C’è crisi, dicono. Tutto è sotto una lente grigia che mostra una realtà fatta di tristezza, fallimento, angoscia, paura. L’Italia è in crisi, l’economia è in crisi, la globalizzazione è un massacro politico e sociale, i giovani non hanno lavoro, l’occupazione è in crisi, la politica è in crisi, Grillo è in crisi (mistica) …

C’è crisi. C’è così tanta crisi che te la mangi anche a colazione. Ti alzi con la crisi, ti lavi con la crisi, vai a lavorare (se sei fortunato) con la crisi e torni a casa (se non sei emiliano terremotato) con la crisi. Persino il terremoto è in crisi, talmente tanto che ai giornali non frega una cippa.

Tutto questo ci porta in un loop psicotico che ci distrugge. Diventiamo infelici e nel nostro stato di crisi identitaria e di infelicità non riusciamo più a vedere nulla. Niente futuro, niente visione, niente di niente. Il mondo si ferma davanti al nostro zerbino di casa perchè quello che vediamo fuori da lì ci schifa di più di quello che abbiamo in casa. Tutta colpa della crisi se le famiglie sono in crisi, gli ideali sono in crisi, i valori sono in crisi, la moglie è in crisi isterica continua e il frigorifero ti sbatte in faccia la realtà, il tuo portafogli è in crisi e non puoi più riempire il frigo.

E in questo loop distruttivo i media ci sguazzano. Ogni 10 minuti senti parlare dello spread che sale e della borsa che scende, del debito pubblico che sale e del PIL che scende, del deficit che sale e dei posti di lavoro che scendono. Sembra di stare sulle montagne russe e la destinazione finale è l’inferno.

Siamo così in crisi che siamo davvero in crisi. Non reagiamo più. Si dice che il 35% degli italiani, allo stato attuale, non andrebbero a votare. Che voti? Sei in crisi e non sai a che santo votarti. Sono in crisi pure i santi, tant’è vero che si pensa di accorpare le feste patronali alle domeniche, per far alzare il PIL. Il Papa, in crisi pure lui, regala di tasca sua 500 mila euro ai terremotati ma fa portare via gli oggetti di valore dalle chiese devastate dal terremoto, le casse dello IOR sono in crisi.

A me francamente, sta crisi ma un po’ sfrancicato la “sacca maronale”. Scusate il lessico un po’ raffinato. Ma non ne posso più! Voglio ribellarmi alla crisi. Io non sono in crisi ma sono in uno stato che se Bersani potesse parlare, direbbe di non contentezza. Ecco, non sono contento. Non sono ancora arrivato alla tracimazione ma manca poco. Dopo la non contentezza arriva lo scoppio e da lì in poi sarà un ritorno alla felicità.

Sembra che il mondo si sia fermato. Tutto ruota intorno all’economia e l’economia è in crisi. Ma è un controsenso! L’economia di chi? L’economia non potrà mai essere in crisi, al massimo possono essere in crisi alcuni modelli economici. Eh ma cambia parecchio la questione!

Ieri, ho discusso un po’ animatamente con Marco Poggi, persona che stimo moltissimo, sulla questione della crisi Europea. Il loop negativo nel quale stiamo cadendo ci sta portando a credere che il nemico, il colpevole sia fuori dai nostri schemi. Il concetto che passa è “è colpa dell’altro se io sto male” e non ci si preoccupa nemmeno di capire i perchè dell’altro. Manca completamente l’analisi identitaria e questa, nolenti o volenti parte dalla verità, dal cominciare a non raccontarsi le bugie in tasca, dal prendere coscienza che i problemi nascono prima di tutto in casa nostra ed è in casa nostra che dobbiamo risolverli.

Il problema è che stiamo cercando di risolvere i nostri problemi con le stesse persone e gli stessi strumenti che questi problemi li ha creati. La cosa incredibile è che per giustificare il loro intervento salvifico, queste persone tendono ad ingigantire ancora di più i problemi. Non è un fenomeno locale, intendiamoci, è un fenomeno mondiale. Facendo un rapido calcolo di quanto fatturano i 10 maggiori istituti finanziari mondiali è facile capire che i problemi sono concatenati, cioè se un istituto finanziario ormai sovranazionale entra in crisi, si porta appresso tutto, economia reale, Stati sovrani, governi e interi modelli societari.

Siamo fermi in un vicolo che ci sembra cieco. Non riusciamo a vedere oltre il muro, oltre quella siepe di leopardiana memoria e per questo siamo convinti, fortissimamente convinti che le soluzioni alla crisi siano dentro alla crisi, dentro agli aspetti negativi di quei processi e modelli economici che in realtà sono forse arrivati al capolinea.

Eppure, l’economia insegna che questa essendo la manifestazione oggettiva dell’ingegno umano può benissimo trascendere dai modelli economici e andare avanti. Il mondo in realtà non si è mai fermato, semplicemente si è evoluto. L’economia reale è ben altra cosa rispetto ai modelli economici finanziari usciti dalle banche d’affari. In fin dei conti, tutto ruota intorno alle banche e ai sistemi monetari ed è proprio qui che si giocano le guerre mondiali moderne.

Noi siamo tutti dentro ad una enorme guerra mondiale, solo che a differenza da quelle che ci hanno preceduto, non sentiamo esplodere le bombe, fischiare i proiettili e non contiamo morti a decine di migliaia per un giorno di battaglia. Eppure di morti ce ne sono e sono morti diversi, sono morti dentro, sono uccisi nella crisi, portati alla crisi interna che è peggio della morte fisica. Lo spirito di libertà del pensiero è stato piegato alla volontà di chi gestisce la crisi per tutelare i propri interessi. Così si pagano fiori di tecnici, di esperti economici, di scienziati del denaro, per farci spiegare come uscire dalla crisi e conseguentemente rientrare in un’altra. Paghiamo un medico specialista per farci dire quello che il nostro medico di famiglia già ci aveva detto e cioè che siamo malati.

L’Italia più di tutti soffre questa malattia che porta alla paralisi mentale. Soffre per via dei propri legacci culturali che la lega al pensiero cattolico della sofferenza terrena che laverà via ogni dolore nel momento del trapasso. Ok soffrire, ma chi ha detto che si debba soffrire tutta la vita? Si può e si DEVE essere anche felici. La ricerca della felicità DEVE essere un diritto inalienabile esattamente come lo stato di felicità personale, ovviamente senza ledere i diritti altrui. L’atteggiamento fatalista porta così alla non reazione, all’accettazione di tutto ciò che viene imposto perchè qualcuno là in alto ha deciso così. Il libero arbitrio è la negazione della crisi!

Scusate ancora l’espressione poco ortodossa, ma vaffanciuffolo alla crisi! Io non sono in crisi! E protesto! Critico! Osservo e giudico! E tra poco me ne vado in vacanza! Ricordiamoci che il mondo non si ferma!