02 05 2013
Facebook, amici e comunicazione
Pochi giorni fa sono stato protagonista e vittima di un confronto piuttosto animato e pesante con una persona su Facebook con il quale ero collegato come “amico”. Al di là della polemica che ne è scaturita, di chi abbia o non abbia ragione del relativo flame che ne è derivato è interessante capire come ci siano modi diversi di interpretare le “amicizie” e le connessioni relazionali e come sia anche differente il modo di considerare e accettare le dinamiche di un social network. C’è chi pensa si avere diritti, chi pensa che vi siano doveri ma ci si dimentica che spesso certe dinamiche relazionali non sono dipendenti da modalità scritte e accettate ma da una sorta di aspettativa che interpreta o meglio guida i comportamenti di un gruppo.
A questo proposito, mi piace molto ciò che il mio carissimo amico e avvocato Marco Zelocchi scrive basando le sue considerazioni sulla vicenda che mi è capitata. Credo che ci sia molto materiale per fare delle riflessioni importanti.
Ricopio qui il testo integrale e inserisco nel finale il link direto alla pagina di facebook.
LA COMUNICAZIONE TRA PERSONE E’ UN FATTO DELICATO: FACEBOOK E’ UNA PIAZZA, UN UDITORIO, UN BAR, UNA TAVOLATA DI AMICI, UNA CASA PRIVATA CON LA PORTA SOCCHIUSA, O TUTTE QUESTE COSE INSIEME?
Nei giorni scorsi, ho visto un c.d. flame tra “amici di facebook”, una divergenza di vedute che è diventata, nei fatti, uno scontro acceso, e che ha creato anche consensi da ambo le parti, e perciò, due piccole fazioni, oltre ad una maggioranza silenziosa, e a qualche intervento diplomatico che, mi sembra, paragonasse l’eccessiva vis polemica, ad una bambinata.
Sono un giurista, perciò il fatto mi ha incuriosito. Facebook è uno strumento di conversazione particolarissimo, i cui schemi formali ed i cui canali sono variabili, e configurabili in base alle scelte dell’utente. Perciò, anche se potrebbe distrattamente sembrare un mezzo semplice da capire, e da gestire, non lo è affatto.
Situazioni come bisbigliare in un orecchio in presenza di una piccola cerchia, telefonare con qualcuno vicino ad microfono un microfono acceso, su un podio, davanti ad uno stadio gremito, o parlare tra sè e sè, con telecamera accesa in mondo visione, rende l’idea di enormi differenze di significato nella comunicazione.
Il problema è che nel mondo di facebook, tutte queste situazioni, sono accomunate da un unico gesto empirico molto visibile: una persona che digita qualcosa alla tastiera di un computer.
E poi la parola “amici”. Fuorviante. Certamente lo è per la cultura italiana, che distingue gli “amici”, dai “veri amici”, dagli “amici del club”, dagli “amici di vista”, dagli “amici del partito”. Sempre lo stesso sostantivo, per dimensioni di vicinanza, empatia, sintonia, e lealtà completamente diverse.
Allora, cosa succede quando qualcuno non interpreta nello stesso modo, la parola “amicizia” che corrisponde all’attivazione del link primario di facebook?
L’osservazione della casistica è interessante, perchè è molto varia, e dimostra che l’uso inconsapevole di facebook può rivelarsi assai insidioso.
L’assenza di differenti link primari (come “conoscenza”, “membro di gruppo”, “amicizia”, “profonda amicizia”, “legame familiare”, mette vicino persone estranee, a parlare insieme, e le espone a linguaggi, contenuti, simboli, fini, culture, le più diverse, il tutto, naturalmente, con la prospettiva di una più o meno ampia, o totale, ed eterna, notorietà, fino alla cancellazione.
Perciò sembra ovvio: qualche volta, la dimensione non è tanto quella del valore in sè del comportamento sociale, ma della distanza culturale tra le persone, e della diversa interpretazione della “prossemica” sociale e verbale, in occasione di una conversazione, a sua volta declinata nei principali rapporti di intimità o di pubblicità che sono offerti dalle scelte di prvacy o di esposizione all’intero web, del proprio pensiero.
La mia conclusione, è che possono verificarsi incomprensioni, e di per sè, la prima manifestazione, non è un fatto sicuramente evitabile. Il mondo è grande, le matrici culturali, a volte molto diverse, perciò la prima manifestazione di dissidio è un fenomeno che può verificarsi, anche per cause fortuite.
La differenza, la responsabilità, sta nel modo in cui viene gestita la divergenza: perchè il valore delle parole non è il medesimo in tutti gli ambienti, con l’ulteriore difficoltà che non tutte le persone possiedono l’informazione sufficiente per comprendere a fondo questo dato di fatto del mondo reale.
In conclusione, resta sempre la vecchia regola: l’amicizia di facebook è un link informatico: si stabilisce, e si interrompe, e questo non è di per sè sintomo di “amicizia”, nel suo senso comune, pur distinguendo le ulteriori varianti culturali.
Ecco perchè l’insidia non può che permanere: comprendere che la comunicazione su facebook è del tutto uguale, in via di metafora, con le situazioni della vita reale, è una regola d’oro per l’utilizzo del proprio diritto di parola.
E, come ogni diritto di parola, in una comunità, non è un diritto, ma è una facoltà autorizzata da un sistema di consenso, sul buon uso del diritto.
Mi sembra un po’ come nel codice della strada: avere la precedenza non è un diritto, ma è l’aspettativa che chi si deve fermare per rispettare il nostro diritto di precedenza, lo faccia spontaneamente. Altrimenti, si rischia lo scontro frontale, con tanto di morti e feriti, che nel caso specifico sono i bannati e le manifeste inimicizie.
Dopodichè, il sapere chi era nel diritto di passare, e chi era nel dovere di fermarsi, non potrà essere che affare di tribunali, che si cimenterà con il diritto di espressione e di parola, e con gli ordini di cancellazione e in generale con tutte le declinazioni giuridiche che conosciamo nel mondo reale.
Questo è facebook, e penso che potrebbe essere interessante riconoscere l’opportunità di un corso di sicurezza verbale, in rete, specialmente per i più giovani, e per le persone sguarnite di qualche conoscenza, anche sommaria, dei diritti e dei limiti in fatto di libertà personale, di “domicilio informatico”, di libertà di espressione, e di rispetto della libertà di associazione altrui.
Ecco il link: https://www.facebook.com/marco.zelocchi.carpi.mo.it/posts/542007469176537
Come sapete, Innovando non esiste più. E’ nata Innovando. Sembra un gioco di parole ma è davvero così. Tutti ormai sanno che ci siamo trasferiti in Svizzera, che la nostra scelta è stata anche di vita, non solo di opportunità, che abbiamo deciso di spostarci fisicamente, non solo fiscalmente ma al contempo, invece di ridurci ci siamo ingranditi, abbiamo deciso che da soli non si va da nessuna parte. Il nostro è un team articolato, un mix di competenze ed esperienze difficile da trovare altrove, il tutto sotto il cappello di un brand piuttosto conosciuto in Italia che sicuramente ora avrà maggior visibilità anche a livello internazionale.
Il nostro progetto è un vero progetto di internazionalizzazione che si formalizzerà nei prossimi mesi e che vedrà espandere le nostre esperienze professionali secondo nuove metodologie di lavoro e nuove opportunità anche per i nostri clienti e partners.
Siamo convinti che INSIEME PER COMUNICARE non sia solo un semplice pay off ma una ragione di esistere e di confrontarsi con un mondo in evoluzione continua. Per questo motivo non possiamo essere unipersonali ma abbiamo bisogno di entrare in un vero processo di condivisione delle esperienze con tutti coloro che hanno specificità professionali perfettamente complementari con le nostre.
I terreni dove oggi le imprese giocano la propria visibilità sono diventati complessi e interconnessi. Non è più possibile dividere le tipologie e i campi applicativi della comunicazione, come del resto non lo era nemmeno prima. Il web in special modo, nostro cavallo di battaglia ha sancito la morte definitiva dei vecchi modelli di marketing basati sul concetto del “vendere ciò che si produce al più alto numero di persone possibili” in favore di modelli ancora non del tutto esplorati basati sul concetto del “Produrre ciò che si è capaci di vendere e venderlo solamente a chi è davvero interessato ad acquistare.” Sono approcci enormemente differenti che necessariamente spostano l’asse delle competenze su specificità anche non convenzionali.
Abbiamo deciso di alzare l’asticella non solo della qualità del nostro lavoro ma dell’integrazione dell’offerta. Sì, sto dicendo integrazione. Se gli aspetti della comunicazione sono sempre più poliedrici e complessi, anche le competenze e le capacità di offrire soluzioni e opportunità devono avere esatta rispondenza.
Ecco perchè non siamo soli ma siamo tanti eppure siamo unici e allo stesso tempo siamo professionalmente interconnessi. Per questo motivo devo ringraziare personalmente tutte le persone che compongono il nostro magnifico team di lavoro perchè sono loro che stanno dando un senso nuovo ad un progetto di web-agency nata nel 2000 e oggi completamente rivoluzionato.
Ma non siamo nemmeno soli perché la complementarietà perfetta con TI-PROMOTION SA, nota agenzia di comunicazione svizzera, non è solo una dichiarazione di intenti ma una identità unica di lavoro e di presenza internazionale che ci ha permesso di aprire una nuova porta verso un futuro incredibilmente emozionante. Siamo diventati “svizzeri” grazie a Stefano Bertocchi e Stefano Bertocchi è diventato “italiano” grazie ad Andreas Voigt (che è tedesco). Questo è un vero inizio di contaminazione culturale che può solo farci bene.
Bene. Da oggi inizia un nuovo viaggio e speriamo che sia fantastico. Mettiamoci gli occhialini 3D e partiamo! Tanto lo sappiamo, noi non siamo soli!
27 09 2012
Un grande percorso di crescita con Mida.
Ci ho messo qualche giorno. Sì, qualche giorno, per rendermi conto che il sito di Mida è online. 1 anno e mezzo di lavoro, faticoso, complesso ma tremendamente interessante. L’aspetto grafico del sito, per me non ha mai avuto grande importanza, con WordPress ormai puoi adattarti a mille situazioni diverse senza grossi problemi. No, la grande fatica non è stata lì, è stata nel pensare a che tipo di struttura far riferimento, che genere di architettura dell’informazione, perché il cliente (chiamarlo cliente mi sembra pure offensivo, ormai è quasi un figlio per me e come i figli ti fanno arrabbiare ma anche gioire) è uno dei più difficili, complessi e poliedrici che abbia mai conosciuto.
Due anni fa, una donna mi chiama con voce suadente e chiede di me, del mio lavoro. Nel contempo mi propone di fare conoscenza andando a Milano per progettare un nuovo sito. Milano … Quando sento Milano, scappo altrove. Ma lei, Paola Cinti, parla con accento romano e questo mi rincuora parecchio.
Con titubanza e anche un po’ di senso di distacco, vado a Milano, conosco Paola di persona, l’abbraccio, e poi conosco Marco Poggi. Dalla loro porta non esco più. E’ scattata l’alchimia! Succede, è raro ma succede, che il cliente non è più tale. Il cliente diventa il tuo ficus benjamin da far crescere rigoglioso, con tutte le cure possibili, lo sgridi quando perde un po’ di foglie e lo coccoli quando ha sete. Lo so, non è professionale, non è normale, non è la personificazione estrema del professionista tutto d’un pezzo. Ma chi se ne frega? Tanto non lo sono mai stato. Lavoro anche col cuore, non solo con la testa.
Così mi trovo letteralmente risucchiato in una realtà per me sconosciuta. Analisi transazionale, empowerment, pnl, benessere organizzativo … Gente che scrive libri come io pubblico post su Facebook, aule di formazione, formazione aziendale di ogni genere, livello e tipologia. Ma in tutto questo, un caos! Caos creativo, non caos da disordine. Talmente tanto caos creativo che imbrigliare tutto in un sito è come imbrigliare il big bang in una scatola di fiammiferi! Se lo imbrigli, per la teoria della relatività, finisci per creare un buco nero. Meglio di no!
E così il progetto diventa un enorme e complesso work in progress. Portare tutte queste persone a ragionare in termini di contenuti per il web è un passo ancora non del tutto fatto, ma come si dice, anche Roma non è stata costruita in un giorno, no? Ma almeno il mio ficus cresce e cresce bene!
Devo dire che Mida non mi ha mail lasciato solo! Mi ha ascoltato, mi ha anche difeso, protetto e mi ha affiancato una persona che oggi posso praticamente chiamare “sorella”. Vero Paola? Trovare amicizie così profonde all’interno di un grande rapporto professionale è un evento di una assoluta rarità, come non esserne felici?
Adesso il sito è online. Ho dovuto davvero prendere un attimo di tempo per respirare profondamente. Perchè so che il percorso non è finito, forse invece è solo l’inizio. Adesso, questo caos creativo ha bisogno di branding, di identità di marca, di autocoscienza in puro stile web 2.0 e fare questo percorso con loro è formativo anche per me. Magari fra un anno o due questo sito avrà un aspetto diverso ma l’anima che c’è dentro è quella di chi si sta mettendo in gioco con una fortissima volontà evolutiva.
Intendiamoci, non è affatto facile. Crescere non è facile, lo sappiamo tutti. Ma che bella sfida però! E tutto questo, quanto ha significato anche per me? Tantissimo. Di sicuro non sono quello di due anni fa.
A tutti i “midini”, GRAZIE! Non posso dire altro che questo!
[ba-button link="http://www.mida.biz" color="purple" target="blank"]Vai al sito di MIDA SPA[/ba-button]
17 07 2012
Il mondo non si ferma.
C’è crisi, dicono. Tutto è sotto una lente grigia che mostra una realtà fatta di tristezza, fallimento, angoscia, paura. L’Italia è in crisi, l’economia è in crisi, la globalizzazione è un massacro politico e sociale, i giovani non hanno lavoro, l’occupazione è in crisi, la politica è in crisi, Grillo è in crisi (mistica) …
C’è crisi. C’è così tanta crisi che te la mangi anche a colazione. Ti alzi con la crisi, ti lavi con la crisi, vai a lavorare (se sei fortunato) con la crisi e torni a casa (se non sei emiliano terremotato) con la crisi. Persino il terremoto è in crisi, talmente tanto che ai giornali non frega una cippa.
Tutto questo ci porta in un loop psicotico che ci distrugge. Diventiamo infelici e nel nostro stato di crisi identitaria e di infelicità non riusciamo più a vedere nulla. Niente futuro, niente visione, niente di niente. Il mondo si ferma davanti al nostro zerbino di casa perchè quello che vediamo fuori da lì ci schifa di più di quello che abbiamo in casa. Tutta colpa della crisi se le famiglie sono in crisi, gli ideali sono in crisi, i valori sono in crisi, la moglie è in crisi isterica continua e il frigorifero ti sbatte in faccia la realtà, il tuo portafogli è in crisi e non puoi più riempire il frigo.
E in questo loop distruttivo i media ci sguazzano. Ogni 10 minuti senti parlare dello spread che sale e della borsa che scende, del debito pubblico che sale e del PIL che scende, del deficit che sale e dei posti di lavoro che scendono. Sembra di stare sulle montagne russe e la destinazione finale è l’inferno.
Siamo così in crisi che siamo davvero in crisi. Non reagiamo più. Si dice che il 35% degli italiani, allo stato attuale, non andrebbero a votare. Che voti? Sei in crisi e non sai a che santo votarti. Sono in crisi pure i santi, tant’è vero che si pensa di accorpare le feste patronali alle domeniche, per far alzare il PIL. Il Papa, in crisi pure lui, regala di tasca sua 500 mila euro ai terremotati ma fa portare via gli oggetti di valore dalle chiese devastate dal terremoto, le casse dello IOR sono in crisi.
A me francamente, sta crisi ma un po’ sfrancicato la “sacca maronale”. Scusate il lessico un po’ raffinato. Ma non ne posso più! Voglio ribellarmi alla crisi. Io non sono in crisi ma sono in uno stato che se Bersani potesse parlare, direbbe di non contentezza. Ecco, non sono contento. Non sono ancora arrivato alla tracimazione ma manca poco. Dopo la non contentezza arriva lo scoppio e da lì in poi sarà un ritorno alla felicità.
Sembra che il mondo si sia fermato. Tutto ruota intorno all’economia e l’economia è in crisi. Ma è un controsenso! L’economia di chi? L’economia non potrà mai essere in crisi, al massimo possono essere in crisi alcuni modelli economici. Eh ma cambia parecchio la questione!
Ieri, ho discusso un po’ animatamente con Marco Poggi, persona che stimo moltissimo, sulla questione della crisi Europea. Il loop negativo nel quale stiamo cadendo ci sta portando a credere che il nemico, il colpevole sia fuori dai nostri schemi. Il concetto che passa è “è colpa dell’altro se io sto male” e non ci si preoccupa nemmeno di capire i perchè dell’altro. Manca completamente l’analisi identitaria e questa, nolenti o volenti parte dalla verità, dal cominciare a non raccontarsi le bugie in tasca, dal prendere coscienza che i problemi nascono prima di tutto in casa nostra ed è in casa nostra che dobbiamo risolverli.
Il problema è che stiamo cercando di risolvere i nostri problemi con le stesse persone e gli stessi strumenti che questi problemi li ha creati. La cosa incredibile è che per giustificare il loro intervento salvifico, queste persone tendono ad ingigantire ancora di più i problemi. Non è un fenomeno locale, intendiamoci, è un fenomeno mondiale. Facendo un rapido calcolo di quanto fatturano i 10 maggiori istituti finanziari mondiali è facile capire che i problemi sono concatenati, cioè se un istituto finanziario ormai sovranazionale entra in crisi, si porta appresso tutto, economia reale, Stati sovrani, governi e interi modelli societari.
Siamo fermi in un vicolo che ci sembra cieco. Non riusciamo a vedere oltre il muro, oltre quella siepe di leopardiana memoria e per questo siamo convinti, fortissimamente convinti che le soluzioni alla crisi siano dentro alla crisi, dentro agli aspetti negativi di quei processi e modelli economici che in realtà sono forse arrivati al capolinea.
Eppure, l’economia insegna che questa essendo la manifestazione oggettiva dell’ingegno umano può benissimo trascendere dai modelli economici e andare avanti. Il mondo in realtà non si è mai fermato, semplicemente si è evoluto. L’economia reale è ben altra cosa rispetto ai modelli economici finanziari usciti dalle banche d’affari. In fin dei conti, tutto ruota intorno alle banche e ai sistemi monetari ed è proprio qui che si giocano le guerre mondiali moderne.
Noi siamo tutti dentro ad una enorme guerra mondiale, solo che a differenza da quelle che ci hanno preceduto, non sentiamo esplodere le bombe, fischiare i proiettili e non contiamo morti a decine di migliaia per un giorno di battaglia. Eppure di morti ce ne sono e sono morti diversi, sono morti dentro, sono uccisi nella crisi, portati alla crisi interna che è peggio della morte fisica. Lo spirito di libertà del pensiero è stato piegato alla volontà di chi gestisce la crisi per tutelare i propri interessi. Così si pagano fiori di tecnici, di esperti economici, di scienziati del denaro, per farci spiegare come uscire dalla crisi e conseguentemente rientrare in un’altra. Paghiamo un medico specialista per farci dire quello che il nostro medico di famiglia già ci aveva detto e cioè che siamo malati.
L’Italia più di tutti soffre questa malattia che porta alla paralisi mentale. Soffre per via dei propri legacci culturali che la lega al pensiero cattolico della sofferenza terrena che laverà via ogni dolore nel momento del trapasso. Ok soffrire, ma chi ha detto che si debba soffrire tutta la vita? Si può e si DEVE essere anche felici. La ricerca della felicità DEVE essere un diritto inalienabile esattamente come lo stato di felicità personale, ovviamente senza ledere i diritti altrui. L’atteggiamento fatalista porta così alla non reazione, all’accettazione di tutto ciò che viene imposto perchè qualcuno là in alto ha deciso così. Il libero arbitrio è la negazione della crisi!
Scusate ancora l’espressione poco ortodossa, ma vaffanciuffolo alla crisi! Io non sono in crisi! E protesto! Critico! Osservo e giudico! E tra poco me ne vado in vacanza! Ricordiamoci che il mondo non si ferma!
03 07 2012
Non ce la faccio a non comunicare
Sono in una lunga fase di vuoto creativo. Stavolta sta durando più del previsto. Credo che tra terremoto, la calura di Scipione, poi Caronte e ora pare arrivare Lucifero, non aiuti. Eppure la pulsione a scrivere anche qualche scemenza su Facebook c’è sempre. Molti mi chiedono perchè Facebook e non Twitter. Non lo so, ho scelto Facebook perchè ormai son di casa lì, ho i miei “amici”, la mia combriccola, il mio seguito di fan. E poi almeno su qualcosa a Nicola Fabbri devo pur dar ragione, mica posso avere ragione sempre io! Che noia!
Devo fare una marea di siti e non ne ho voglia. Devo fare questo, devo fare quello, devo …. devo … In realtà, una volta che hai dormito, mangiato e hai espletato le tue funzioni corporee, il tutto atto a mantenerti in vita, vegetalmente parlando, che doveri hai ancora? Ehhhh …. Il caldo …
Dicevo della mia scelta di usare Facebook piuttosto che Google Plus e Twitter. Fiori di consulenti di social media marketing ed esperti di social networking o guru del web 2.0 vi spiegheranno le differenze nei minimi dettagli. Twitter ha una timeline più veloce ed è più “professionale” (mah!), Facebook è per gli sciocchini, Google Plus è per i geek del web. Sapete dov’è davvero la differenza?
Non c’è. Scegli quello che ti pare!
O siete polpi giganteschi progettati per il multitasking oppure battezzatene uno e usatelo come si deve. Che la vostra reputazione e le vostre relazioni le costruiate su quel social network piuttosto che l’altro, quello che conta è quello che dite. Il contenuto, la vostra dimensione umana, la vostra identificazione come persona. 99 volte su cento le persone non sanno raccontarsi. Raccontare la propria storia significa astrarsi dal contesto personale e vedersi come un altro io. Descriversi è tanto difficile quanto capire che l’io, l’ego, non è un mostro da combattere pena la scomunica ma un bambino da curare, da crescere e da alimentare. Star bene con sè stessi non significa stare bene anche con gli altri, significa invece che gli altri stanno bene con te e questo potenzia la tua capacità relazionale.
Questo passaggio è fondamentale anche nella comunicazione d’impresa. Se non sai raccontarti, non sai chi sei e se non sai chi sei, figurarsi se agli altri interessi. Interessi solo per meri motivi di prezzo o di momento favorevole ma sappiamo che i momenti durano quel che durano: poco. Ci si rifugia così nelle cose, quelle che facciamo, quelle che possediamo o di cui ci circondiamo. Quel famoso libro di Erich Fromm, Essere o Avere, dovremmo leggerlo tutti.
Se non sai raccontarti, giorno per giorno, non sai esporti al pubblico. Peggio ancora, non sei nemmeno capace di subire critiche e giudizi perchè piuttosto che subirli, ti nascondi o ti chiudi. “Ah io i social networks, giammai. Roba da bamboccioni!”. E dove vuoi venderla la tua roba nel prossimo futuro mio caro? Vai ancora a fare le fiere in giro per il mondo? Beh, se te lo puoi permettere, tanti auguri! E così ci si chiude talmente tanto che quando le cose vanno male è sempre e solo colpa della crisi. Se non vendi, è colpa della crisi. Che in realtà sia una crisi di identità e di idee, non te ne accorgi nemmeno e al profondo rosso non riesci a porre rimedio.
Su Facebook, ma anche su twitter, la gente comunica cose ma poco di sè. Sì certo, un profiler riesce ad estrarre un buon profilo psicologico di una persona da come si comporta su un social network ma questo non è costruttivo. Entrare nel luogo, mettersi a nudo e dire: “Hei! Io sono qui, parliamo?”. Manca in qualche modo ancora l’identificazione simbiotica con il network perchè non abbiamo l’abitudine di pensare che tanti io fanno un noi ma se quel noi non ti riconosce o tu non sei capace di riconoscerlo, avrai una vita dura nei prossimi anni.
Un buon libro da leggere è “La fatica di essere sè stessi” di Alain Ehrenberg, sociologo di fama mondiale che nel suo libro è uscito dalla dicotomia freudiana del permesso/proibito per entrare nel rapporto tra responsabilità individuale e iniziativa. Oggi si parla di responsabilità sociale dell’impresa, oppure della politica del fare, ricordate? Bella la definizione di Andrea Corona che rispecchia un po’ quello che vado dicendo da tempo e cioè:
[ba-quote]Merito dell’autore è quello di aver individuato l’affacciarsi di un nuovo tipo di soggetto che, per sfuggire al senso di inadeguatezza e quindi alla depressione, ha come sola alternativa quella di autopromuoversi e di investire su se stesso: «l’equilibrio interiore comincia a trasformarsi in un immenso composito mercato, e la dinamica dell’autostima mette in funzione un vero e proprio business delle relazioni pubbliche, con un linguaggio proprio, una letteratura propria e tecnologie proprie». E questo, credo, sia un tema che ci riguarda molto da vicino.[/ba-quote]
Il social networking non è questo. E non è una moda o una via di uscita dalla crisi. Il social networking è un processo evolutivo tutto’ora in intinere che sta mostrando solo ora quale potrebbe essere il futuro; non è un campo di battaglia dove è necessario esserci per costruire la propria reputazione con tecniche di marketing che appartengono al secolo scorso. Sì certo! Qui sui social networks costruisci la tua reputazione ma non è un processo definibile con un progetto editoriale o di comunicazione ma con un processo interno di valorizzazione e di identificazione del sé.
Nei processi di iperstandadizzazione delle organizzazioni aziendali, partendo dalle linee di produzione fino agli uffici dove il controllo di processo, il controllo di bilancio, il controllo di gestione è parte integrante e ineluttabile di una impresa “solida” e sana, il web 2.0 ha liquefatto il presente e lo ha stravolto. La persona entra nel centro e costituisce il fulcro primario di un microcosmo relazionale che si esprime in un luogo energico di condivisione delle esperienze e della conoscenza, attraverso strumenti interattivi sempre più potenti ed open space, sì, open space. Il web è il più grande open space del mondo. L’iper-razionalismo tecnico impallidisce davanti all’irrazionale umano e cerca di evitarlo, di distruggerlo, minimizzarlo, renderlo inefficace. Ma in un mondo che si prospetta essere a tempo esponenziale multireale e metafisico, la standardizzazione farà la fine del merluzzo del Baltico …
Oggi si inizia a parlare di organizzazioni leaderless, si parla di orari aperti, di funzioni aziendali variabili, di processi irrazionali, di multicooperazione, di creatività cogenerata … E allora abbandonatevi alla comunicazione, togliete legacci, legami, paure. Potenziate il vostro io senza paura di offendere nessuno. Chi ama e rispetta sé stesso, amerà e rispetterà ancor meglio tutti gli altri.
Amare… amare … amare … L’amore è felicità.



