Internazionalizzazione e impresa

Internazionalizzare oggi per vincere domani

L'internazionalizzazione oggi è il vero valore aggiunto di un'impresa competitiva. L'Italia è diventata troppo piccola per sopravvivere.

Andreas Voigt | martedì, marzo 9th, 2010 | 2 Comments »

Perchè internazionalizzare la propria azienda è così importante oggi? E soprattutto cosa significa? Uno dei punti caldi oggi, è proprio la capacità di un’impresa di essere competitiva non solo più all’interno del suo mercato di origine, ma nel mercato globale. I protagonisti orami non sono più solo gli USA, Giappone, Canada e i paesi europei, ma l’esplosione economica dei paesi del Far East con Cina in primis e diversi paesi africani e sudamericani, con il Brasile in testa, ha portato le imprese a doversi misurare con moltissimi competitors anche sul proprio territorio nazionale.

Basta un dato significativo per capire la questione: il sistema Italia, economicamente parlando, fino a 15 anni fa ancora deteneva il 3% della ricchezza mondiale prodotta, oggi siamo a livelli di microdecimali. Non è un dato poco significante. Non significa nemmeno che l’Italia ha perso quote di mercato per propri demeriti (cosa in parte vera) ma certamente possiamo dire che sono semplicemente aumentati i protagonisti sul mercato globale. Questo dato tra le altre cose è significante per tutte le imprese italiane, non solo quelle medie e grandi. Le piccole imprese spesso vivono di indotto ed è facile capire che se l’indotto diminuisce a causa di mancanza di commesse nelle grandi imprese, l’economia globale ne risente.

Ma allora cosa fare? Prima di tutto rendersi conto che l’Italia è diventata davvero piccola. Non c’è posto per tutti. La compressione del mercato del lavoro, l’enorme debito pubblico, la mancanza di investimenti in infrastrutture, formazione e conoscenza, ci porta per forza di cose a guardare fuori dalla finestra. E tutto sommato, credetemi, spesso è molto meglio!

Non tutte le aziende però, anzi poche purtroppo, sono in grado autonomamente, di iniziare un processo di internazionalizzazione. Occorrono professionalità e conoscenze dei mercati esteri che sono di tutto rispetto. E’ facile giocarsi la reputazione e soprattutto diversi gruzzoli, se non ci si prepara prima. Oltre alla conoscenza delle lingue, che non è cosa da poco (almeno l’inglese sarebbe già ottimo) occorrono conoscenze in materia di prassi doganali e bancarie, metodologie commerciali, usi e costumi dei Paesi per i quali si è interessati ad intrecciare relazioni commerciali.

Certo non tutte le imprese hanno le risorse interne per internazionalizzarsi ma possono benissimo rivolgersi a strutture e agenzie competenti che fanno dell’internazionalizzazione il proprio mestiere. Anche qui però esistono luci e ombre, come purtroppo succede qui da noi, dove il senso dell’etica professionale è spesso di basso livello. Può succedere di incappare in veri e propri banditi, quindi scegliere con cura e attenzione. In tal senso possono aiutare anche le associazioni di categoria (API, CONFCOMMERCIO, FEDERIMPRESA, CONFINDUSTRIA, CNA e chi più ne ha più ne metta) o le camere di commercio italo-straniere. Cominciare innanzitutto ad informarsi sempre e ovunque, non è mai una pessima soluzione, anzi. Poi ovviamente, andare di persona per rendersi conto con i propri occhi, è sicuramente di enorme vantaggio.

Io personalmente, propendo sempre per investire qualcosa di importante in risorse umane, interne possibilmente. Un bravo “commerciale” abituato a fare pubbliche relazioni all’estero, che parli ottimamente l’inglese, è già un enorme vantaggio competitivo.

Leggevo stamattina un articolo interessante sul sito del Sole 24 Ore che qui riporto. Non è certamente connesso strettamente a questo argomento, ma lascia intendere che chi ha investito in competitività e internazionalizzazione, oggi, gode di notevoli vantaggi rispetto a coloro che purtroppo sono rimasti fermi al palo. Gli anni ’80 sono finiti!

RIGORE E SVILUPPO / Vogliamo un’Europa più tedesca o più greca? – Il Sole 24 ORE
Un’Europa tedesca o una Germania europea? Questo interrogativo, ai tempi in cui Thomas Mann lo evocò, era lo specchio di tragedie esistenziali e di fallimenti politici.


Noi crediamo nella Rete e nella condivisione della conoscenza

Fare rete, condividere esperienze, progetti, soluzioni e conoscenza, significa entrare in una nuova dimensione, dove la professione di ognuno è la massima espressione di un senso comune di appartenenza e di valori.

Fare rete significa oggi, non solo non essere più soli ma avere il massimo vantaggio competitivo in termini di qualità e di opportunità affinché il cliente finale possa vincere in un mercato globalizzato, sempre più aggressivo.


2 Comments

  1. Massimo Domenici scrive:

    Anche questa tematica la trovo interessante e vorrei contribuire molto modestamente con un commento.
    Sono perfettamente d’accordo in linea generale; difficile non esserlo non soltanto perché il nostro mercato interno è indubbiamente saturo, ma soprattutto perché questo tipo di problema riguarda un po’ tutti i Paesi industrializzati. D’altro canto alcune nazioni che soltanto pochi decenni fa erano terra di conquista a causa della loro arretratezza sul piano economico-industriale, sono come giustamente fai notare, in fase di crescita esponenziale e direi che cominciano anche a fare, sotto il profilo economico, paura. Vedi la Cina che ha fatto da apripista, ma non dimentichiamo l’India con la sua grande capacità di immettere sul mercato non più soltanto manodopera, ma personale altamente qualificato con livelli di preparazione tale che ormai possiamo parlare solo di eccellenza.

    Ed è proprio per questo motivo che mi ha colpito il passo in cui scrivi di investire nelle Risorse Umane (lo scrivo maiuscolo perché è un tema che ho molto a cuore) e possibilmente, facendo crescere quelle interne all’azienda. È un argomento che di riflesso interessa le aziende, perché purtroppo è il nostro sistema paese che per primo non investe sulla scolarizzazione dei giovani, dimenticando che ormai non basta più affidarsi alla sola capacità d’inventiva, all’aiutati che Dio t’aiuta o alla capacità di inventarsi qualcosa o qualcuno che non si è.

    Nelle aziende comunque, per non andare troppo fuori tema, si dovrebbe dare inizio ad una cultura del dialogare e confrontarsi, abbandonando la consuetudine di trattare soltanto con i pari livello, abbandonando certe organizzazioni che prevedono ancora strutture di tipo gerarchico. Creare un filo che conduca la comunicazione e l’informazione nei due sensi di marcia senza filtri che possano schermare le opinioni, credo possa aiutare ad avere più fiducia e una collaborazione più fattiva tra i responsabili e collaboratori e viceversa.

    La mia convinzione è che sia necessario scendere spesso tra i propri collaboratori, renderli partecipi delle scelte argomentando e motivando le decisioni e assorbire le idee richiedendo anche valutazioni discrezionali. C’è bisogno che le aziende carpiscano il “valore aggiunto” che ognuno è in grado di dare. In fondo, tutto ciò risponde alla legge della domanda e dell’offerta, in cui è possibile creare le condizioni di “sinergia” (mi si passi il termine oggi tanto di moda), in grado di produrre reale competitività verso l’esterno e serenità di chi all’interno, con onestà professionale e intellettuale, contribuisce a costruire un’immagine di serietà e affidabilità della propria azienda.

    E poi c’è il problema della valutazione e la remunerazione delle reali capacità individuali che và necessariamente tutelata. Non sono rari i casi in cui le risorse vengono utilizzate impropriamente. Troppo spesso con la scusa degli stages, le aziende profittano di giovani ad alto potenziale, mortificandoli direi nell’intimo.
    In ultima analisi, ma non meno importante sono poi gli strumenti necessari al buon andamento di un azienda. La utilizzazione dell’informatica ad esempio, deve essere intesa in maniera omogenea (non sono rari i casi in cui la capacità comunicativa tra un ente interno ed un altro è nulla a causa della incompatibilità dei software). Le capacità informatiche possono essere utilizzate per snellire le burocrazie interne, per creare dei gruppi di lavoro, per istituire dei punti di contatto con l’esterno e quant’altro. Il computer attraverso le sue enormi potenzialità comunicative, è certamente lo strumento più idoneo a canalizzare i flussi di informazioni, pertanto è opportuno educare il personale a servirsene in modo che possano essere sfruttate.
    Ci sarebbe molto da dire ma poi sconfinerei in problematiche di carattere politico, oppure nell’istituzione aberrante delle parrocchie e parrocchiette che purtroppo ancora oggi, sono ancora vive nelle aziende causando spesso e volentieri perdita di competitività.
    Un caro saluto

  2. Biagio Caruso scrive:

    Salve,
    concordo pienamente con i commenti di chi mi ha preceduto.
    Aggiungo che molto spesso, soprattutto in ambito di PMI, il fattore “internazionalizzazione” è stato ed è affrontato con strumenti e risorse “amatoriali”, frutto più dell’improvvisazione o, ancor peggio, di incoffessati desideri esotici del management dell’azienda , convinto che l’Estero sia di moda, o che sia “in”…
    Al contrario, ritengo sia necessaria una forte cultura dell’internazionalizzazione , legata ad una strategia aziendale ad hoc..
    Saluti

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