
La crisi finanziaria ha solo scoperto i fili che portano ad una crisi molto più ampia e di complicatissima soluzione.
Come ormai sostengo da mesi e mesi, direi anni, la crisi occupazionale deve diventare un tema centrale per tutte e politiche economiche e sociali in Italia come in tutti gli altri Paesi Occidentali e non. La situazione sta iniziando ad assumere connotati pericolosi e inquietanti.
Leggiamo che la disoccupazione in Italia supera la soglia del 10%. Ovviamente il dato da solo non significa nulla e nasconde una realtà molto più drammatica. I dati non dicono che il calo del potere d’acquisto del salario dei lavoratori dipendenti italiani è sempre più in crisi. Il dato poi, nasconde che occorrerebbe dare una indicazione in relazione alla popolazione attiva e non solo in funziona di dato assoluto. Dimentichiamo inoltre, sempre in ambito salariale, che il reddito medio pro capite sta scendendo sempre di più mentre il prelievo fiscale è tra i più alti al mondo. Se poi al salariato, aggiungiamo il “popolo delle Partite IVA” il disastro è annunciato.
Sono un catastrofista? Io non credo.
Se OBAMA al discorso all’Unione dichiara che il tema principale della sua attività politica sarà il sociale e il lavoro, se persino il Papa si scomoda, pregando che si tuteli il lavoro facendo esplicito riferimento a FIAT e ALCOA, al di là di tutte le “Cassandre” che col loro catastrofismo alimentano un clima negativo e pessimista, un motivo ci sarà.
Meno lavoro, più crisi sociale. Meno lavoro, meno consumi e più crisi economica. Stanno saltando pian piano i paradigmi che regolano la nostra società moderna? Oppure è solo un momento passeggero?
Di sicuro, se è un momento passeggero, non sappiamo quando questo momento finirà. La fine non è dietro l’angolo e la ripresa economica è completamente slegata dalla ripresa del numero degli occupati. Noi oggi siamo quasi in quella situazione di crisi occupazionale, che ha portato il nazismo al potere nel 1933. Probabilmente non arriveremo a rivivere gli avvenimenti di quegli anni ma che il livello di povertà stia aumentando invece di diminuire, soprattutto per le famiglie che hanno più di un figlio, è un dato di fatto.
La cosa più “sinistra” è che non esistono visioni. Non c’è un disegno per il futuro, un progetto per le prossime generazioni. La politica, i nostri rappresentanti, coloro che governano, non hanno soluzioni. La politica è ormai un mondo a sé stante, una sorta di corte dei miracoli rinchiusa nei propri palazzi dorati che vive di autoreferenzialità e di “surrealismo” istituzionale. Ma la cosa grave è che questo immobilismo politico costa e costa moltissimo. Costa in termini di prelievo fiscale e di bilancio pubblico perché tutto l’apparato infrastrutturale che regola l’attività politica sta diventando un costo non giustificabile. Questo non vale per la sola Italia, anzi, è un problema Europeo. Stiamo sostenendo il costo di una infrastruttura amministrativo-politica europea che sempre di più si distacca dall’evoleversi della realtà economica mondiale. Una infrastruttura “nebulosa” e lontana dalla gente.
Per intenderci meglio, oggi in Italia ma anche negli alti Paesi europei, il cittadino paga per il mantenimento dell’amministrazione locale e cioè il comune nel quale vive, poi la provincia, la regione, lo Stato nazionale e infine l’Europa. E’ ovvio che nel momento in cui sono necessarie azioni economiche e politiche condivise tra gli Stati, veloci ed efficaci, tutto si blocca. Interessante notare e ricordare il fatto che le Province, in Italia, sono strutture temporanee che, con l’entrata in vigore delle Regioni, dovevano “sparire”. Sappiamo che tutto ciò che è temporaneo o “una tantum” in Italia diventa per sempre.
Mi pare di ricordare che nel programma della PDL che oggi ha la maggioranza in parlamento, c’era l’abrogazione delle province. Sono ancora lì.
Mi rendo conto però, che lo smantellamento o la destrutturazione in nome dell’efficienza e della snellezza degli apparati, se da un lato sono sicuramente da inserire nella “to do list” di un programma politico serio, abbiamo come contraltare poi il problema di lasciare a casa centinaia di migliaia di persone che molto sicuramente non sarebbero assorbite dal mercato del lavoro. Altra disoccupazione!
I bilanci dei comuni, se analizzati con criteri seri, secondo le regole di una vera e propria S.p.A. quotata in borsa, sarebbero tutti abbondantemente in passivo. Un esempio, il piccolo comune nel quale abito, dove in bilancio è stata inserito un capitolo di introito derivante dagli oneri di urbanizzazione che con ottimismo fuori tempo e fuori misura sono stati previsti in aumento, quando la crisi edilizia imperante qui porta a pensare che con tutta probabilità sarà una voce di bilancio totalmente disattesa dalla realtà dei fatti. Eppure l’amministrazione comunale della cittadina nella quale abito, è il maggior datore di lavoro!!!
Ma, rendere più snelle ed efficienti le amministrazioni pubbliche, diminuire i costi della politica, ridurre le infrastrutture amministrative, deburocratizzare, deregolamentare, liberalizzare, riformare il sistema fiscale, significa certamente ridurre il carico fiscale, avere buste paga più “pesanti”, ecc … ma di fatto significa avere poi centinaia di migliaia se non milioni di persone a spasso. Possiamo permettercelo?
Ho paura che non ci sia soluzione, che siamo andati al di là del problema. Navighiamo a vista e siamo alla mercè degli eventi.
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Tags: crisi, futuro, lavoro, occupazione
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