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L’industrializzazione dell’hacking e la cultura della sicurezza. La valenza strategica della formazione permanente

La responsabilità sociale dell’azienda.

18/04/2011 36 Comments

I tempi stanno cambiando in fretta, come spesso dico, parlando di tempo esponenziale. Anche per le aziende stanno cambiano in fretta gli scenari, sia macroeconomici sia sociali. Se l’attività di un’azienda, fino ad oggi è sempre stata caratterizzata dall’elemento principale, cioè il profitto, domani, ma possiamo dire già oggi, questo non è più del tutto così. Altri elementi stanno entrando in gioco e uno di questi, molto complesso, è la responsabilità sociale.

 

Che cosa si intende per “responsabilità sociale” di un’impresa? Non è difficile capirlo, si tratta del rapporto che un’impresa ha con il proprio territorio di appartenenza, con i propri dipendenti e con l’ambiente nel quale l’impresa opera. Quello che è davvero difficile è entrare in sintonia con questo sconosciuto nuovo elemento. Come ho detto, se la spiegazione di cosa sia la responsabilità sociale, non è difficile da dare, diventa invece piuttosto complesso immaginare l’attività di una impresa, fondata sul profitto, in uno scenario nuovo, fortemente legato agli equilibri sociali sia nei rapporti con le persone che con l’ambiente. La responsabilità sociale sarà un elemento fortemente caratterizzante di una impresa a tal punto che diventerà segno di prestigio e di distinzione anche per la brand awareness (conoscenza di marca). L’impresa di fatto, dovrà cominciare a costruire il proprio successo (o mantenerlo) non solo in virtù dei propri buoni prodotti o servizi, ma anche dei buoni rapporti con il pubblico interno (dipendenti, fornitori, collaboratori) ed esterno (clienti e non), con l’ambiente (ecologia) e con il territorio (politiche di riqualificazione territoriale, marketing territoriale, identità e provenienza, storia).

Se non è rivoluzione questa! Spostare e concentrare la propria presenza come market leader dalla generazione di profitti all’identità sociale è un percorso difficile, tortuoso ma di grande impatto, innovativo e assolutamente evolutivo. Quando con i miei clienti introduco il concetto di Brand Identity mi accorgo che gli schemi mentali che regolano l’attività d’impresa sono difficili da corrodere, anzi userei un termine tanto caro a Marco Poggi di Mida SPA, da contaminare. Eppure, il successo di un brand dipenderà molto anche da come riuscirà a identificarsi nella propria realtà sociale.

 

Qualcosa già sta accadendo e lo vediamo dagli spot pubblicitari. Non è un caso che le più grandi case automobilistiche si stiano sensibilizzando su temi sociali, ambientali e territoriali. Già il fatto di aver preso atto dei cambiamenti sociali relativamente ai rapporti familiari, alla multiculturalità, è un segnale forte. Ricordo uno spot pubblicitario di una nota casa automobilistica che presentava un padre di famiglia che con la propria auto passava a prendere ad uno ad uno i suoi figli avuti da madri diverse. Per non parlare delle campagne della nostra Telecom Italia che punta ad esser riconosciuta come azienda che favorisce la comunicazione e quindi la condivisione di conoscenza, le relazioni sociali e anche qui la diversità culturale non più intesa come pericolo ma come ricchezza.

Non a caso poi, aziende come la Kraft e la Nestlè hanno cominciato a modificare anche i loro processi industriali con offerte sul mercato orientate verso il concetto della responsabilità sociale (soprattutto per via dei disastri fatti negli anni passati, che hanno mortificato i loro brand). Il caso FIAT in tal senso è emblematico. Se Marchionne e Fiat non avessero avuto vincoli morali con l’Italia, sicuramente avrebbero chiuso quasi tutti gli stabilimenti entro i confini della Republica. Marchionne camminava sul filo del rasoio tra la responsabilità sociale di una impresa che aveva avuto tantissimo nel passato centenario e la necessità di ricollocarsi come market leader investendo all’estero per dare slancio alla produttività e far quadrare i bilanci. Che poi ne sia uscito un compromesso tra l’obbrobrio e la schifezza, è un’altra questione. Ma è indubbio che FIAT abbia un ruolo sociale importante: tra dipendenti diretti, indiretti e indotto, migliaia di famiglie campano grazie all’attività di quel marchio e l’azienda stessa non può permettersi di sciogliersi dai vincoli sociali che le appartengono e le apparterranno anche in futuro, sempre di più.

 

Responsabilità sociale significa “persone“.

Il rapporto con le persone inteso come rapporto con coloro che dipendono direttamente o indirettamente dall’attività d’impresa (dipendenti, clienti, fornitori, collaboratori ecc…). La ridefinizione dei paradigmi che regolano l’attività industriale e d’impresa con le persone che vivono di quell’attività, sarà necessaria. Non più dipendenti ma risorse umane, intese proprio in termini di RISORSE, di serbatoio di capacità creativa, di conoscenza e di sviluppo dell’attività. Non per nulla in questo senso si colloca il concetto della WE-ECONOMY e cioè la democraticizzazione dei processi gestionali  Come coniugare un sistema verticista con uno più orizzontale (democraticizzazione) al fine di raggiungere ottimi livelli di efficienza e di velocità decisionale, sarà la sfida del futuro. Considerando poi che il tempo esponenziale nel quale stiamo vivendo, porterà necessariamente le organizzazioni d’impresa a a dover effettuare scelte di campo sempre più veloci, la questione diventa piuttosto complessa.

 

Responsabilità sociale significa “ambiente“.

L’attività di impresa e tutti i processi di industrializzazione presenti e futuri, dovranno fare i conti con l’ambiente. Non si scappa. Non è solo una questione entropica ma morale. Ancora oggi, la stragrande maggioranza delle aziende opera al di fuori delle esigenze ambientali e attnzione! Ambiente non vuol dire solo environment cioè acqua, cielo, terra, mare, piante, animali e sole, ma anche i complessi rapporti che legano l’uomo all’ambiente, quel delicato equilibrio uomo-natura che stiamo letteralmente sconvolgendo. La produzione energetica dovrà fare i conti con l’equilibrio ambientale: i disastri ecologici della piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico non saranno più tollerati ed accettati, come il disastro della centrale atomica giapponese di Fukujima. E’ un problema anche di salute! E la salute costa! Curare costa tantissimo. Morire costa ancora di più. Ambente vuol dire anche alimentazione e ciò significa riprogettare tutta la filiera alimentare anche in termini di giustizia sociale su vasta scala.

Ma anche nel piccolo, senza andare a toccare argomenti così vasti, l’attività aziendale dovrà comunque fare i conti con i concetti di risparmio energetico, di ottimizzazione dei consumi, di “green economy”. Chi già oggi si orienterà in questo senso, ha sicuramente grandi vantaggi in termini di brand awareness.

 

Responsabilità sociale significa “comunità“.

Qui la questione si complica parecchio. Per certi versi si potrebbe dire che per comunità si intende l’unone dei concetti di “persone” e “ambiente” ma non è proprio così. Qui si intersecano altri aspetti meno tangibili forse ma più complessi che però guarda caso toccano in modo preponderante anche l’aspetto della brand awareness. La responsabilità sociale di un’impresa non si ferma solo all’aspetto delle persone legate direttamente o indirettamente, da vincoli contrattuali con l’azienda e non si ferma nemmeno all’aspetto ambientale ed ecologico. C’è ben di più! La comunità! Ebbene sì. Una comunità è un insieme di individui che condividono lo stesso ambiente fisico e tecnologico, formando un gruppo riconoscibile, unito da vincoli organizzativi, linguistici, religiosi, economici e da interessi comuni. All’interno di queste comunità operano le aziende, si relazionano, si evolvono, ne condividono usi e costumi anzi, spesso ne sono influenzate a tal punto che il concetto di territorialità può diventare un segno distintivo del proprio marchio. Il concetto del “Made in Italy” non è per caso. Significa che le tanto decantante imprese di levatura internazionale che operano fuori dai confini nazionali e sono addirittura al di fuori del controllo (vedi di nuovo il caso FIAT) della comunità di appartenenza, dovranno riadattarsi e rinegozionare nel verso senso del termine la propria presenza all’interno di una comunità dalla quale alla fine trarrà comunque forza, energia creativa e futuribilità.

 

La mia esperienza, seppur ancora breve ma davvero intensa in CNA Modena, mi ha fatto capire come diventa sempre più importante rimodulare la propria attività di impresa anche in virtù della comunità entro la quale opera. Concetti come valorizzazione del territorio, “made in Modena”, riqualificazione dei comparti produttivi di territorio ecc… sono importantissimi. In questi termini, possiamo allora davvero dire che con “comunità” si articola l’attività imprenditoriale anche nel senso della cultura, delle origini, della territorialità, del rapporto con gli altri che non sono alle dipendenze dirette e indirette con l’azienda.

Aggiungo poi un altro elemento che è la comunità web. Le aziende saranno fortemente sollecitate a rapportarsi anche con la comunità internet e la loro presenza in questi ambiti sarà fondamentale. Social networking significa coagulare una comunità di persone, questa volta culturalmente eterogenee ma fondamentalmente legate dal in cui l’azienda opera e si relaziona ai suoi pubblici. Direi che c’è abbastanza materiale per aprire nuovi dibattiti e il futuro è ancora tutto da scrivere. Ma abbiamo così tanto tempo? Io non credo.

Tagged with: consenso • cultura • futuro • impresa • social network • Web 
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36 Responses to La responsabilità sociale dell’azienda.

  1. Carlo Pisacane scrive:
    18/04/2011 alle 15:04

    Urka! Che botta Andreas. Mi chiedevo appunto dove fossi finito. Però se tutte le volte poi torni con queste cose, accidenti, spero succeda più spesso. Qui devo riflettere prima di commentare.

    Replica
  2. Giovi scrive:
    18/04/2011 alle 15:05

    Madresantissima! E ora come commento? E’ difficilissimo Andreas! Ci vogliono giorni di riflessione!

    Replica
    • Andreas Voigt scrive:
      18/04/2011 alle 18:07

      E rifletti, no? Che ci vuole? Lo fai così raramente! :-)

      Replica
  3. Norbert scrive:
    18/04/2011 alle 15:12

    Ancora una volta un gran bell’articolo. Devo farti i complimenti. Ti seguo da diverso tempo e noto un vero e proprio percorso di crescita, quasi vorticoso.
    Direi che tu hai già assimilato in te, molte cose di cui vai parlando e dare il buon esempio è sempre importante.
    Forse, responsabilità sociale significa anche questo: essere di esempio per altri.
    Complimenti.

    Replica
    • Andreas Voigt scrive:
      18/04/2011 alle 18:07

      Grazie per i complimenti ma in fondo non ho fatto nulla di particolare per meritarmeli.

      Replica
  4. Francy scrive:
    18/04/2011 alle 15:13

    Andreas è tornato più vivo che mai!

    Replica
    • Andreas Voigt scrive:
      18/04/2011 alle 18:06

      Ci sono, ci sono!

      Replica
  5. Michael Schaefer scrive:
    18/04/2011 alle 15:16

    Hallo mein Lieber! Che bell’articolo anche questo.
    Credo che per gli italiani, la responsabilità sociale sarà un salto culturale in avanti senza precedenti. Se l’Italia riuscirà in questo, diventerà la vera star europea, in tutti i sensi.
    Complimenti Andreas

    Replica
    • Mkee scrive:
      18/04/2011 alle 17:37

      Concordo con i complimenti fatti da tutti. Andreas un altro ottimo articolo che evidenzia molti punti su cui riflettere.
      Michael, cosi’ a freddo mi viene in mente che per noi Italiani la PRIORITA’ numero uno e’ ritrovare/riscoprire una responsabilita’ civile….

      Replica
      • Michael Shaefer scrive:
        18/04/2011 alle 18:03

        Io credo che più che ritrovare o ricostruire, dobbiate invece cercarne una, tutta nuova, facendo leva sul vostro profondo eimportante bagaglio culturale che pochi Paesi al mondo hanno. Avete bisogno di un po’ di “luteranesimo” protestante e dovreste scrollarvi di dosso questa apatia sociale tutta cattolica, fatta di rassegnazione e di “porta pazienza”. Non è facile ma se ci riuscirete, sarete “devastanti”. Non vi fermerà più nessuno.
        L’Italia non è un paese di ladroni, mafiosi, voltagabbana come si vuol far credere, anzi. L’Italia è piuttosto vittima di una classe dominante di cialtroni e briganti che da secoli e secoli, sotto varie dominazioni e in vari scenari politici e storici, hanno giocato ruoli determinanti senza averne titolo e capacità. L’Italia è un Paese di eroi, di lavoratori, di onesti e di gente che è capace di miracoli incredibili. E’ anche un Paese di soldati che sono andati al fronte a morire, non avendoquasi nulla con cui combattere se non la bandiera.
        Voi Italiani meritate tutto il mio rispetto, e ve lo dico da tedesco che sono, esattamente come Andreas. Senza di voi, non è Europa e quello che sta succedendo con i migranti tunusini e libici è una scempiaggine inverosimile anche nei vostri confronti. Siete magnifici.

        Replica
        • Andreas Voigt scrive:
          18/04/2011 alle 18:08

          Non posso che sottoscrivere ogni tua singola parola, Michael …

          Replica
    • Andreas Voigt scrive:
      18/04/2011 alle 18:06

      E’ sempre un piacere averti qui mein Freund!

      Replica
  6. Nicola Ferrari scrive:
    18/04/2011 alle 19:34

    Posso rubarti l’articolo? Vorrei presentarlo ad una persona che fa’ l’imprenditore.

    Replica
  7. Veronica scrive:
    19/04/2011 alle 08:28

    Ciao Andreas, è la prima volta che ti commento. Ti leggo da molto tempo e penso di non essere l’unica e finalmente mi lancio! Spero di far bene perchè qui è facile sentirsi un po’ intimidite.
    L’articolo che hai proposto è molto interessante e coinvolgente ma tu, parti molto probabilmente dall’alto della tua cultura “paneuropea” e non tipicamente italiana. Fai uno spaccato di ciò che dovrebbe essere e sarà nel resto del mondo, ma qui è più difficile. Mi inorgogliosiscono gli accorati proclami pro-italia di Michael Schaefer (tedesco pure lui? Se sì, complimenti vivissimi per la sua proprietà di linguaggio e conoscenza dell’italiano) ma ho paura che rimarranno tali, cioè proclami e niente più.
    Andreas, noi veniamo da circa 3 mila anni di storia, ricca di fatti, di trasformazioni e di cultura. L’Italia ha conosciuto i fasti della Magna Grecia, del mondo etrusco, dei galli cispadani, dei veneti, dei latini, dei sanniti, degli umbri e dei cimbri. L’italia ha conosciuto la cultura bizantina orientale, quella longobarda, gota, visigota, franca, tedesca, spagnola, francese, normanna, angioina, austriaca. L’Italia ha conosciuto l’oscurantismo religioso più violento, bieco e depressivo che la storia mondiale abbia mai visto; nulla a che vedere con l’oscurantismo religioso musulmano, no!
    Perchè ti sto dicendo questo? Ora arrivo, abbi pazienza! Sul suolo italiano, sono passati tutti e tra poco passeranno anche i cinesi. Di ogni invasore, l’Italia ha assorbito qualcosa ma si è creata anche gli anticorpi all’invasore a tal punto che ha creato gli anticorpi a sé stessa. A parte la lingua, nulla ci unisce e tutto ci divide. Aggiungiamo l’oscurantismo religioso che ancora c’è (non esiste al mondo uno Stato Religioso che sia uno, con un monarca che si proclama rappresentante unico e universale (cattolico) con potere assoluto) e arriviamo ad una situazione piuttosto anomala. L’Italia come è ho scritto, è refrattaria a sé stessa a tal punto che diventa endemico il pensiero autoreferenziale e di autdifesa: io penso a me stesso, poi gli altri si arrangino. Stare a spiegarti più in profondità, qui non ha senso anche se sarebbe molto bello però voglio farti capire che il senso di responsabilità sociale ha valore e realtà applicata, in un contesto non italiano. Noi ancora dobbiamo assimilare culturalmente il fatto di essere italiani, figuriamoci il senso di responsabilità sociale di un imprenditore. Molta strada è da fare ancra, ci vorranno generazioni e noi rimarremo come sempre indietro.

    Scusa per il mio sfogo.
    Veronica.

    Replica
    • Andreas Voigt scrive:
      19/04/2011 alle 08:36

      Non so …. Forse hai ragione e forse no. Io non sarei così pessimista sai? Staremo a vedere! :-) Comunque sei la benvenuta. Qui non c’è motivo per intimidirsi!

      Replica
    • Rob scrive:
      19/04/2011 alle 09:13

      Io credo che “pensare a se stessi” sia il primo e fondamentale passo, che però si rivela una trappola mortale se rimane l’unico (come, purtroppo, spesso succede nel nostro paese).

      Nel “pensare a se stessi” non si può, alla lunga, prescindere dal fatto che si è parte di un sistema (dal piccolo.. famiglia al grande.. pianeta) e che ogni danno che si apporta al sistema è, sulla lunga distanza, un danno che si apporta a noi stessi ed al nostro futuro.
      A noi Italiani (ogni tanto la maiuscola ci vuole) manca solo quel passettino lì.
      Tutto sommato la situazione non è così tragica, se ci svegliamo per tempo.

      Replica
      • Andreas Voigt scrive:
        19/04/2011 alle 09:17

        Sono d’accordo con te. Se già prendiamo comunque conoscenza di questo nostro limite, è il primo passo per arrivare a superarlo anche facilmente. Tocca a noi!

        Replica
        • Rob scrive:
          19/04/2011 alle 09:37

          Anni fa entrai in contatto con la “Theory Of Constraint” di Goldratt, e ricordo che nella parte finale di It’s Not Luck (un romanzo che veniva usato per spiegare i cardini della sua teoria) c’era già un accenno al fattore “sistemico” nella conduzione di una impresa e alla ridefinizione dei suoi obiettivi dal mero “fare soldi” ad una terna che inquadrasse anche il suo rapporto con l’esterno: mi ha colpito vedere queste considerazioni estese al mondo di oggi.

          Replica
          • Andreas Voigt scrive:
            19/04/2011 alle 10:17

            Conosco quel libro! :-)

            Replica
  8. Vasco da Gama scrive:
    19/04/2011 alle 10:31

    Stimolante l’articolo! Ma pieno di contenuti che meriterebbero un’analisi più profonda dello spazio di un blog. Personalmente sono molto critico su certi fenomeni che ritengo solo “mode” di linguaggio e di finta responsabilizzazione. Ad es. come vedete il proliferare di cattedre di “Etica degli affari” contestuale a fenomeni tipo Enron, fondati proprio sullo spregio di ogni tipo di etica? E allora come posso prendere sul serio il gran parlare di “Responsabilità sociale” nella splendida accezione proposta da Andreas, “persone-ambiente-comunità” nel momento in cui vedo che, non solo in Italia, la responsabilità sociale è solo la pubblicazione di un bilancio “taroccato”?
    Responsabilità significa “ambiente”: quante imprese affidano veleni tossici in bidoni gestiti dalla camorra, che li sversa in terreni agricoli? Che dire del disastro del Golfo del Messico? Che dire della Società che gestisce le Centrali nucleari giapponesi, che da 20 tarocca i dati sulla sicurezza? Anche la Tyssen aveva un approccio documentato di responsabilità sociale….
    Responsabilità significa “persone e comunità”: vogliamo parlare della macelleria sociale teorizzata e praticata dal liberismo più selvaggio, mascherato da “mercato”, ove l’unico vero “dio” è il profitto comunque e a ogni costo? Il modello azienda applicato alla sanità ex pubblica, ove sei meno di un numero, ma solo un costo da “liquidare” al più presto. La privatizzazione del welfare, ovvero il pagamento di tutto e la logica del profitto in ogni azione. La precarizzazione del precarizzabile e oltre, ove tutto deve diventare flessibile, tranne i risultati crescenti delle trimestrali….
    No, non ci sto più. Queste parole sono un tremendo inganno se non sostenute da comportamenti quotidiani evidenti, visibili e misurabili. Il bilancio sociale è solo l’istituzionalizzazione di una schizofasia profonda, frutto però non di malattia mentale, ma solo semplicemente di delinquenza. Non ci sto più a essere complice di parole vuote, piene di inganno e di violenza occulta ed esplicita, proprio contro l’ambiente, le persone, le comunità!

    Replica
  9. Pimpa scrive:
    19/04/2011 alle 11:08

    Vagamente distruttivo il tuo commento. Certo che se devi dare speranza a noi balenghi, rimane solo da pettinarci le bambole e siamo a posto.
    Una volta tanto mi trovi in disaccordo, caro il mio Vasco. Hai scritto di pancia, parlando di una tua visione molto oscura e demotivata.
    Se è vero che il pericolo di strumentalizzare determinati argomenti per il puro profitto personale c’è, non significa che bisogna fermare tutto. Sarà la Terra poi a ribellarsi e prima o poi con questa Dea, dovremo pure fare i conti. Che piaccia o no!

    Replica
    • Vasco da Gama scrive:
      19/04/2011 alle 12:11

      No Pimpa, niente affatto distruttivo e tantomeno oscuro e demotivato! Semplicemente di fronte alla chiarissima e cristallina proposizione di Andreas, che condivido in ogni virgola, “responsabilità significa persone, ambiente, comunità”, mi ribello all’uso scientemente vuoto e criminale che dell’espressione “responsabilità sociale dell’impresa” fanno aziende, soprattutto manufatturiere. La Thyssen ha un bellissimo plurilingue bilancio sociale, in cui sicuramente dichiara il suo rispetto per l’ambiente, la sostenibilità, le persone, il capitale umano…Forse in Piemonte è già svanito l’acre odore dell’incendio del 2007? Forse ha ragione il sindaco di Terni che dice che la sentenza contro l’AD di Thyssen è stata un pò esagerata? (in fondo poco più di 2 anni di carcere per ognuno dei 7 operai morti bruciati….sembra una sentenza un pò cara per la vita di un operaio…..). No Pimpa, non ci siamo. Non possiamo aspettare che la Terra si ribelli, dovrebbero bastare i crescenti casi di tumori accanto a certi siti produttivi per accendere indignazione, rabbia e reazioni! Non è disperazione, è solo rabbia per l’uso superficiale delle parole, che nascondono i fatti.

      Replica
  10. Edoardo Volpi Kellermann scrive:
    19/04/2011 alle 11:55

    Il “profitto e basta” è una formula che non funziona più. Il bello è che la prima a capirlo, nel mondo informatico, sta facendo profitti mostruosi proprio per avere superato questa “semplificazione”: la Apple.

    Replica
    • Andreas Voigt scrive:
      19/04/2011 alle 17:17

      :-)

      Replica
  11. Marco Poggi scrive:
    19/04/2011 alle 15:44

    @Vasco, ci sono aziende resposanbili e aziende irresponsabili, aziende che fanno finta di essere responsabili per farsi belle, aziende che se ne sbattono di farsi belle e aziende che sono reponsabili per davvero. Così come ci sono persone belle, persone brutte, persone reponsabili, persone brutali e violente. E’ il mondo, vario, complesso, irriducibilmente imperfetto. Per me è fantastico che si parli di responsabilità sociale dell’impresa, lo vedo come un progresso, un’evoluzione, un processo vitale, nonostante esistano (e continueranno ad esistere) situazioni che vanno in tutt’latra direzione. Se no sarebbe come dire che nessuna cosa è bella in sé se le cose non sono tutte belle! E francamente non riesco a immaginare niente di più inquietante e mortifero di un modno in cui le cose sono tutte belle…No?
    Viva il mondo imperfetto

    Replica
    • Vasco da Gama scrive:
      19/04/2011 alle 16:29

      @ Marco – per me non è fantastico che si parli oggi di responsabilità sociale d’impresa, ma considero criminale che non se ne sia parlato fino ad ora! Nella civiltà protoindustriale del 900 europeo, e della Cina di oggi chi si preoccupava dell’impatto ambientale dell’uso del carbone? Eppure ci si ammalava e ci si ammala di malattie polmonari…
      Sicuramente esistono cose belle in sè e non necessariamente devono essere tutte belle. Ma le imprese “non belle” non è che siano solo brutte, ma sono soprattutto pericolose per “le persone, l’ambiente, le comunità”.
      Non auspico un mondo a modino, ma sicuramente sì, un mondo di cose tutte belle, dove a quel punto la partita è sulla “bellezza” pura, e non sul banale confronto bellezza/bruttezza. E comunque nel caso delle imprese, ci tengo a sottolinearlo, la “non bellezza” non è un fatto estetico ed estetizzante, ma un fatto di impatto sulla vita delle persone e dell’ambiente. Un fatto di salute, di qualità della vita. Non voglio pensare che l’elogio dell’imperfezione serva a coprire un’imperfezione consapevolmente progettata e perseguita……

      Replica
      • Andreas Voigt scrive:
        19/04/2011 alle 17:17

        Ciao Vasco, sentivo la tua mancanza, te lo giuro!
        Vorrei provare a dire la mia in questo contesto, anche perchè sono l’autore dell’articolo.

        Io vorrei uscire un attimo, se mi permetti, dal contesto estetico. Vorrei uscire anche dal contesto morale, culturale e perchè no anche sentimentale. Parliamo di fatti, vuoi?

        Tu sai che oggi abbiamo un socio nemmeno tanto occulto che con metodi a dir poco feudali ci sottrae finanze per una percentuale che tra una bazza e l’altra, arriva a percentuali ben oltre il 55-60%. Per contro, i servizi erogati a giustificazione del maltolto non hanno lo stesso valore in termini di qualità (sia umana, che sociale, che tecnologica che altro) rispetto a ciò che paghiamo. E non pensare solo all’Italia. Anche la tanto decantata Germania del modello capitalistico renano, ha difficoltà a mantenere uno standard di servizi a cui i tedeschi sono abituati (uno dei motivi per cui la Merkel perderà alle prossime elezioni).

        Mi dirai: embeh? Che c’entra? Nulla, o forse tutto. Al knowcamp di Modena, l’intervento di Diegoli di [minimarketing] è stato illuminante anche nell’ottica dell’approccio sociale nel fare impresa oggi e domani e cioè che dovremo cominciare a pensare di arrangiarci. Dovremo cominciare a ricostruire un modello sociale sì capitalista per certi versi ma che nelle sue METODICHE e nelle sue APPLICAZIONI abbia codificato e stratificato esperienze e applicazioni che si riconducono al senso di responsabilità sociale. Non è un pio desiderio o una moda e nemmeno un tentativo di maquillage post-industriale bensì un bisogno, una necessità, un obiettivo e soprattutto una giustificazione per esistere. Oggi, sai bene che il consumo si è spostato dal prodotto al consumatore. Se oggi viviamo in un momento di transizione dove questo passaggio epocale non è ancora compiuto, domani, tu imprenditore, avrai per forza la necessità di dover giustificare la tua attività imprenditoriale all’interno di dinamiche relazionali che ti coinvolgeranno direttamente, nell’ottica della responsabilità sociale, che questo ti piaccia o no, che tu sia mosso da ideali fantastici e umanitari nonché di pace e amore universale, oppure che tu sia mosso da una normale voglia di emergere dal punto di vista sociale ed economico.

        Esisteranno, e già oggi se ne parla, “paletti” che ti costringeranno a rivedere la tua presenza sul mercato anche solo per uno dei punti di cui ho parlato nell’articolo, l’ambiente. Se l’energia che produciamo dagli idrocarburi fossili avrà problemi di penuria di materia prima, dovremo sicuramente cominciare a pensare in modo ecosostenibile. Che sia oggi o domani poco cambia, ma sarà così. Se tu oggi ti chiami Tepco e vuoi costruire una centrale nucleare in Brasile, come minimo ti sparano addosso!

        Che tu veda le cose nel modo in cui le racconti ci sta, è comprensibile. E anche una visione molto realistica, ma è valida oggi. Non domani. Come dico sempre poi, l’evoluzione non ha appeal, non è bella o brutta, piacevole o spiacevole, ma semplicemente è. Tutti i sistemi, se li vogliamo trasformare in modelli matematici (cosa fattibile e lo sai) hanno un punto di equilibrio e tra l’altro, tutti i sistemi dinamici, anche quelli sociali, nel tempo tendono a raggiungere quel punto di equilibrio (ricordo i famosi diagrammi di Nyquist). Semplicemente, questi modelli sono da scrivere e lo si può fare solamente abbandonando anche visioni pessimistiche che ben si sposano con la situazione odierna, ma nulla a che fare avranno con il domani.

        Ti parlo del mio caso. Innovando sta per costituire, nel suo piccolissimo, un’associazione no profit che si chiama Generation21 che avrà lo scopo di divulgare, diffondere e incentivare lo scambio di conoscenza nell’ottica di principi etici ben definiti all’interno di uno schema di responsabilità sociale. Beh, posso dirti che se con tutte le persone coinvolte riusciremo a comporre il puzzle, sarà un capolavoro ANCHE economico perchè no! Che c’è di male in questo? Che c’è di impossibile? E non siamo nemmeno gli unici, non ci inventiamo nulla di nuovo. Basta volerlo! Poche chiacchiere e tanti fatti! :-)

        Replica
  12. Marco Poggi scrive:
    19/04/2011 alle 17:09

    @Vasco, davvero non comprendo: ci sono aziende che ispirate da questa idea, in modo certamente confuso e incompleto,si pongono il problema di ridurre le emissioni di carbonio, di migliorare la qualità della vita dei dipendenti, di investire nel rapporto col terriotorio e fanno cose in questo snenso: dove sta il problema? A Manchester del 1850 semplicemente nessuno pensava a questa cosa perchè questo pensiero non era stato ancora pensato: non è un progresso il fatto che adesso questo pensiero è stato pensato? (Poi non so cosa sia la belllezza “pura” e non sono capace di pensare alla bellezza senza la bruttezza…)

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    • Andreas Voigt scrive:
      19/04/2011 alle 17:23

      In Italia è esistito Adriano Olivetti …

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      • Vasco da Gama scrive:
        19/04/2011 alle 17:28

        @ Andreas – già, è esistito Adriano Olivetti, imprenditore attento alle persone e alla comunità. Ma oggi spesso citarlo è un modo per pulirsi la coscienza da parte di imprenditori molto poco “olivettiani” …..

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        • Andreas Voigt scrive:
          19/04/2011 alle 17:35

          E’ vero, ma non io. E lo posso dire con una certa dose di orgoglio. :-) E nemmeno tanti altri, che non conosco ma che lavorano ogni giorno nel silenzio dell’umiltà. A questi va tutto il mio rispetto e la mia considerazione.

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    • Vasco da Gama scrive:
      19/04/2011 alle 17:26

      @ Marco – il problema sta nel fatto che esiste una netta scissione tra le dichiarazioni ufficiali, scritte sui bilanci e nelle dichiarazioni stampa e la realtà dei comportamenti d’impresa.
      Se un pensiero è stato pensato, ma i comportamenti sono ad esso opposti e contrari, si tratta di dissociazione.E di comportamento criminale.Il progresso non è solo il venire alla luce di “pensieri non ancora pensati”, altrimenti gli schizofrenici sarebbero maestri in questo!
      Forse progresso è l’armonioso e coerente avanzamento di pensieri, affetti e comportamenti.
      Exxon, Shell, etc hanno sempre scritto che hanno a cuore l’ambiente….tranne inquinare km quadri di sottofondo marino.
      Tepco ha scritto sul suo bilancio tutte i mirabili investimenti sulla sicurezza, peccato avesse taroccato i dati per 20 anni…
      Quando oggi si norma in 2,5 minuti la pausa pipì, però dopo autorizzazione del capo reparto, forse ci stiamo riavvicinando a Manchester 1850…
      Ovviamente il discorso bellezza/bruttezza è una metafora di altro: personalmente preferisco cercare bellezza insieme e “oltre” a bellezza già esistente. D’altra parte per apprezzare onestà e tensione etica non vado certo a contrapporle ad Al Capone….

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  13. Carlo Pisacane (Umberto) scrive:
    19/04/2011 alle 18:19

    Porca l’oca ….. Siete incredibili. Seguirvi è una scommessa perduta in partenza!
    Cero che è un argomento questo … Mi ero ripromesso di riflettere … Ora ho le idee più chiare.
    Mi rivedo molto nelle cose che scrive il Voigt qui, caro il mio Vasco. Anche quello sche scrive il Poggi è giusto, caro Vasco. Però, anche quello che scrivi tu caro Vasco è giusto.
    E che facciamo? Proviamo a comportarci in modo civile, da galantuomini e proviamo, ognuno nel proprio piccolo, di costruirci relazioni che siano socialmente responsbili, anche per un imprenditore. Come dice Marco Poggi, il fatto che esistano figli di puttana (non ha scritto questo) non significa che dobbiamo tirare i remi in barca e vivere alla giornata. Non credi? Ad esempio, il fatto che tu sia qui presente, che ti impegni, che lanci strali di sapere, che dedichi un po’ del tuo prezioso tempo qui con noi, già è un bel punto di partenza, non credi anche tu? Tanti piccoli Vasco, fanno un oceano blu.

    Mannggia a te Andreas, mi fai andare in tilt le sinapsi, porcazozza!

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    • Vasco da Gama scrive:
      20/04/2011 alle 05:53

      :-) forse spero che tante gocce, prima di diventare oceano, siano tempesta…!

      Replica
      • Andreas Voigt scrive:
        20/04/2011 alle 11:45

        Su questo, concordo e spero pure io!

        Replica
        • Daniele Pedrazzi scrive:
          27/04/2011 alle 09:09

          Per restare in casa nostra, e non citare sempre e solo le solite multinazionali di matrice anglosassone, credo che un buon esempio sia Coop Estense. Giusto ieri sera ne leggevo l’estratto del Bilancio di responsabilità sociale, e mi pare una situazione che esemplifica gli effetti di “progresso” che possono derivare dall’integrazione sostanziale della responsabilità sociale nella strategia d’impresa.

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