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Leggevo stamattina alcune righe di Gobetti, che mi hanno illuminato, mi hanno dato la “quadra” ad un pensiero che mi girava in testa da mesi, addirittura da un anno.
Quali differenze tra associazionismo italico e associazionismo teutonico? Ce ne sono? Ce ne sono sì! Basta leggere quando scrive: “In Italia non c’è mercato ma solo sussidi”

L’impresa italiana è abituata a viver di sussidi, a comportarsi come se qualcuno in qualche maniera, prima o poi,tanto gli toglierà le castagne dal fuoco. La mancanza di riforme che purtroppo inchioda la politica italiana alle sue pesanti responsabilità già prima del ventennio fascista, si ricunduce ad una visione distorta del liberismo moderno, del concetto di imprendere, a proprio rischio e pericolo e si contrae alla fine in una identità di Stato, ovunque presente e totalizzante. Thoreau relativamente al fisco diceva: “Il miglior Governo è un Governo meno presente”.

Chi imprende lo fa a proprio rischio e pericolo e lo fa con coscienza e consapevolezza, con le proprie forze e le proprie capacità. O almeno così dovrebbe essere. Ma sappiamo che la politica industriale italiana nata dopo l’unificazione del Paese è una politica assistenziale, di chi ha bisogno di incentivare il primo processo di industrializzazione di un Paese fortemente in ritardo con gli altri Paese e prettamente agricolo, tranne qualche “sacca” economica e industriale piuttosto avanzata. Il sud Italia esce dalle guerre di indipendenza, totalmente svuotato e annullato a causa un processo di piemontesizzazione davvero poco lungimirante che depaupera anche l’eredità culturale borbonica di cui “l’agiografia” nazionale ne parla sempre con disprezzo pure oggi.

Questa poco sana visione illiberale e assistenziale delle “cose” del Paese, sopravvive ancora oggi, con la totale connivenza dei ceti medi e popolari; si preferisce combattere la disoccupazione con incentivazioni a pioggia dall’alto e non parallelamente anche la libertà di imprendere.

In Italia, il “fai da te” deve essere assistito e assistibile a tal punto da diventare u’arma a doppio taglio: per assistere devi appiattire, uguagliare, dare a tutti una possibilità di andreas-piccoloottenere qualcosa e per fare ciò, devi costruire impianti normativi di gestione e di controllo che rendono totalizzante la presenza dello Stato in qualunque momento della vita di ognuno di noi. L’incapacità di autocontrollo, di autoregolamentazione e di una sorta di “automoralizzazione” è in definitiva il risultato della mancanza di libertà. Meno sei libero, meno decidi, più devi essere controllato e “gestito”. Ma più vuoi essere libero, più hai necessità di assumere comportamenti e pensieri moralmente e soprattutto eticamente compatibili con la comunità nella quale ti riconosci (il vero significato anglosassone di HERITAGE), ma è un processo interno, identitario, anche personale e soprattutto non imposto dall’alto.

Il liberismo è un concetto profondo, spesso distorto da chi invece ha bisogno di controllo perché senza di esso non sopravvive. Siamo come animali cresciuti in cattività, coccolati, vezzeggiati, anche amati ma incapaci di saper approfittare del proprio senso di libertà perché la libertà spaventa, è ignota e pare non garantire unità e identità culturale. In questo contesto, il pensiero luterano si è distaccato profondamente da quello latino-cattolico ed è il motivo per cui, venendo al titolo del mio articolo, l’associazionismo d’impresa nei Paesi teutonici o meglio anglosassoni ha identità e modalità totalmente diverse. Non esiste in Italia un’etica della competenza, questa è garantita da albi professionali o da norme vigenti che spesso non sanno piegarsi in modo dinamico alle necessità variabili del mercato. Ognuno si trincera dietro ad una norma, una legge, un impianto normativo che si riconosce nel diritto, poco o quasi mai nel dovere e in un quadro così aberrante e mortifero le imprese si associano per difendersi dall’immoralità dilagante.

Sia chiaro che tutto questo non è un male solo italiano ma è vero che in Italia, terzo Paese economicamente più importante nella UE questo salta molto più all’occhio.In fondo, siamo stati tutti un po’ Telemaco, tutti abbiamo aspettato che qualcosa tornasse dall’orizzonte marino e infatti qualcosa è tornato o meglio è arrivato, dall’alto …Qualcosa…

Qui sta sostanzialmente la mia critica alle associazioni imprenditoriali italiane. L’incapacità di uscire da questo clichè culturale assistenziale per diventare vero motore di spinta per la ricerca delle libertà d’impresa. Si tende appunto ad assistere, a favorire, a creare una sorta di lobbismo all’amatriciana fatta di conoscenze e favori, magari anche qualche atto di lungimiranza c’è, ma poca roba. Così le associazioni imprenditoriali italiane diventano esse stesse fornitrici di servizi come atto di sussidiarità compartecipativa entrando anche in conflitto di interessi con gli stessi associati. Le associazioni diventano luoghi preposti alla politica, di per sé nemmeno grave se non fosse che gli atti che escono dalle discussioni si intersecano e incastrano perfettamente con la poca lungimiranza politca economica nazionale. Ci si limita a difendere i propri interessi di parte e ci si dimentica quelli degli altri. E torniamo sempre lì, sull’equilibrio etico tra diritto e dovere, tanto caro a Immanuel Kant. (Vero Nicola Fabbri?).

Allora, queste differenze? Beh, sono abissali. Le associazioni imprenditoriali “anglosassoni” e teutoniche hanno un imprinting liberale, favoriscono l’interazione tra imprese anzi è il loro principale obiettivo. Lo scopo della associazioni non è quello di fare politica per ottenere favori e vantaggi per gli associati ma è quello di favorire gli scambi e gli affari tra associati facilitare l’interazione fra di essi in un vero percorso di crescita e ottenere vantaggi in termini di business per le imprese associate. Parliamo di networking vero e proprio! Le imprese si assistono da sole, tra di loro condividendo interessi, obiettivo e strategie di mercato e non certo per avere vantaggi e peso politico.

La libertà non ha prezzo e non ha padroni. Più la deprimi e più hai bisogno di sistemi di controllo. E’ sulla mancanza di etica e di morale che bisogna spostare la visione e questa purtroppo deriva dalla mancanza di libertà.

Pochi giorni fa sono stato protagonista e vittima di un confronto piuttosto animato e pesante con una persona su Facebook con il quale ero collegato come “amico”. Al di là della polemica che ne è scaturita, di chi abbia o non abbia ragione del relativo flame che ne è derivato è interessante capire come ci siano modi diversi di interpretare le “amicizie” e le connessioni relazionali e come sia anche differente il modo di considerare e accettare le dinamiche di un social network. C’è chi pensa si avere diritti, chi pensa che vi siano doveri ma ci si dimentica che spesso certe dinamiche relazionali non sono dipendenti da modalità scritte e accettate ma da una sorta di aspettativa che interpreta o meglio guida i comportamenti di un gruppo.

A questo proposito, mi piace molto ciò che il mio carissimo amico e avvocato Marco Zelocchi scrive basando le sue considerazioni sulla vicenda che mi è capitata. Credo che ci sia molto materiale per fare delle riflessioni importanti.

Ricopio qui il testo integrale e inserisco nel finale il link direto alla pagina di facebook.

LA COMUNICAZIONE TRA PERSONE E’ UN FATTO DELICATO: FACEBOOK E’ UNA PIAZZA, UN UDITORIO, UN BAR, UNA TAVOLATA DI AMICI, UNA CASA PRIVATA CON LA PORTA SOCCHIUSA, O TUTTE QUESTE COSE INSIEME?

Nei giorni scorsi, ho visto un c.d. flame tra “amici di facebook”, una divergenza di vedute che è diventata, nei fatti, uno scontro acceso, e che ha creato anche consensi da ambo le parti, e perciò, due piccole fazioni, oltre ad una maggioranza silenziosa, e a qualche intervento diplomatico che, mi sembra, paragonasse l’eccessiva vis polemica, ad una bambinata.

Sono un giurista, perciò il fatto mi ha incuriosito. Facebook è uno strumento di conversazione particolarissimo, i cui schemi formali ed i cui canali sono variabili, e configurabili in base alle scelte dell’utente. Perciò, anche se potrebbe distrattamente sembrare un mezzo semplice da capire, e da gestire, non lo è affatto.
Situazioni come bisbigliare in un orecchio in presenza di una piccola cerchia, telefonare con qualcuno vicino ad microfono un microfono acceso, su un podio, davanti ad uno stadio gremito, o parlare tra sè e sè, con telecamera accesa in mondo visione, rende l’idea di enormi differenze di significato nella comunicazione.

Il problema è che nel mondo di facebook, tutte queste situazioni, sono accomunate da un unico gesto empirico molto visibile: una persona che digita qualcosa alla tastiera di un computer.

E poi la parola “amici”. Fuorviante. Certamente lo è per la cultura italiana, che distingue gli “amici”, dai “veri amici”, dagli “amici del club”, dagli “amici di vista”, dagli “amici del partito”. Sempre lo stesso sostantivo, per dimensioni di vicinanza, empatia, sintonia, e lealtà completamente diverse.

Allora, cosa succede quando qualcuno non interpreta nello stesso modo, la parola “amicizia” che corrisponde all’attivazione del link primario di facebook?

L’osservazione della casistica è interessante, perchè è molto varia, e dimostra che l’uso inconsapevole di facebook può rivelarsi assai insidioso.

L’assenza di differenti link primari (come “conoscenza”, “membro di gruppo”, “amicizia”, “profonda amicizia”, “legame familiare”, mette vicino persone estranee, a parlare insieme, e le espone a linguaggi, contenuti, simboli, fini, culture, le più diverse, il tutto, naturalmente, con la prospettiva di una più o meno ampia, o totale, ed eterna, notorietà, fino alla cancellazione.

Perciò sembra ovvio: qualche volta, la dimensione non è tanto quella del valore in sè del comportamento sociale, ma della distanza culturale tra le persone, e della diversa interpretazione della “prossemica” sociale e verbale, in occasione di una conversazione, a sua volta declinata nei principali rapporti di intimità o di pubblicità che sono offerti dalle scelte di prvacy o di esposizione all’intero web, del proprio pensiero.

La mia conclusione, è che possono verificarsi incomprensioni, e di per sè, la prima manifestazione, non è un fatto sicuramente evitabile. Il mondo è grande, le matrici culturali, a volte molto diverse, perciò la prima manifestazione di dissidio è un fenomeno che può verificarsi, anche per cause fortuite.

La differenza, la responsabilità, sta nel modo in cui viene gestita la divergenza: perchè il valore delle parole non è il medesimo in tutti gli ambienti, con l’ulteriore difficoltà che non tutte le persone possiedono l’informazione sufficiente per comprendere a fondo questo dato di fatto del mondo reale.

In conclusione, resta sempre la vecchia regola: l’amicizia di facebook è un link informatico: si stabilisce, e si interrompe, e questo non è di per sè sintomo di “amicizia”, nel suo senso comune, pur distinguendo le ulteriori varianti culturali.

Ecco perchè l’insidia non può che permanere: comprendere che la comunicazione su facebook è del tutto uguale, in via di metafora, con le situazioni della vita reale, è una regola d’oro per l’utilizzo del proprio diritto di parola.

E, come ogni diritto di parola, in una comunità, non è un diritto, ma è una facoltà autorizzata da un sistema di consenso, sul buon uso del diritto.

Mi sembra un po’ come nel codice della strada: avere la precedenza non è un diritto, ma è l’aspettativa che chi si deve fermare per rispettare il nostro diritto di precedenza, lo faccia spontaneamente. Altrimenti, si rischia lo scontro frontale, con tanto di morti e feriti, che nel caso specifico sono i bannati e le manifeste inimicizie.

Dopodichè, il sapere chi era nel diritto di passare, e chi era nel dovere di fermarsi, non potrà essere che affare di tribunali, che si cimenterà con il diritto di espressione e di parola, e con gli ordini di cancellazione e in generale con tutte le declinazioni giuridiche che conosciamo nel mondo reale.

Questo è facebook, e penso che potrebbe essere interessante riconoscere l’opportunità di un corso di sicurezza verbale, in rete, specialmente per i più giovani, e per le persone sguarnite di qualche conoscenza, anche sommaria, dei diritti e dei limiti in fatto di libertà personale, di “domicilio informatico”, di libertà di espressione, e di rispetto della libertà di associazione altrui.

Ecco il link: https://www.facebook.com/marco.zelocchi.carpi.mo.it/posts/542007469176537

Come sapete, Innovando non esiste più. E’ nata Innovando. Sembra un gioco di parole ma è davvero così. Tutti ormai sanno che ci siamo trasferiti in Svizzera, che la nostra scelta è stata anche di vita, non solo di opportunità, che abbiamo deciso di spostarci fisicamente, non solo fiscalmente ma al contempo, invece di ridurci ci siamo ingranditi, abbiamo deciso che da soli non si va da nessuna parte. Il nostro è un team articolato, un mix di competenze ed esperienze difficile da trovare altrove, il tutto sotto il cappello di un brand piuttosto conosciuto in Italia che sicuramente ora avrà maggior visibilità anche a livello internazionale.

Il nostro progetto è un vero progetto di internazionalizzazione che si formalizzerà nei prossimi mesi e che vedrà espandere le nostre esperienze professionali secondo nuove metodologie di lavoro e nuove opportunità anche per i nostri clienti e partners.

Siamo convinti che INSIEME PER COMUNICARE non sia solo un semplice pay off ma una ragione di esistere e di confrontarsi con un mondo in evoluzione continua. Per questo motivo non possiamo essere unipersonali ma abbiamo bisogno di entrare in un vero processo di condivisione delle esperienze con tutti coloro che hanno specificità professionali perfettamente complementari con le nostre.

I terreni dove oggi le imprese giocano la propria visibilità sono diventati complessi e interconnessi. Non è più possibile dividere le tipologie e i campi applicativi della comunicazione, come del resto non lo era nemmeno prima. Il web in special modo, nostro cavallo di battaglia ha sancito la morte definitiva dei vecchi modelli di marketing basati sul concetto del “vendere ciò che si produce al più alto numero di persone possibili” in favore di modelli ancora non del tutto esplorati basati sul concetto del “Produrre ciò che si è capaci di vendere e venderlo solamente a chi è davvero interessato ad acquistare.” Sono approcci enormemente differenti che necessariamente spostano l’asse delle competenze su specificità anche non convenzionali.

Abbiamo deciso di alzare l’asticella non solo della qualità del nostro lavoro ma dell’integrazione dell’offerta. Sì, sto dicendo integrazione. Se gli aspetti della comunicazione sono sempre più poliedrici e complessi, anche le competenze e le capacità di offrire soluzioni e opportunità devono avere esatta rispondenza.

Ecco perchè non siamo soli ma siamo tanti eppure siamo unici e allo stesso tempo siamo professionalmente interconnessi. Per questo motivo devo ringraziare personalmente tutte le persone che compongono il nostro magnifico team di lavoro perchè sono loro che stanno dando un senso nuovo ad un progetto di web-agency nata nel 2000 e oggi completamente rivoluzionato.
Ma non siamo nemmeno soli perché la complementarietà perfetta con TI-PROMOTION SA, nota agenzia di comunicazione svizzera, non è solo una dichiarazione di intenti ma una identità unica di lavoro e di presenza internazionale che ci ha permesso di aprire una nuova porta verso un futuro incredibilmente emozionante. Siamo diventati “svizzeri” grazie a Stefano Bertocchi e Stefano Bertocchi è diventato “italiano” grazie ad Andreas Voigt (che è tedesco). Questo è un vero inizio di contaminazione culturale che può solo farci bene.

Bene. Da oggi inizia un nuovo viaggio e speriamo che sia fantastico. Mettiamoci gli occhialini 3D e partiamo! Tanto lo sappiamo, noi non siamo soli!

Nuovi sito di MIDA SPA

Ci ho messo qualche giorno. Sì, qualche giorno, per rendermi conto che il sito di Mida è online. 1 anno e mezzo di lavoro, faticoso, complesso ma tremendamente interessante. L’aspetto grafico del sito, per me non ha mai avuto grande importanza, con WordPress ormai puoi adattarti a mille situazioni diverse senza grossi problemi. No, la grande fatica non è stata lì, è stata nel pensare a che tipo di struttura far riferimento, che genere di architettura dell’informazione, perché il cliente (chiamarlo cliente mi sembra pure offensivo, ormai è quasi un figlio per me e come i figli ti fanno arrabbiare ma anche gioire) è uno dei più difficili, complessi e poliedrici che abbia mai conosciuto.

Due anni fa, una donna mi chiama con voce suadente e chiede di me, del mio lavoro. Nel contempo mi propone di fare conoscenza andando a Milano per progettare un nuovo sito. Milano … Quando sento Milano, scappo altrove. Ma lei, Paola Cinti, parla con accento romano e questo mi rincuora parecchio.

Con titubanza e anche un po’ di senso di distacco, vado a Milano, conosco Paola di persona, l’abbraccio, e poi conosco Marco Poggi. Dalla loro porta non esco più. E’ scattata l’alchimia! Succede, è raro ma succede, che il cliente non è più tale. Il cliente diventa il tuo ficus benjamin da far crescere rigoglioso, con tutte le cure possibili, lo sgridi quando perde un po’ di foglie e lo coccoli quando ha sete. Lo so, non è professionale, non è normale, non è la personificazione estrema del professionista tutto d’un pezzo. Ma chi se ne frega? Tanto non lo sono mai stato. Lavoro anche col cuore, non solo con la testa.

Così mi trovo letteralmente risucchiato in una realtà per me sconosciuta. Analisi transazionale, empowerment, pnl, benessere organizzativo … Gente che scrive libri come io pubblico post su Facebook, aule di formazione, formazione aziendale di ogni genere, livello e tipologia. Ma in tutto questo, un caos! Caos creativo, non caos da disordine. Talmente tanto caos creativo che imbrigliare tutto in un sito è come imbrigliare il big bang in una scatola di fiammiferi! Se lo imbrigli, per la teoria della relatività, finisci per creare un buco nero. Meglio di no!

E così il progetto diventa un enorme e complesso work in progress. Portare tutte queste persone a ragionare in termini di contenuti per il web è un passo ancora non del tutto fatto, ma come si dice, anche Roma non è stata costruita in un giorno, no? Ma almeno il mio ficus cresce e cresce bene!

Devo dire che Mida non mi ha mail lasciato solo! Mi ha ascoltato, mi ha anche difeso, protetto e mi ha affiancato una persona che oggi posso praticamente chiamare “sorella”. Vero Paola? Trovare amicizie così profonde all’interno di un grande rapporto professionale è un evento di una assoluta rarità, come non esserne felici?

Adesso il sito è online. Ho dovuto davvero prendere un attimo di tempo per respirare profondamente. Perchè so che il percorso non è finito, forse invece è solo l’inizio. Adesso, questo caos creativo ha bisogno di branding, di identità di marca, di autocoscienza in puro stile web 2.0 e fare questo percorso con loro è formativo anche per me. Magari fra un anno o due questo sito avrà un aspetto diverso ma l’anima che c’è dentro è quella di chi si sta mettendo in gioco con una fortissima volontà evolutiva.

Intendiamoci, non è affatto facile. Crescere non è facile, lo sappiamo tutti. Ma che bella sfida però! E tutto questo, quanto ha significato anche per me? Tantissimo. Di sicuro non sono quello di due anni fa.

A tutti i “midini”, GRAZIE! Non posso dire altro che questo!

[ba-button link="http://www.mida.biz" color="purple" target="blank"]Vai al sito di MIDA SPA[/ba-button]

 

C’è crisi, dicono. Tutto è sotto una lente grigia che mostra una realtà fatta di tristezza, fallimento, angoscia, paura. L’Italia è in crisi, l’economia è in crisi, la globalizzazione è un massacro politico e sociale, i giovani non hanno lavoro, l’occupazione è in crisi, la politica è in crisi, Grillo è in crisi (mistica) …

C’è crisi. C’è così tanta crisi che te la mangi anche a colazione. Ti alzi con la crisi, ti lavi con la crisi, vai a lavorare (se sei fortunato) con la crisi e torni a casa (se non sei emiliano terremotato) con la crisi. Persino il terremoto è in crisi, talmente tanto che ai giornali non frega una cippa.

Tutto questo ci porta in un loop psicotico che ci distrugge. Diventiamo infelici e nel nostro stato di crisi identitaria e di infelicità non riusciamo più a vedere nulla. Niente futuro, niente visione, niente di niente. Il mondo si ferma davanti al nostro zerbino di casa perchè quello che vediamo fuori da lì ci schifa di più di quello che abbiamo in casa. Tutta colpa della crisi se le famiglie sono in crisi, gli ideali sono in crisi, i valori sono in crisi, la moglie è in crisi isterica continua e il frigorifero ti sbatte in faccia la realtà, il tuo portafogli è in crisi e non puoi più riempire il frigo.

E in questo loop distruttivo i media ci sguazzano. Ogni 10 minuti senti parlare dello spread che sale e della borsa che scende, del debito pubblico che sale e del PIL che scende, del deficit che sale e dei posti di lavoro che scendono. Sembra di stare sulle montagne russe e la destinazione finale è l’inferno.

Siamo così in crisi che siamo davvero in crisi. Non reagiamo più. Si dice che il 35% degli italiani, allo stato attuale, non andrebbero a votare. Che voti? Sei in crisi e non sai a che santo votarti. Sono in crisi pure i santi, tant’è vero che si pensa di accorpare le feste patronali alle domeniche, per far alzare il PIL. Il Papa, in crisi pure lui, regala di tasca sua 500 mila euro ai terremotati ma fa portare via gli oggetti di valore dalle chiese devastate dal terremoto, le casse dello IOR sono in crisi.

A me francamente, sta crisi ma un po’ sfrancicato la “sacca maronale”. Scusate il lessico un po’ raffinato. Ma non ne posso più! Voglio ribellarmi alla crisi. Io non sono in crisi ma sono in uno stato che se Bersani potesse parlare, direbbe di non contentezza. Ecco, non sono contento. Non sono ancora arrivato alla tracimazione ma manca poco. Dopo la non contentezza arriva lo scoppio e da lì in poi sarà un ritorno alla felicità.

Sembra che il mondo si sia fermato. Tutto ruota intorno all’economia e l’economia è in crisi. Ma è un controsenso! L’economia di chi? L’economia non potrà mai essere in crisi, al massimo possono essere in crisi alcuni modelli economici. Eh ma cambia parecchio la questione!

Ieri, ho discusso un po’ animatamente con Marco Poggi, persona che stimo moltissimo, sulla questione della crisi Europea. Il loop negativo nel quale stiamo cadendo ci sta portando a credere che il nemico, il colpevole sia fuori dai nostri schemi. Il concetto che passa è “è colpa dell’altro se io sto male” e non ci si preoccupa nemmeno di capire i perchè dell’altro. Manca completamente l’analisi identitaria e questa, nolenti o volenti parte dalla verità, dal cominciare a non raccontarsi le bugie in tasca, dal prendere coscienza che i problemi nascono prima di tutto in casa nostra ed è in casa nostra che dobbiamo risolverli.

Il problema è che stiamo cercando di risolvere i nostri problemi con le stesse persone e gli stessi strumenti che questi problemi li ha creati. La cosa incredibile è che per giustificare il loro intervento salvifico, queste persone tendono ad ingigantire ancora di più i problemi. Non è un fenomeno locale, intendiamoci, è un fenomeno mondiale. Facendo un rapido calcolo di quanto fatturano i 10 maggiori istituti finanziari mondiali è facile capire che i problemi sono concatenati, cioè se un istituto finanziario ormai sovranazionale entra in crisi, si porta appresso tutto, economia reale, Stati sovrani, governi e interi modelli societari.

Siamo fermi in un vicolo che ci sembra cieco. Non riusciamo a vedere oltre il muro, oltre quella siepe di leopardiana memoria e per questo siamo convinti, fortissimamente convinti che le soluzioni alla crisi siano dentro alla crisi, dentro agli aspetti negativi di quei processi e modelli economici che in realtà sono forse arrivati al capolinea.

Eppure, l’economia insegna che questa essendo la manifestazione oggettiva dell’ingegno umano può benissimo trascendere dai modelli economici e andare avanti. Il mondo in realtà non si è mai fermato, semplicemente si è evoluto. L’economia reale è ben altra cosa rispetto ai modelli economici finanziari usciti dalle banche d’affari. In fin dei conti, tutto ruota intorno alle banche e ai sistemi monetari ed è proprio qui che si giocano le guerre mondiali moderne.

Noi siamo tutti dentro ad una enorme guerra mondiale, solo che a differenza da quelle che ci hanno preceduto, non sentiamo esplodere le bombe, fischiare i proiettili e non contiamo morti a decine di migliaia per un giorno di battaglia. Eppure di morti ce ne sono e sono morti diversi, sono morti dentro, sono uccisi nella crisi, portati alla crisi interna che è peggio della morte fisica. Lo spirito di libertà del pensiero è stato piegato alla volontà di chi gestisce la crisi per tutelare i propri interessi. Così si pagano fiori di tecnici, di esperti economici, di scienziati del denaro, per farci spiegare come uscire dalla crisi e conseguentemente rientrare in un’altra. Paghiamo un medico specialista per farci dire quello che il nostro medico di famiglia già ci aveva detto e cioè che siamo malati.

L’Italia più di tutti soffre questa malattia che porta alla paralisi mentale. Soffre per via dei propri legacci culturali che la lega al pensiero cattolico della sofferenza terrena che laverà via ogni dolore nel momento del trapasso. Ok soffrire, ma chi ha detto che si debba soffrire tutta la vita? Si può e si DEVE essere anche felici. La ricerca della felicità DEVE essere un diritto inalienabile esattamente come lo stato di felicità personale, ovviamente senza ledere i diritti altrui. L’atteggiamento fatalista porta così alla non reazione, all’accettazione di tutto ciò che viene imposto perchè qualcuno là in alto ha deciso così. Il libero arbitrio è la negazione della crisi!

Scusate ancora l’espressione poco ortodossa, ma vaffanciuffolo alla crisi! Io non sono in crisi! E protesto! Critico! Osservo e giudico! E tra poco me ne vado in vacanza! Ricordiamoci che il mondo non si ferma!


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