Lo studio della storia del pensiero è un preliminare necessario per raggiungere la libertà di pensiero. Non so, infatti, cosa renda un uomo più conservatore: non sapere nulla del presente oppure nulla del passato.
— John Maynard Keynes

Negli ultimi anni, circa una quindicina, la scuola è cambiata tantissimo. Sappiamo, perchè è stato definito persino a livello ministeriale, che la scuola non è più “soggetto educativo” cioè non è preposto all’educazione dei bambini, a sostegno di quella delle famiglie ma solamente “soggetto formativo” cioè ente o istituzione preposta alla formazione scolastica.

Con l’avvento dell’autogestione , le scuole si sono trasformate in imprese, con tutte le problematiche connesse a questo nuovo ruolo. Lo Stato ha letteralmente abdicato, dando solamente indirizzi appunto formativi per quanto concerne i programmi di studi ma esentandosi dall’essere presente nella gestione economica e funzionale, con grave danno per i cittadini e gli studenti.

Se la “Società del Quanto Basta” è ormai lo status quo, in parte ciò è dovuto anche alla poca lungimiranza del legislatore nel definire il ruolo della scuola quando negli ultimi 15 anni mise mano alla ristrutturazione dell’impianto scolastico voluta dalla riforma Gentile. Stiamo “sfornando” una generazione di mediocri e non ce ne rendiamo conto.

In sostanza, l’alunno è passato appunto da alunno, obbligato socialmente a contribuire con lo studio e l’applicazione alla cultura comune, a quella di cliente, di una scuola autogestita e in perenne penuria di fondi, giacchè lo Stato a malapena contribuisce allo stipendio degli insegnanti spesso anche loro poco preparati. Più alunni significa avere più introiti per la gestione giornaliera della scuola, dalle fotocopie, alla carta, dal materiale di cancelleria e quello per i bagni, fino alle mense. In situazioni di grave indigenza strutturale, le famiglie contribuiscono addirittura nelle spese per le riparazioni di impianti elettrici, tinteggiatura, riparazione infissi e quant’altro.

In questa tragica situazione, ovviamente cambiano i rapporti tra Stato e cittadini. Se l’alunno diventa cliente, si entra nel campo del rapporto cliente/fornitore, che nel tempo causerà problemi devastanti e già li sta causando. Il potere ricattatorio, spesso non dichiarato ma subdolamente presente, delle famiglie e dei genitori nei confronti delle infrastrutture scolastiche diventa pesante. E qui si passa appunto sul discorso fatto a suo tempo relativo alla società del dovere contro quella del diritto. Andare a scuola non è più un dovere sociale, oltre che un diritto, ma diventa esclusivamente un diritto.

Le implicazioni che nascono da questo devastante cambiamento sono ovvie e lo vediamo tutti i giorni. Lo studente/alunno (parlo della scuola dell’obbligo ovviamente ma poi in fondo anche più oltre) ha il diritto di prendere bei voti, anche se spesso non lo merita, in nome della salvaguardia del delicato rapporto famiglia/scuola che si è tramutato in cliente/fornitore. L’Istituto scolastico non può permettersi di perdere alunni perchè non ne gioverebbero le già esangui casse dell’autogestione. Ecco che una insufficienza diventa un più che sufficiente o un 6 e mezzo diventa un 8 e un 8 un 10. Così si salda l’allenaza alunno-genitore contro l’insegnante che, per evitare discussioni o note di demerito, preferisce turarsi il naso e promuovere anche chi, nemmeno lontanamente, in altri tempi sarebbe stato promosso. Per buona pace di tutti.

Ma la tragedia non finisce qui. In questa ottica, come ho già scritto sopra, la scuola non ha più nessun ruolo educativo, a supporto di quello familiare. Semplicemente diventa un luogo di parcheggio per le ore necessarie affinchè il bambino e poi il ragazzo, non rimanga solo a casa. Ecco che in questo ambiente, ormai esautorato da ogni potere punitivo, crescono e maturano veri e propri teppistelli, ignoranti e incredibilmente violenti. Sono all’ordine del giorno i casi di bullismo o di violenza anche sessuale tra coetanei, che 15 anni fa o più sarebbero stati assolutamente impensabili. Da moltissimi studi ormai, emergono dati inquietanti: un quarto degli alunni tra i 13 e i 17 anni vanno a scuola ubriachi. La vendita e il consumo di droghe leggere o sostanze anfetaminiche è fatta direttamente tra studenti in fasce di età sempre più giovani. E qui mi fermo perchè l’elenco diventerebbe lunghissimo e penoso.

E il risultato? Il risultato è che più del 50% degli alunni usciti dalla maturità, non sanno nè leggere nè scrivere. Non sono in grado di comprendere un testo di 60 battute per 4 righe e non sono ovviamente in grado di ripetere ciò che hanno letto. Mediamente un ragazzino di 18 anni conosce l’uso di 90 vocaboli al massimo e con questi deve ovviamente esprimere i propri pensieri, cosa praticamente impossibile. Significa che non è in grado di formulare un discorso più o meno articolato. La media europea per i pari età è 200 e sotto i 150 si è dichiarati analfabeti!!!

Dopodichè si potrà discutere sulla collocazione futura di questi ragazzi, nel mondo del lavoro. Ma qui si aprono altri dibattiti. Certo, è vero che non tutti gli studenti sono violenti, drogati e ignoranti, per carità, la il trend è decisamente negativo. Se penso che questa giovane generazione ha in mano il mio futuro da anziano, allora posso cominciare a preoccuparmi.

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2 Responses to La scuola è impresa e gli scolari sono clienti

  1. [...] La scuola è impresa e gli scolari sono clienti Negli ultimi anni, circa una quindicina, la scuola è cambiata tantissimo. Sappiamo, perchè è stato definito persino a livello ministeriale, che la scula non è più “soggetto educativo” cioè non è proposto all’educazione dei bambini, a sostegno di quella delle famiglie ma solamente “soggetto formativo” cioè ente o istituzione preposta alla formazione dei bambini e poi dei ragazzi. [...]

  2. Barra scrive:

    Giusto tutto ma aggiungerei in questo contesto l’inadeguatezza degli insegnanti che conoscono perfettamente i loro diritti ma non sanno di avere anche doveri nei confronti degli alunni, dei loro genitori, dello stato.

    L’assoluta mancanza di un sistema meritocratico (da sempre osteggiato dalla maggioranza degli insegnati, spaventati dall’idea di doversi mettere in concorrenza tra di loro) è secondo me uno dei principali limiti della scuola.

    Parlando di costi cito un articolo di repubblica: http://www.repubblica.it/2006/03/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuolastatistiche/rapporto-ocse/rapporto-ocse.html
    Il rapporto alunni insegnanti è sensibilmente maggiore alla media europea e lo stesso vale per i costi, più alti del 23% rispetto alla media europea.
    Non ci sono soldi per le fotocopie, per i computer, per tutto il necessario, gli insegnanti lamentano stipendi da fame ma evidentemente da qualche parte saranno anche spesi….

    Mio fratello ha studiato in una scuola privata, la scuola alberghiera di serramazzoni(http://www.srsr.it/). I miei genitori hanno sempre sostenuto che è costato meno il suo percorso scolastico rispetto al mio: libri forniti dalla scuola, vitto e alloggio, nessuna “spesa extra”.
    E una grandissima qualità di insegnamento, con insegnanti tenuti a rispettare regole, essere educati e rispettosi nei confronti degli studenti. Questo anche grazie a un attento controllo su di essi, sia da parte dei dirigenti dell’istituto che dai genitori stessi. Ai tempi (torniamo indietro ormai di 15 anni) un insegnante fù cacciato dalla sera alla mattina per avere mancato di rispetto a un alunno.
    Questo senza contare le collaborazioni importanti con il mondo della ristorazione e con alcuni grandi cuochi.

    Ok, so che questo è un contesto particolare ma è davvero così difficile applicarlo ad altre contesti? Davvero il diritto deve essere insegnato in italia da persone che non state in grado di diventare avvocato? Davvero è utile nel 2010 insegnare pascal agli studenti quando tutto il mondo ha preso altre strade (php, python, C# oltre ai classici ed estremamente diffusi C e C++)?

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