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Ieri è venuto a trovarmi Mario Mori, cliente, amico confidente e gran compagno di chiacchiere. Mario Mori, padre di due figli, marito modello (bisognerebbe chiedere alla moglie ma mi pare di poter dire che sia così) figlio di Umberto Mori, fondatore della Mori SPA, azienda di engeenering nel settore dei forni per la produzione di prodotti ceramici e laterizi, è una persona con la quale si può davvero parlare del domani. Lui, ingegnere (poco, ma molto filosofo) riesce sempre a darmi spunti per guardare avanti con più convinzione.

Abbiamo parlato di approcci alla vita, delle differenze tra oriente e occidente, del razionale e dell’irrazionale partendo da ciò che sta accadendo qui da noi in Italia e in tutto il mondo occidentale. La nostra crisi di identità, di valori e di visione è dovuta a questo nostro bisogno di vederel e cose sempre e solo dal punto di vista razionale delle cose. Persino la previsione del domani è razionalmente interpretata. Eppure John Maynard Keynes diceva che fare previsioni, non è un’attività umana seria.

Noi oggi facciamo previsioni sul domani usando la logica matematica del pensiero aristotelico. Ma siamo sicuri che tutto sia riconducibile al 2+2=4 ?Visto che poi tutte le previsioni dei più grandi economisti degli ultimi decenni sono state disattese dalla realtà dei fatti, possiamo ben immaginare come le cose siano più complesse. Il fattore irrazionale gioca ancora un ruolo importante. Entrare nell’irrazionale per farsi trasportare nel domani rischia di essere (per fortuna) l’unica cosa sensata che tutti noi possiamo fare.

Oggi noi abbiamo paura del presente! E siamo così inquieti da pensare di non avere alternative per il domani. Tendiamo a smontare l’irrazionale, l’imponederabile e il divino con sistematica precisione secondo il principio della causa e dell’effetto, credendo che tutto ciò che non è dimostrabile e replicabile in laboratorio sia solo l’effetto di un vaneggiamento collettivo o individuale che deve essere curato con farmaci adatti e prescritti da uno psichiatra. Il positivismo e il razionalismo esasperato prendono il sopravvento anche sul sentimento religioso, lo masticano, lo triturano, lo sconquassano lasciando una scia di impoverimento culturale.

Anche nel mio mestiere, la comunicazione è vista più come oggetto a sé stante, analizzabile in laboratorio, misurabile, ponderabile e definibile secondo norme e standard che qualche intellettuale o economista ha costruito magari a propria immagine e somiglianza. Eppure internet sta smontando a velocità inaudita tutto ciò che era stato costruito e scritto sui libri di economia. Kotler mai e poi mai, nella sua pur luminosa carriera di uomo di marketing, ha mai previsto (e non poteva certo farlo) l’esplosione dei social networks e anche chi li vive e li “mastica” tutti i giorni è ben lungi dal capire di cosa in realtà si sta parlando. Parlare di comunicazione in termini relazionali e di conversazione ha per molti un sapore inquietante appunto perchè non misurabile o codificabile all’interno di schemi mentali “precotti”.

Ho sempre adorato Watzlawick per questo suo modo umano di affrontare le tematiche della comunicazione e tutto sommato mi ci riconosco un poco. E’ poi per questo che ho chiuso il sito della mia agenzia e ho aperto un blog. Oggi sono così, domani sono altro, ma sono sempre io! I legacci, le mode, le regole insane del perbenismo “occidentocentrico” mi hanno sempre infastidito. Le mie “picconate” non sono mai derivate da una pulsione moralizzatrice ma dalla consapevolezza che c’è ben di più di ciò che oggi ci circonda ed è ora di farlo uscire, ognuno con i propri mezzi e i propri talenti.

Se leggiamo i giornali oggi, ci accorgiamo che il presente sta cadendo a pezzi. Ci divincoliamo dalla realtà cercando di prevedere il futuro con gli stessi mezzi che ci hanno portato a vivere questo presente. Cerchiamo di risolvere problemi attuali con le stesse soluzioni che di fatto sono la causa dei problemi che ci affliggono. E’ paradossale !!! Ascoltiamo i lamenti dei politici che non sanno come risolvere il problema della disoccupazione o della globalizzazione o della delocalizzazione. Come dice anche il mio amico Mario Mori, se qualcuno avesse preso sul serio quegli imprenditori illuminati che sono andati in Cina non ieri, ma 25 anni fa, oggi forse capiremmo meglio cosa fare per il domani.

Noi 40enni siamo una generazione “a binario morto”. Succede! E’ stato così anche per l’evoluzione dell’uomo. Nel percorso evolutivo umano esistono diramazioni che hanno deviato dal percorso principale e hanno generato discendenze che si sono estinte. Credo che sia così anche per noi e non mi addolora per niente doverlo ammettere. La prima cosa che pensiamo, perché alimentati da un falso senso di responsabilità è: ma cosa lasciamo alle giovani generazioni? E nel frattempo ci arrovelliamo per salvarci dalle sabbie mobili. I giovani senza lavoro, i giovani precari, nessun accesso alla vita economica reale per le giovani generazioni… Ci confrontiamo con i Paesi in via di sviluppo e vediamo giovani generazioni “engaged” che ci ricordano quello che erano un po’ i nostri genitori subito dopo la ricostruzione dai disastri delle due guerre mondiali. Ma i nostri giovani sanno meglio di noi come “scollinare” dalla crisi. Siamo noi il problema, non loro. Loro vivranno forse con meno risorse ma per questo saranno più forti, più agguerriti e più intransigenti nei nostri confronti e questa intransigenza c’è e la si respira tutta! I giovani hanno un approccio con l’irrazionale ben più aperto e consapevole rispetto a noi.

Credo sia giunto il momento anche da parte di noi 40enni di smettere i panni da bamboccione, tirarci su le maniche e organizzare il nostro futuro con convinzione e serenità senza farsi spaventare dal presente. Il presente deve essere esorcizzato e raccontato, senza bugie e senza filtri. Altrimenti davvero, noi la pensione, forse l’avremo, ma sarà una pillola molto amara da digerire. Se non vogliamo farci schiavizzare da un sistema, tra l’altro incredibilmente razionale nei suoi scopi e farci rubare il tempo per diventare carne da macello per pure ragioni di profitto, dobbiamo cominciare a pensare col nostro cervello, se lo abbiamo, per non votarci al suicidio collettivo.

Non è vero che il debito pubblico accumulato è una eredità della prima repubblica. Oscar Giannino, con numeri ineccepibili alla mano ce lo spiega in questo meraviglioso articolo!

C’è un fremore di “WE” in giro, pazzesco. La convention di Mida sulla WE(R)EVOLUTION mi ha dato un altro notevole impulso e credo che tutto il concetto della we-economy sarà il leit motiv che accompagnerà anche la mia attività nei prossimi anni. Quella è la direzione che VOGLIO prendere e se  questo potrà portare al rischio di farmi travolgere, pazienza, vorrà dire che non sarò stato abbastanza forte da metabolizzare gli eventi.

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Alla convention di Mida del 6 Ottobre, Franco Bolelli ha parlato di “IO”. Potrebbe sembrare una posizione in antitesi rispetto a quanto ha scritto e detto in giro per il mondo, invece così non è, anzi.

[quote style="boxed" ]Carlo Emilio Gadda scriveva… “L’Io, l’io!… Il più lurido di tutti i pronomi!…”[/quote]

Perchè prendendo spunto dal titolo del libro i Edoardo Boncinelli e Michele di Francesco, “Che fine ha fatto questo io?” La psicanalisi e una cultura purtroppo ingessata e stratificata da secoli di pensiero filosofico “altruista” ha portato a dimenticarci che l’IO esiste e senza di esso non potrà mai esserci un WE. Sempre Franco Bolelli, nel suo intervento del 6 ottobre a Milano lo ha detto in modo molto chiaro: noi abbiamo il dovere, la responsabilità di ricollocare il nostro IO al centro della nostra vita.

Dobbiamo tornare ad amarci, a responsabilizzarci in primis verso noi stessi, a considerare l’IO non un pronome sciatto e insignificante ma una sorta di persona giuridica dell’interiore che vive nella nostra vita. Possiamo definirla autocoscienza, quella cosa strana, che ci è capitata 10 milioni di anni fa e che è l’origine del linguaggio e in successione diretta, della nostra capacità di comunicare.

Eh sì! Qui è il nocciolo della questione. Non è solo bello il viaggio introspettivo alla conoscenza dell’autocoscienza, della stima del sé, no! Comincia a diventare interessante a quel punto rendersi conto che possiamo essere capaci di modulare la nostra capacità comunicativa proprio grazie a questo viaggio introspettivo. La comunicazione a quel punto diventa tanto più efficace quanto noi siamo bravi a dare un’identità precisa alla nostra autocoscienza. Non è affatto paradossale.

Questo processo di auto-identificazione avviene anche nel mondo “commerciale”. Nei paesi anglosassoni, più che da noi, è molto usuale parlare di branding, di antropomorfizzazione del marchio. Un marchio non è solo un segno grafico più o meno distintivo ma rappresenta l’esternazione di un processo di autoanalisi e identificazione del sé aziendale. Non è mica una cosa di poco conto sapete? E allora se un imprenditore, un gruppo dirigente o tutto il personale di un’impresa, possono essere orgogliosi del marchio rappresentativo della propria impresa, perchè un qualunque Paolo Rossi o John Doe non deve essere orgoglioso di mostrare il proprio “io” al mondo?

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Il mondo è cambiato in questi 10 milioni di anni di evoluzione della specie umana, è cambiata la filosofia, son cambiate le scienze, addirittura sono cambiate le posizioni delle stelle nella nostra volta celeste, ma la nostra percezione dell’io è rimasta incredibilmente ferma al palo. Pensiamo all’Io come ad un luogo o addirittura ad un contenitore di pensieri e ricordi, ma siamo proprio sicuri che debba essere così? Credo che il social networking stia un po’ cambiando lo scenario e parlo di social networking in generale non solo quello di Facebook. Ma è anche vero che pensare che esista un “io” esterno che lavora all’interno e che ci guida nelle scelte di vita è piuttosto banale.

Cito le parole di Paola Cinti, apparse su Facebook (guarda caso) poco fa:

[quote style="boxed" ]Siamo come anestetizzati, come se il corso storico, sociale e culturale degli ultimi decenni ci avesse sottratto energie, vitalità… vediamo le cose, ne parliamo, le critichiamo, ma il movimento ancora è poco e di pochi![/quote]

Tutto questo perché? Perché forse semplicisticamente parlando amiamo prima il “WE” che noi stessi e in questo modo mettiamo in disequilibrio il nostro rapporto con il prossimo. Dobbiamo cominciare ad imparare ad amare noi stessi di più, a difendere il nostro io dagli attacchi esterni che tentano di annullare la nostra coscienza in favore di coscienze che non ci appartengono e che non saremmo mai disposti a condividere, tutto questo in un vero processo di grande e potente empowerment sociale. Valorizzare l’io non significa soverchiare il noi ma significa rendere il noi, il “WE” di Bolelli, più potente, più coinvolgente, più creativo, innovativo e vincente.

Grazie Franco! Te ne sarò eternamente grato. Hai contribuito a rimettere a posto il mio io! Ora sono Andreas Voigt! E mi piaccio!

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Wow! Declassate pure sette banche italiane. Direi che siamo messi davvero bene! E mo’ che facciamo? Tutti a mettere i soldi sotto al materasso?


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