20 09 2012
La sicurezza è un optional?
Sicurezza… Che parolone. Io non sono un esperto. Sono un navigatore mediamente coscienzioso che fino a poco tempo fa, certe problematiche non gli son passate nemmeno per l’anticamera del cervello. Mi bastava un buon antivirus e finita lì. Poi son passato al mac e dell’antivirus me ne sono pure fregato.
mmmmm …. No buono!
Ho installato un antivirus anche sul mac e pure un firewall. Perchè questa decisione improvvisa? Perchè mi è bastato passare mezza giornata con Pietro Suffritti per capire. Ho capito come funziona la posta elettronica, come viene spedita e recapitata una mail per avere un quadro sufficientemente chiaro della situazione. E poi, ebbene sì, è capitato anche a me: che cosa? Mi hanno bucato il server dove ospitavo i siti dei miei clienti.
Non è una bella cosa, anzi, me la sono fatta letteralmente addosso. Per fortuna gli hacker non avevano scalato tutti i livelli di sicurezza e avevano bucato solo un “account”. E questo perchè? Perchè ho dato con molta leggerezza le credenziali di accesso al pannello di gestione di un sito ad una terza persona che doveva fare delle modifiche ad un sito da me ospitato. A quella persona hanno bucato i suoi server, hanno trovato le mie credenziali e si son divertiti poi per mesi a usare il mio server per fare file sharing. Che tipo di files? Per fortuna roba innocua ma se fosse stato materiale pedopornografico ad esempio, avrei cantanto in cinese per anni. E comunque, il lavoro di ripulitura, controllo e cambio server è stato snervante!
Ho chiamato Pietro e mi si è aperto un mondo che non conoscevo. Pietro sa che lo ringrazierò per tutta la vita.
Ho imparato che la gestione delle password è una cosa seria. Così mi son comprato un software dove depositare le credenziali di accesso ai vari pannelli, account e quant’altro anch’esso sotto password. Questo tra l’altro dopo essere stato uno di quelli a cui avevano bucato la password di Twitter. Adesso mi rendo conto che modificare le password ogni tanto, non è tempo perso, è tempo guadagnato, perché prima o poi, puoi starne certo, ti sgameranno e pagherai. Ho imparato che le password non sono “pippo” o “pluto” o “password” o “12334″ e nemmeno “nomeecognome + data di nascita”. Basta guardare il profilo di una persona su twitter per intuire la password. E allora, un bel password generator che genera password con simboli grafici, spazi, numeri e lettere minuscole e maiuscole.
Ah ma come faccio io a ricordarmi quelle password? mica posso digitarle ogni volta! Si diventa scemi! USARE UN SOFTWARE DI GESTIONE PASSWORD. O usare magari password più semplici ma modificarle spesso. Tanto sappilo, se non lo fai, ti bucano. Prima o poi ti tocca. E quando ti tocca, nemmeno te ne accorgi, se ne accorgono gli altri ed è troppo tardi.
Ma questo, vale per un mediocre tecnico come me più votato a fare altro. Il problema grosso lo vedi nelle aziende. E qui c’è davvero da piangere.
Una delle cose che noto è la scarsa civiltà nell’uso delle mail ma oltre alla scarsa civiltà c’è anche una scarsa coscienza di ciò che si sta facendo. Nomi in chiaro, spam indiscriminato, allegati non sicuri come files di office magari non zippati. Ho visto gente spedirsi delle immagini ma invece di inviare un jpg, inseriscono l’immagine in un documento di powerpoint e mandano il file di powerpoint. Come se Powepoint non fosse mai stato bucato. Politiche aziendali assolutamente non votate a nessun minimo livello di sicurezza.
Eppure il reato informatico è uno dei più diffusi. Le clonazioni delle carte di credito avvengono molto più spesso con l’uso di reti aziendali. Tu pensi in azienda di essere più protetto che a casa, ti ritagli due minuti per andare su amazon per acquistare un libro e non sai che nella rete c’è una bella shell che permette ad un hacher in Russia di leggere tutto quello che fai. E la tua carta di credito finisce in un bell’elenco di carte clonate che malavitosi informatici usano per fare micro-acquisti di cui tu dal tuo estratto conto nemmeno ti accorgi. Provate a pensarci, 0.98 dollari da una lista di 25 mila carte di credito clonate, in un secondo, quanti soldi fanno? e se l’operazione la ripeti una volta al mese? Ci vivi da nababbo!
Gli istituti di credito questo lo sanno eccome e sanno pure che un 10% del denaro circolante con le carte di credito è frutto di truffe informatiche ma non hanno potere sufficiente per porvi rimedio? Perché? Perché la gente non presta sufficientemente attenzione. Costa meno bloccare la carta, restituire l’importo e inviare una nuova carta.
Ma questo è niente!
Un giorno un mio cliente, dopo avergli esposto le problematiche a cui andava incontro se non modificava le sue procedure di sicurezza, mi rispose: “Ma a chi vuoi che importi il contenuto delle nostre mail!”. Eh già. Non si sa cosa rispondere.
Il problema non è il contenuto delle mail che vengono lette ma cosa ci si può fare con una mail “bucata” o clonata. Io con la mail di un dirigente di un’azienda, partner di un’altra, posso farmi dare informazioni facendomi passare per l’azienda partner mentre in realtà sono un concorrente. Posso carpire progetti, brevetti, dati tecnici, qualsiasi cosa. Posso inviare false comunicazioni per depistare o per turbare un’asta o una gara tra fornitori. Posso usare una mail per effettuare operazioni finanziarie a insaputa del vero proprietario della mail. Posso fare qualsiasi cosa si possa fare con una mail.
E questa cosa succede, oh sì che succede e più frequentemente di quel che pensate. Magari non lo sapete nemmeno e siete tra i milioni di utenti che hanno la mail “bucata”. Se esistono sistemi e hacker che sono in grado di bucare sistemi di sicurezza complessi come quelli dell’FBI per carpire informazioni riservate, cosa volete che sia per un concorrente agguerrito pagare un hacker per bucare il vostro sistema di sicurezza inesistente o farlocco?
Tutto questo perchè? Per risparmiare 4 soldi. Vedi reti aziendali che lasciano sgomenti anche uno studente di prima di un istituto tecnico industriale. Esperti CED che non sanno cosa sia un IP fisso. Si risparmia sulla connettività, pensando che tanto una è uguale all’altra e quindi si sceglie chi la offre a meno. Uno switch? Un server come router? Eh? Cosa? Un firewall ??? What? Io spendere 5-6 mila euro per un normale sistema di sicurezza? Ma siamo matti? Preferisco farmi clonare la carta di credito.
Grazie a Pietro oggi vedo cose che mi fanno rabbrividire. Vedo come è davvero facile entrare in una rete e fare danni. Ci riesce un bambino. Avrei voluto non sapere ma ora so. Ma adesso il mio server, sarà dura bucarlo! C’è Pietro col fucile spianato e mi sento totalmente al sicuro. Io e i miei clienti. Questo vale ben più di 5-6 mila euro !!!!!!
05 03 2012
Italia, anno 2012 a.i.
Siamo nell’anno 2012 d.c. cioè Dopo Cristo eppure si potrebbe dire a.i. cioè Avanti Internet. Si vedono cose tremebonde, ahimè. La faciloneria, il pressapochismo e la cialtroneria del profeSCIOnista incombe su di noi e l’ignaro malcapitato si sbraccia e arranca in mezzo al guano.
Ormai c’è di tutto. Di recente sono incappato in un nuovo cliente che si è trovato improvvisamente con un sito di e-commerce in mano completamente illegale a causa delle negligenze dell’agenzia ignorante. Ho visto web agencies vendere dalle noci di cocco, ai panetti di burro fino ai sistemi di rilevamento satellitari delle migrazioni delle oche selvatiche.
Ultimamente stiamo facendo una bella esplorazione su com’è la situazione del web nei Paesi dell’Europa dell’Est, soprattutto Polonia. Quasi quasi possiamo chiudere. Se la concorrenza è questa, abbiamo perso in partenza. Siti ben fatti, ottimizzati, immagini ricercate e pertinenti e via discorrendo. Non mi soffermo sui testi perchè col polacco non c’azzecco, ma il resto è tutto in ordine.
Qua invece mi trovo con gente che non sa NULLA! E’ talmente tutto NULLA che questi sono inermi di fronte allo sciacallo. Un cliente che non conosce la differenza tra una fanpage e un sana presenza su un social network, che non ha mai preso in esame di rivedere il proprio brand in vista di un riposizionamento del suo profilo sul web, se gli dici che il dominio su Aruba costa 15 euro e su un server dedicato fatto come Dio comanda 500, è chiaro che sceglie Aruba. E dopo due mesi gli defacciano il sito ed è tutta colpa tua!
Nel 2012 a.i. la promessa di valore è una coltellata alla schiena. Provate a chiedervi, voi tutti: “Qual’è la mia promessa di valore?” e controllate il vostro sito internet, se è tutto a posto. Ah già! Dimenticavo, cos’è la “promessa di valore”? Eh vabbè allora ditelo però!
Avete presente quella cosa che si chiede un cliente visitando un sito? “Perchè devo scegliere costui e non quell’altro?”
La cosa spietata è che da aziende strutturate, che hanno una idea precisa su cosa sia un progetto di comunicazione, ti aspetti di avere terreno fertile! Macchè! Buio pesto. Sembrano balene circondate da orche assassine pronte a spolparle, a strappare via un lembo sanguinolento e succoso di carne per il bene del conto in banca.
Gente che presenta un progetto di un nuovo logo ad un’azienda copiandolo anche male da uno già esistente … Sarà che io di loghi non ne faccio … Forse è meglio così! Altri che si presentano come esperti di comunicazione online e hanno un sito inguardabile, illeggibile tipico del 2012 avanti internet, a.i. appunto. Ho visto oggi, non ieri, oggi, un contratto di fornitura di servizi SEO che recita così:
“Indicizzazione di 20 keyword scelte da un elenco di 150 (vedi allegato C) nei principali motori di ricerca tra cui Bing, Altervista, Yahoo, Excite e in differita su Google.”
Indicizzazione ??????? Indicizzazione di 20 Keywords ??????? In differita su Google ?????? EH ???????????? Nico! Questa ti mancava vero? E poi, Altervista ???? Excite ?????
Poi il mio sguardo cade sul costo annuale e ho chiesto i sali! 23 mila euro annui! Non faccio nomi e cognomi ma sarei così tentato …. Un bel libro nero di bad practice non sarebbe male! Ma il cliente ignaro, ha firmato il contratto capestro e ora si trova a dover pagare una penale per risolvere. Tra clausole e clausoline ce n’è una da galera:
“Il fornitore non assume responsabilità di fronte alla mancata indicizzazione causa frequenti modifiche degli algoritmi di ricerca dei motori di ricerca.”
WHAT ??????????
Sento che sto per stappare una bottiglia di champagne! Ma tant’è! Di che mi stupisco? C’è chi vuole fare campagne di recruiting online sui social networks chiudendo però la possibilità agli utenti di commentare. C’è chi mi chiede di mettere Google nel suo sito o di fare un clone di Facebook per 500 euro! Maramao perchè sei morto …. Pane e vin non ti bastava … L’insalata era nell’orto e un brutto sito avevi tuuuuuuuu ….
Facciamo ridere! La FIAT va a produrre in Polonia e questa ci farà il mazzo sul web. Voglio provare a contattare una web agency polacca e chiedere se mi mettono Google nel mio sito. Come minimo mi denunciano alla Corte Suprema dell’Aia per i Diritti delle Giovani Marmotte.
Ho conosciuto un imprenditore che ha un sito internet ma da anni, siccome la rete interna è installata da schifo non riesce ad accedere al proprio sito e non può fare modifiche. Il sito ha le ultime news del 2007. Dal 2007 sta cercando un responsabile amministrativo. Direi che non è male. Ne ho conosciuto un altro che non ha tempo e soldi per il sito in multilingua però paga 80 mila euro un consulente per farsi spiegare cosa deve fare per internazionalizzarsi e aprirsi al mercato tedesco. Poi è venuto da me per chiedere se gli traducevo una pagina del suo sito, in tedesco, da “mettere su facebook”.
Ormai c’è una confusione incredibile. Tutti fanno tutto e se non fanno tutto se lo inventano. A Carpi abbiamo l’assessore al Tutto, vuoi che non ci sia la everything-agency che ti ripara una sedia o ti costruisce un razzo interplanetario? Però in questo marasma di tuttologi tuttofare, non funziona un kaiser! E’ tutto fatto così come viene, alla “volemose bene”, tanto comunque sei autorizzato a non pagare la fattura.
E poi ci definiamo il centro mondiale della cultura. Sarà ….
26 02 2012
Another brick in the wall
E’ da giorni che mi rieccheggia nell’orecchio il famoso brano dei Pink Flyd, tratto dall’album “The Wall” pubblicato nel 1977 dopo che nel 1973, David Gilmore, Roger Waters, Nick Mason e Richard Wight, composero quell’incredibile e gigantesco monumento della musica rock che è “The dark side of the moon”.
La canzone è un inno contro l’istruzione terribilmente severa nelle scuole britanniche di quegli anni e tocca tematiche che in un certo modo possono essere rielaborate e ridefinite in chiave attuale. I Pink Floyd ricevettero una candidatura al Grammy Awards come migliore esecuzione di un Gruppo Rock e a mio avviso è davvero una delle pietre miliari del Rock a livello mondiale.
Nella rappresentazione visiva, in pubblico, dell’album “The Wall”, Richard Wight e compagni, stravolsero completamente le usanze, suonando letteralmente dietro ad un muro, divisi quindi dal pubblico, un muro che pian piano si componeva fino a lasciare appunto un ultimo mattoncino che veniva sistemato al suo posto con la fine del brano. Un vero e proprio muro di incomunicabilità tra istituzioni e mondo giovanile che inevitabilmente porta disagio sociale, violenza e contrapposizione generazionale, come quella esplosa con i movimenti sessantottini e che negli anni ’70 si è manifestata con violenza terroristica e armata in tutto l’occidente.
Ma oggi? Questo brano, è ancora attuale? Io credo di sì, anzi ne sono certo. I processi di normalizzazione post ’68 hanno portato al boom economico liberista degli anni ’80 e ci hanno permesso di vivere un periodo piuttosto “tranquillo”. Ma l’incomunicabilità non solo è rimasta, è aumentata. Oggi, quel muro rockettaro, fatto di polistirolo è diventato un muro di cemento che sta dividento il mondo occidentale in vere e proprie caste. La mobilità sociale, tanto cara al capitalismo occidentale, quello del “self made man”, di chi, volenteroso e “in gamba” ha la possibilità di farsi strada, di diventare ricco o perlomeno di cambiare il proprio status sociale nel rispetto dei principi democratici che lo difendono, comincia a perdere terreno. La crisi finanziaria del 2008 può essere letta anche in questo senso. Tutto sommato, la crisi finanziaria del 2008, non ha nulla di diverso, anzi, ha strettissimi legami con quella del ’29. Ma potranno nascere nuovi regimi dittatoriali? Io penso di no. L’esperienza bellica delle due guerre mondiali ha lasciato tracce pesanti nel nostro DNA ma è pur vero che non è anestetizzando la contrapposizione sociale che si possono risolvere i problemi che la civiltà occidentale è chiamata ad affrontare nei prossimi anni.
I partiti politici oggi, sono l’esatto emblema della crisi politica e democratica che mostra le ferite. Ho sempre sostenuto che viviamo in un contesto storico in cui la crisi profonda della democrazia rappresentativa finirà per farci soccombere, se non saremo in grado di ribellarci al sistema. Siamo un po’ come il barone di Munchhausen che cadendo nelle sabbie mobili, cerca di salvarsi aggrappandosi alle sue trecce.
Gustavo Zagrebelsky, Presidente Emerito della Corte Costituzionale, firmando il Manifesto Libertà e Giustizia esprime con forza le sue perplessità sulla condotta dei partiti italiani di oggi e non accordandosi alla Monti-mania di questi giorni, dice:
“Il governo tecnico di Mario Monti è probabilmente il meglio che il tempo presente ci può offrire. Ma occorre riportare in onore la politica. Certo, i partiti attuali offrono un pessimo spettacolo. L’esecutivo deve fronteggiare altri interlocutori: lobby, associazioni, sindacati. Le forze politiche sono ridotte al mugugno o al mugolio. La ripresa della democrazia e della politica però ha bisogno di partiti rinnovati. Sono l’unico strumento che conosciamo per unificare la società e tenerla insieme”.
E ancora più interessante diventa questa affermazione:
“La nostra richiesta nasce in un contesto di democrazia rappresentativa debole e delegittimata. All’assemblea costituente si disse: se c’è una maggioranza tanto ampia non c’è bisogno di interpellare i cittadini. Ma la premessa qual era? Che quei partiti rappresentassero davvero il popolo italiano. Oggi viviamo una crisi della rappresentanza. Quel presupposto è diventato fragile. Sarebbe buona cosa avere comunque un voto popolare. Che o tolga di mezzo la riforma o la legittimi in maniera solenne”.
Ed ecco che la musica comincia a suonare … We don’t need no education. We don’t need no thought control. (Non abbiamo bisogno di educazione Non abbiamo bisogno di essere sorvegliati) … All in all you’re just another brick in the wall. (Tutto sommato, siete solo un altro mattone nel muro)
Oggi, la distanza tra elettori e partiti politici è enorme. Anche l’espressione della rappresentanza politica che si trasforma in amministrazione delle cosa pubblica, è in crisi. Lo spoil system descrive la pratica con cui le forze politiche al governo ( di qualsiasi livello di amministrazione, sia essa comunale, provinciale, regionale o nazionale) distribuiscono a propri affiliati e simpatizzanti cariche istituzionali, la titolarità di uffici pubblici e posizioni di potere, come incentivo a lavorare per il partito o l’organizzazione politica. Se questa pratica non è negativa in sé e per sé se l’espressione politica dei partiti è sana, diventa invece clientelismo criminogeno quando i partiti vestono i panni di vere e proprie casseforti economiche e finanziarie di poteri occulti che con la politica non hanno nulla a che fare.E qui, quel muro diventa invalicabile.
La divisione sempre più netta tra interessi privati e interessi collettivi porterà ad una vera e propria incomunicabilità di massa. Se oggi i rappresentanti politici rifiutano o meglio si ribellano all’antipolitica e al qualunquismo, è perchè non solo hanno paura delle responsabilità del declino socio-economico che stiamo affrontando, ma perché non hanno argomenti politici nuovi da sottopporre a consenso elettorale. Badate bene, che questo non è solo un problema italiano ma mondiale. E’ un problema più evidente qui in Italia perchè il declino economico è più marcato e scontenterà parti sempre più ampie di popolazione a favore di parti sempre più piccole di ricchi interessati.
Il Governo Monti è incapace di dare visione. Il progetto del Governo è quello di rendere stabile un sistema, appetibile agli investitori stranieri, per sorreggere il nostro enorme debito non solo economico ma culturale e di sistema. Questo per poi rimettere in mano alla democrazia rappresentativa un sistema controllato e capace di sopravvivere ai prossimi anni di democrazia insulsa. Se i partiti politici nel frattempo non saranno in grado di rinnovarsi, sarà un vero disastro sociale.
Ho l’impressione che gli elettori o meglio i protagonisti primi del sistema democratico, siano molto più pronti ad affrontare e sperimentare nuove forme di democrazia che non coloro che oggi li rappresentano in Parlamento.
We don’t need no education. We don’t need no thought control. (Non abbiamo bisogno di educazione Non abbiamo bisogno di essere sorvegliati) … All in all you’re just another brick in the wall. (Tutto sommato, siete solo un altro mattone nel muro)
13 02 2012
Technology is going back to people
E’ interessante osservare quello che sta succedendo in questi tempi. Esistono fenomeni che sono esplosi circa 10 anni fa e che hanno comportato anche un incredibile tasso di crescita economica e altre fenomeni ancora visti con sospetto e riluttanza ma che nei prossimi anni diventeranno cose normali.
La tecnologia sta correndo a ritmi velocissimi a tal punto che persino il tempo non è più quello di una volta. Ho sempre detto che viviamo ormai in un tempo esponenziale a tal punto che persino dire “vivo in un tempo” non è corretto. Si dovrebbe dire che si vive in diversi tempi, tutti ugualmente reali e non necessariamente collegati tra loro. La ricerca sulle nanotecnologie sta facendo passi da gigante e siamo solo all’inizio. Le applicazioni del “neoprene” sono sorprendenti e ci sorprenderanno ancora molto in futuro. Le ricerche su sistemi di produzione energetica sono all’inizio e avanzano ancora a fatica a causa dei muri eretti dalle megarealtà sovranazionali che vivono grazie ai combustibili fossili ma la strada è sicuramente tracciata.
Anche nella medicina, ormai ha più peso il bioingegnere che non il ricercatore medico e le applicazioni della bioingegneria ad esempio nella chirurgia e nella microchirurgia sulle malattie cardiovascolari e tumorali sono incredibili. Non parliamo poi della biogenetica e/o dell’ingegneria genetica e degli studi incredibili sul genoma umano. Proprio qui si aprono discussioni serie sulla bioetica e sul valore della scienza rispetto a quello dell’uomo.
Ma le tecnologie più soprendenti oggi, quelle che stanno cambiano usi e costumi di noi tutti perchè fanno leva sulle nostre pulsioni umane, sono quelle legate alla comunicazione e all’interazione uomo-macchina.
Qualche giorno fa ho pubblicato un articolo su una infografica che mostra in modo riassuntivo ma estremamente efficace in che modo si sta sviluppando il “mondo online”. E’ sorprendente a tal punto da lasciarci a bocca aperta, constatare che ci è quasi umanamente impossibile comprendere l’immensità e la velocità di espansione di tutto ciò che è legato al web. Non ne comprendiamo ancora bene gli effetti ma in una qualche misura cominciamo a fare i conti con esso. Fino a forse neanche un anno fa, in TV non era normale citare Twitter o Facebook se non come fenomeni sconosciuti mentre oggi fanno parte del vivere quotidiano: questo ha pubblicato una frase su twitter, quell’altro ha detto questo su Facebook, su twitter si dice, su Linkedin si commenta e via di questo passo. E’ divertente, per me che lo vivo in pieno, constatare che se da una parte Twitter e Facebook cominciano ad entrare nel vivere comune delle persone, dall’altra nascono e crescono altri fenomeni “social” che dimostrano come tutto questo sia una corsa affannosa e incredibile verso qualcosa che tutto sommato sembra tornare alle origini: l’uomo.
Più una tecnologia è umanizzata, più questa interagisce in modo normale e naturale con la natura stessa di noi, più questa è efficace e diventa persino commercialmente appetibile. Proviamo a pensare all’interfaccia tra uomo-computer: in principio era la tastiera, poi arrivò anche il video, a questo si aggiunse il mouse e ora? Si torna alle mani! La visione di Steve Jobs è palese ormai a tutti. Si deve alla genialità di uno studente universitario americano l’invenzione dell’interfaccia che collega senza fili il cervello al computer affichè si possa scrivere senza l’uso di altri sistemi meccanici. Anche la robotica grazie agli studi e alle ricerche giapponesi ha fatto passi da gigante e l’interazione uomo-macchina comincia a prendere le sembianze di ciò che Isaac Asimov aveva predetto. Siamo invero ancora lontani dai racconti di Asimov ma a questa velocità e davvero difficile poter dire che forse domani e dico proprio domani, non sarà uguale a ieri.
Vedo il cambiamento anche dal lato software. Nel web design, la necessità di avere applicazioni, siti web, portali o quant’altro, che rispecchino necessità totalmente umane di accessibilità, user experience e usabilità, ci porta a strutture e layout incredibilmente diversi rispetto a solo 5 anni fa. Sul web, il concetto del “don’t let me think” è ormai assodato anche se io lo modificherei in “don’t waste my time but let me think” cioè “non farmi perdere tempo ma lasciamo pensare”.
La sosprendente galoppata verso il futuro però arriva anche dai social networks, vere e proprie star del momento. L’uomo per sua natura è un animale sociale e in quanto tale ha necessità di intrattenere relazioni con il prossimo per scambiarsi informazioni e fare conversazione che a sua volta presuppone la cooperazione tra i partecipanti e la condivisione della conoscenza: in poche parole quella che Maurice Halbwachs chiamava “la memoria collettiva”. Stiamo portando la memoria collettiva dai libri, al web ad una velocità così sorprendente da lasciarci letteralmente stupefatti. L’effetto di tutto ciò è il riposizionamento dell’individuo e la ridefinizione del suo ruolo sociale nella società. Un ruolo non più numerico, appartenente cioè ad una massa più o meno eterogenea di persone ma un ruolo da protagonista prima di tutto verso sé stesso e poi in relazione con gli altri. Una delle cause dalla crisi della democrazia rappresentativa la si può cercare proprio nel nuovo modo di considerarci individui nella società in cui viviamo e ci responsabilizziamo. Termini come open-government, open-data, open-democracy, empowerment e social-development per noi oggi sono ancora misteriosi ma domani e ripeto ancora una volta domani, non fra 10 anni, saranno sulla bocca di tutti.
Rossella O’Hara in “Via col vento” diceva: “domani è un altro giorno”.
26 12 2011
Sta arrivando il mondo programmabile.
Oltre alle persone, nel prossimo futuro anche le macchine saranno collegate in rete. La rete internet “delle cose” coinvolgerà automobili, macchine industriali, sistemi di riscaldamento e persino le pale eoliche. Tutto sarà profondamente digitalizzato, connesso e interconnesso. Tutto sarà fruibile in rete, tracciabile e controllabile.
Non è ancora finita la rivoluzione di internet, non si è ancora completata, anzi in molti Paesi come l’Italia, il web è ancora un mondo oscuro, indefinito e spesso ritenuto pericoloso. Eppure, non siamo ancora in grado di capire che cosa significhi avere 5 miliardi di persone sempre connesse 24 ore su 24 che già la seconda era del web inizia prepotentemente a muovere i suoi passi. Alla rete delle persone si aggiungerà nei prossimi anni la rete delle cose. I Paesi che hanno compiuto il passaggio dalla banda larga a quella larghissima, hanno sicuramente un enorme vantaggio competitivo e la seconda rivoluzione del web è già in atto.
I grandi carrier mondiali come AOL, Deutsche Telekom, Hewlett Packard, CISCO e persino Apple in ultima istanza, si sono preoccupati di dare all’infrastruttura tutta la capacità tecnologica oggi possibile, dai cablaggi di rete, ai server, ai personal computers fino ad arrivare agli smartphones e ai tablets, questi ultimi entrati prepotentemente in gioco.
Nei prossimi anni non solo le persone, ma anche macchine connesse in rete produrranno una infinità incredibile di dati che dovranno essere analizzati e controllati. La parola chiave che viene usata sempre più frequentemente per descrivere questo nuovo fenomeno evolutivo è BIG DATA. Il futuro apparterrà a tutte quelle imprese che sapranno utilizzare questa enorme mole di dati per memorizzarli, manipolarli e tradurli in occasioni di business e opportunità. I grossi centri produttivi si trasformeranno in gateways o portali produttivi a disposizione proprio di quelle imprese che sapranno gestirli secondo le necessità più “fresche” e avanzate del mercato in continua evoluzione e sempre più volubile. Le implicazioni e le prospettive future in questo senso sono enormi e ancora di difficilissima lettura.
Se pensiamo al Paese che infrastrutturalmente sta investendo di più sulla “rete” e cioè la Germania, il fenomeno comincia a diventare evidente. 3/4 della popolazione tedesca è oggi
interconnessa in modo sistematico e regolare e 20 milioni di tedeschi utilizzano normalmente e giornalmente dispositivi mobili. Nei prossimi 10 anni tutta la popolazione tedesca sarà interconnessa regolarmente con banda ultralarghissima (1 terabit/sec) e il 90% con device mobili (tablets e smatphones). Già oggi, sono presenti e diffusi softwares per la gestione della propria impresa atti ad automatizzare diversi processi, a controllarli, a misurarli e a correggere eventuali deviazioni. Poter controllare un processo di produzione di una catena di montaggio attraverso la rete, magari a migliaia di km di distanza è realtà. E’ chiaro che ciò vale per tutti i Paesi tecnologicamente più avanzati e per quelli che sono fortemente impegnati a colmare il gap tecnologico come i Paesi del BRIC.
E’ probabile che nel 2020 più di 50 miliardi di macchine saranno interconnesse in rete in grado di produrre dati da analizzare e controllare. BIG DATA diventerà normalità, e per questo, le capacità di calcolo, di analisi e di memoria dei computers saranno sempre più grandi ed efficaci. E’ chiaro che in questo processo evolutivo si nascondono potenziali enormi per le imprese che sapranno fare buon uso dei dati in rete. Se solo pensiamo alla rete delle persone, cioè la internet che oggi noi conosciamo già abbiamo fenomeni in tal senso. Sappiamo che la presenza in rete di una persona lascia parecchie tracce che possono essere usate e analizzate. Ad esempio se navighiamo in rete e incappiamo in un sito di vendita online di telefonini e non ne compriamo nessuno, è altamente probabile che nelle settimane successive riceveremo informazioni commerciali sui telefonini in diversi punti della nostra presenza ( vedi “Ricerca adattiva e gabbia dei filtri“). Il customer journey è proprio quella “tecnica” che permette di seguire “il viaggio” di un utente attraverso la rete internet per carpirne le inclinazioni e le necessità al fine di preparare una vera e propria gabbia informativa tagliata su misura e permettere così alle marche di affinare le proprie campagne di marketing e portare il potenziale cliente all’acquisto.
A fronte di questo però, le macchine, rispetto all’uomo, produrranno molti più dati. L’aumento del traffico dei dati sulla rete aumenterà esponenzialmente di anno in anno. Se consideriamo solo i sensori di cui sono dotati le macchine i quali producono secondo dopo secondo un flusso di dati enorme, possiamo immaginarci il volume di traffico se pensiamo a 50 miliardi di macchine interconnesse. E’ un volume quasi difficile da calcolare. Prendiamo ad esempio i sistemi di controllo del traffico che saranno in grado di prevedere possibilità di incidenti stradali e da lì impartire una serie di procedure automatizzate atte a impedire l’eventuale catastrofe intervenendo sulla viabilità e sul traffico stesso: il volume di dati generabile, considerando anche i volumi di traffico nel mondo, sono enormi. Lo stesso sistema di controllo della viabilità potrà ad esempio collegarsi via internet ad una vettura e consigliare il conducente sul parcheggio più vicino, condurlo attraverso un sistema geolocalizzato fino alla meta evitando ingorghi o traffico incontrollato. Possiamo anche prendere ad esempio il sistema sanitario americano che ha delegato pesantemente la parte di analisi e diagnostica a strutture indiane, lontane migliaia di km, che analizzano e appunto diagnosticano. Se le macchine di analisi come ad esempio una TAC saranno collegate in rete, sarà possibile monitorare un paziente a distanza (triste ma vero).
Ma dirò di più, sarà possibile ad esempio ordinare la propria vettura nuova alla casa automobilistica preferita, controllarne il processo produttivo in catena di montaggio e stabilirne in loco colore, accessoristica e personalizzazioni, fino alla consegna a casa propria. Oppure possiamo prendere ad esempio i sensori di temperatura attivi, che collegati ad un termostato inventato da Tony Fadell (l’inventore dell’iPod) con la sua nuova azienda Nest Labs, si collegano a loro volta ai proprietari di una casa e si regolano in automatico con l’approssimarsi dei proprietari e l’allontanarsi oppure verificano la presenza di persone all’interno dell’abitazione e in funzione delle camere occupate regolano perfettamente la temperatura, il tutto via web collegato gli smatphones (domotica di 2a generazione). Per non parlare dei dati aggregati, disponibili, di un un intero complesso di abitazioni, collegate alla rete elettrica, che possono essere utulizzati massivamente per ottimizzare la meglio la somministrazione dell’energia elettrica nelle singole case a seconda dei consumi e delle necessità per fascia oraria, per numero di persone per famiglia ecc…. riducendo in questo modo sensibilmente gli sprechi e i costi.
Le implicazioni di tutto questo sono enormi e ancora difficili da immaginare. Io ne vedo di positive ma anche di negative. Una delle conseguenze negative sarà quella della diminuzione drastica del numero dei posti di lavoro: più automazione e meccanizzazione, meno lavoro umano, meno posti di lavoro. E’ un processo evolutivo inevitabile che porterà conseguenze pesanti a livello sociale in quanto non siamo ancora pronti ad accettare o comprendere nuovi sistemi sociali magari non più legati propriamente al consumo e all’economia di produzione. Il concetto di privacy e sicurezza verrà fortemente messo in discussione e anche su questo punto, non siamo ancora pronti a ridiscutere questi concetti secondo nuove modalità e nuove prospettive.
Comunque, che siano sensori umani o meccanici, essi producono dati, dati che devono essere memorizzati, analizzati e convertiti e aggregati in enormi “nuvole” (clouds) finalizzandoli alla gestione di processi più o meno complessi che influenzeranno in futuro la vita di tutti noi. Tutto questo sarà possibile attraverso la rete internet che renderà l’intero mondo assolutamente programmabile. C’è di che pensare!







