costo del lavoro, iniziano a frenare le assunzioni.
Intanto, sempre secondo l’OCSE la busta paga degli italiani è al 23° posto. Non male nemmeno qui!

Cito un articolo di Mario Sensini (http://www.corriere.it/quotidiano/archivio/mario_sensini.shtml) apparso sul Corriere della Sera Online che dice:

Gli stipendi lordi degli italiani sotto la media Ue del 32,3%

Non solo tasse, pesano i contributi sociali. L’Ocse: buste paga al 23esimo posto

ROMA — Non è solo un problema di tasse. È vero che l’imposizione fiscale fa del suo meglio, ma se le buste paga degli italiani, che nel 2008 secondo i dati anticipati dal Corriere della Sera, hanno denunciato un reddito medio di 19.100 euro, sono tra le più basse in Europa e tra i Paesi industrializzati, è colpa anche dei salari lordi troppo bassi e dei contributi sociali molto alti che gravano sui lavoratori e sulle imprese. E un po’ anche dell’università che in Italia, a differenza di moltissimi altri Paesi, non rappresenta un investimento redditizio per ottenere salari più alti nella carriera lavorativa.

Secondo le ultime classifiche dell’Ocse gli stipendi netti degli italiani sono al ventitreesimo posto nella classifica dei trenta Paesi più industrializzati che aderiscono all’organizzazione. E se si considera lo stipendio al lordo delle ritenute fiscali e dei contributi, la nostra classifica migliora solo di una posizione. A parità di potere d’acquisto, lo stipendio di un lavoratore italiano single senza figli è pari a 30.245 dollari, e nella graduatoria Ocse siamo davanti solo alla Repubblica Ceca, l’Ungheria, il Messico, la Nuova Zelanda, la Polonia, il Portogallo, la Slovacchia e la Turchia. E nella classifica che considera il salario netto, pari per un italiano a 21.374 dollari, ci supera pure la Nuova Zelanda. La nostra distanza dalla testa della classifica, che vede al primo posto per il salario netto la Corea (39.931 dollari), seguita da Regno Unito (38.147) e dalla Svizzera (36.063), è siderale. Ma siamo molto lontani anche dalla Germania (29.570 dollari) e dalla Francia (poco più di 26 mila).

Per farla breve, basti considerare che i salari lordi italiani sono più bassi del 32,3% rispetto alla media dell’Europa a quindici. Naturalmente, siamo ben sotto la media dei 30 Paesi Ocse, con un 16% per cento abbondante in meno. Le differenze del salario tra gli italiani e i loro concittadini europei appaiono ancor più macroscopiche se si considerano i valori assoluti degli stipendi: 26.191 euro lordi per un lavoratore medio italiano, 32.826 per un francese, 43.942 per un tedesco e poco meno per un olandese. Solo spagnoli, greci e portoghesi, ma senza considerare l’inflazione, le tasse ed i carichi sociali previdenziali, sono dietro. E il peggio è che con il tempo, da noi, le cose stanno peggiorando.

In vent’anni, secondo uno studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, il valore degli stipendi degli italiani rispetto al prodotto interno lordo è diminuito di quasi il 13%, contro una flessione media dell’8% registrata nei 19 Paesi più avanzati. I salari reali, secondo l’agenzia dell’Onu, considerati a parità di potere d’acquisto, sono crollati in Italia di quasi il 16% tra il 1988 ed il 2006. Il calo più forte, manco a dirlo, che si è registrato tra i primi undici Paesi industrializzati del mondo, superiore pure a quello della Spagna (-14,5%).

Colpa delle tasse, ma non solo. Pesano, e tanto, anche i contributi sociali. In particolare quelli a carico dei datori di lavoro: nella classifica Ocse l’Italia è addirittura ventiseiesima, seguita solo da Svezia, Repubblica Ceca, Ungheria e Francia (dove però c’è una tassazione del lavoro più bassa). Fatta la somma, la pressione tributaria complessiva sulla busta paga media di un italiano è pari al 46,5% del costo del lavoro, ed è più alta solo in Germania, Belgio, Austria e Francia. Così l’Italia occupa la posizione numero 19 nella graduatoria del costo del lavoro: con un valore di 39,9 siamo quasi alla metà della Germania (61,6) e di gran lunga sotto la Francia (51,2). Anche se negli anni il nostro Paese non pare proprio che sia riuscito a sfruttare questo vantaggio competitivo.

Sul banco degli imputati, allora, vanno pure le imprese ed il sistema dell’istruzione. E anche qui è l’Ocse ad illuminare con luce tetra la situazione del nostro Paese, uno dei pochi al mondo dove una laurea non garantisce affatto salari dignitosi e dove le imprese sembrano assai poco disposte a premiare la manodopera più qualificata. E le donne. Anche se sono dei geni.

Tra il 1998 ed il 2004 in Italia il differenziale di stipendio tra un lavoratore laureato ed uno che ha fatto solo la scuola dell’obbligo, è diminuito del 6,2%, del 5% se si considerano i lavoratori con il diploma di scuola secondaria superiore. È, ancora una volta, la flessione più consistente che si è registrata tra i 22 Paesi più industrializzati del mondo. Ma non è l’ultimo record negativo, perché a parità di livello di istruzione con gli uomini, le donne italiane sono quelle che guadagnano meno di tutte rispetto agli altri Paesi industrializzati del mondo. In media, il 50% in meno.

Aggiungerei il fatto che se andiamo a calcolare anche i balzelli extra-busta paga, che ogni giorno si pagano, su bollette, assicurazioni, beni di consumo ecc… , la percentuale che il lavoratore salariato lascia in mano al fisco, del proprio stipendio lordo è ben oltre il 50% e può toccare punte anche del 70%.

Io rimango fermamente convinto del fatto che il problema del salario è ANCHE  un problema culturale, che non investe solo il salario ma anche la qualità dei rapporti di lavoro. Ed essendo un problema relazionale tra datori di lavoro e prestatori d’opera, siano essi impedenti o liberi professionisti, diventa un problema di cultura. C’è veramente una scarsissima considerazione verso il lavoro altrui (e dire che il primo articolo della Costituzione sancisce che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro) per cui si ha da pretendere il massimo spendendo il minimo possibile.

Poi grazie anche alla cultura sessantottina e sindacalista, è stata uccisa la competizione e quindi la competitività e la produttività. Legare salari e rapporti di lavoro ad una componente competitiva quale può essere la produttività è un sacrilegio antidemocratico e antisociale che però ha comportato un appiattimento terribile del livello retributivo.

Se un dipendente volenteroso cerca di dare il massimo per la propria azienda, si trova ad avere le stesse soddisfazioni economiche di uno che cerca di fare “l’imboscato” magari stando in malattia ogni 3 per 2, è chiaro che si stufa e abbassa i suoi ritmi e il suo impegno: tanto non andrà mai da nessuna parte.

Io personalmente concordo moltissimo con Emma Marcegaglia quando dice che sarebbe ora di legare i salari, in parte, anche alla produttività: perché no? E’ davvero così becero e antidemocratico? La democrazia non dice che “abbiamo l’obbligo” di essere tutti uguali, anzi!

Legare i salari e non solo quelli, ma tutti i rapporti professionali, ad una componente competitiva sarebbe sicuramente un balzo in avanti e porterebbe enormi vantaggi. Ci sarebbe sicuramente un aumento del senso di responsabilità anche da parte dei lavoratori nel settore del pubblico impiego: lavori bene e tanto? Guadagni di più. Lavori poco e male? Guadagni di meno.

Certo non è necessario arrivare ai livelli di oltreoceano, dove la componente competitiva è la parte più rilevante soprattutto in particolari ambiti professionali, ma il giusto equilibrio delle cose non guasterebbe.

Voi cosa ne pensate? Sbaglio ?


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2 Comments

  1. barbara scrive:

    I Contratti Collettivi a livello Nazionale prevedono la corresponsione di somme ai lavoratori a titolo di “premio di produzione”, “premio di risultato”,“premio per obiettivi”, “Terzo elemento” o altre forme simili che sottendono la distribuzione di una parte degli utili del settore ai propri dipendenti.
    Si tratta di percentuali irrisorie, che non hanno niente a che fare con la competitività o con il “premiare un dipendente capace e volenteroso”.
    Fortunatamente esistono anche alcune mosche bianche: la Porsche nel 2008 donò ai propri dipendenti un bonus di 6000 euro per il successo ottenuto nella produzione e nelle vendite.

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