22 04 2012
Stay Human!
[ba-youtubeflex videoid="Oc8OpAjw3YU"]
[ba-pullquote align="right"]Se un uomo ha una grande idea di sé stesso, si può essere certi che è l’unica grande idea che ha avuto in vita sua. Proverbio Inglese[/ba-pullquote]Essere umani, ritornare all’uomo, ripensare la nostra essenza, ritornare all’origine per rinascere. La nuova frontiera evolutiva è dentro di noi. La tecnologia oggi corre, dalla biotecnologia molecolare alle ricerche e tecnologie sulle energie alternative, dalla medicina, alla farmaceutica, dalle tecnologie legate alla comunicazione a quella digitale. Le potenze di calcolo dei processori aumentano raddoppiando di anno in anno, si parla di andare su Marte, si ipotizzano mondi sommersi, si costruiscono aeroporti sul mare …. Si consuma, si spreca, si uccide, si distrugge. Tutto è materiale, anche la nostra struttura societaria ed economica è legata al prodotto, alla tecnologia e al consumo.
Ma noi dove siamo? Qual’è il nostro ruolo futuro? Che dimensione avremo? Cosa ci riserverà il domani? E soprattutto, qual è la nuova fase evolutiva?
Non siamo macchine, non siamo prodotti, siamo esseri viventi. Ecco, “Stay Human” è il motto giusto per il domani. Un fenomeno oggi di moda ma che ha implicazioni profonde e ne avrà ancora di più domani, il social networking, riporta le cose ad una dimensione umana. Le persone tornano al centro, potenziandosi in un vero e proprio processo collettivo di condivisione delle conoscenze e delle proprie esperienze di vita. La parte più irrazionale di noi è quella più bella, più inaspettata, più creativa e dannatamente viva.
Noi siamo il nostro futuro ed è un futuro potente e radioso. Il resto è solo noia!
Buona domenica a tutti!
30 03 2012
Le persone al centro

C’è qualcosa che sfugge all’attenzione di molti. Si parla tantissimo di sistemi, di strutture, di organismi governativi complessi, di metodologie studiate a tavolino, di approcci sistemici e convenzioni, ma qualcosa comincia a scricchiolare. 2+2 non è uguale a 4. C’è un elemento indeterministico che sbilancia i sistemi e rende difficile il mestiere per chi fa previsioni, qualsiasi esse siano. In effetti, anche la scienza stabilisce o meglio ha stabilito che l’indeterminazione è un elemento imprescindibile. Si può prevedere con una certe dose di probabilità che una particella sub-atomica possa essere in una determinata posizione, ma che lo sia realmente questo è un fatto del caso. Il principio espresso da Heisenberg e che porta il suo nome dice:
[ba-quote]Nell’ambito della realtà le cui connessioni sono formulate dalla teoria quantistica, le leggi naturali non conducono quindi ad una completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo; l’accadere (all’interno delle frequenze determinate per mezzo delle connessioni) è piuttosto rimesso al gioco del caso[/ba-quote]
Interessante questo: all’interno delle frequenze determinate per mezzo delle connessioni. Ma andando oltre nell’analisi del principio si scopre che la questione diventa incredibilmente interessante se, con una certa dose di forzatura, proviamo a rapportarlo alla nostra società. Sempre interpretando correttamente Heisenberg:
[ba-quote]Il principio di indeterminazione viene a volte spiegato, erroneamente, sostenendo che la misura della posizione disturba necessariamente il momento lineare della particella e lo stesso Werner Heisenberg diede inizialmente questa interpretazione. In realtà il disturbo non gioca nessun ruolo, in quanto il principio è valido anche quando la posizione viene misurata in un sistema e il momento viene misurato in una copia identica del primo sistema. È più accurato dire che in meccanica quantistica le particelle hanno alcune proprietà tipiche delle onde, non sono quindi oggetti puntiformi, e non possiedono una ben definita coppia posizione e momento, oppure che l’indeterminazione risiede nella preparazione stessa del sistema.[/ba-quote]
Proviamo ad immaginare ora una persona come fosse un quanto, una particella connessa in un sistema di rete a struttura neuronale come può essere internet, in un sistema di social networking. Cosa può significare questo? Le domande diventano tantissime e le risposte sono del tutto probabilistiche. In termini sociologici significa che l’individuo si connette agli altri svincolandosi dal concetto di massa, diventa cioè protagonista. Lo si vede ormai senza nessuna possibilità di errore: i profili su facebook, su twitter o su altri social come LinkedIn, Pinterest, Google + sono in effetti atti di singole persone che all’interno di una comunità possono esprimere liberamente ciò che vogliono, anche con dosi massicce di protagonismo, il tutto condito o meglio coadiuvato da una tecnologia che non ha eguali (ovviamente) nella storia.
E questo vi pare poco? Sinceramente a me pare di una rilevanza inimmaginabile. Come può oggi la comunicazione di marketing cavalcare questo fenomeno o questi insiemi di fenomeni per circoscrivere tutto in teoremi, metodologie e sistemi, riconducibili alla scuola kotleriana? Ad esempio quando si parla di ROI della comunicazione che succede? In un articolo del 2009 Stefania Romenti parla di ROI della comunicazione e cito:
[ba-quote]La maggior parte dei professionisti sostiene che il ROI deve essere espresso in termini economici perché solo mutuando il linguaggio e gli indicatori dal business language (pensiamo per esempio bottom line, return, accountability, results, turn-around) è possibile aumentare la credibilità delle RP agli occhi degli interlocutori aziendali.[/ba-quote]
Oplà! Premesso che nel 2015 l’advertising su internet eguaglierà in termini di raccolta pubblicitaria i media tradizionali, guarda caso si comincia a non definire più la Rete come media e men che meno i social networks. Ma allora? Il social media marketing? La misurazione del ritorno degli investimenti? Cosa devono pensare le aziende? Come comportarsi? Come veicolare la propria comunicazione di marketing all’interno di un social network o tanti social networks o nella blogosfera?
Io penso che non vi siano regole o metodologie precise e quindi non esiste ROI. Esiste un ritorno in esperienza e in relazioni e più sei bravo a “gestire” e valorizzare le relazioni più accresce la tua personale reputazione che a sua volta può, ma non necessariamente deve, avere ripercussioni positive sul conto economico di una impresa.
La persona torna al centro. E non è mica un concetto da poco. Scardina tutte le nostre forme mentali ereditate dal secolo scorso. Come ho sempre detto, viene messo in discussione il concetto di massa che ha una coscienza e una opinione comune, determinata, manovrabile, influenzabile e circoscrivibile con metodologie propagandistiche che ancora oggi funzionano, ma sempre meno. Se non per il contenuto, che differenza può esserci tra la propaganda di Goebbels, grande maestro della comunicazione di massa e il direttore creativo che ha ideato le campagne della TIM? (Ripeto, i contenuti sono totalmente differenti ma l’effetto che si vuole ottenere è lo stesso, la sudditanza, il desiderio e il consenso).
Eppure le aziende dovranno cominciare a prepararsi. Nel momento in cui la persona entra in scena si prospettano scenari davvero interessanti e chi avrà la capacità di capire che tra azienda e persona nei prossimi decenni le differenze saranno minimali, a tal punto che lo stesso concetto di azienda sarà messo in crisi, avrà modo di vincere.
15 03 2012
L’Italia sfiduciata
Sono un po’ di giorni che non scrivo. Non perchè non avevo argomenti, ma per motivi contingenti. Volevo scrivere un post su Trenitalia, viste le mie recenti disavventure, ma quei cialtroni che la dirigono, non meritano nemmeno lo sdegno e l’amarezza dei viaggiatori. Passo oltre.
Giulio Andretti, famoso politico, scrittore e pure giornalista italiano, senatore a vita, più volte capo di Governo e Ministro in numerosissime legislature, citanto Tayllerand disse: il potere logora chi non ce l’ha.
Ma cosa significa? Beh, l’interpretazione è semplice: la corsa o la bramosia di potere da parte di chi non è predisposto a gestirlo o non è “introdotto” oppure ancora è ai margini, porta inesorabilmente alla morte politica.
Ecco il punto: la gestione del potere. Il grande male d’Italia non è nel debito pubblico, nella devastazione sociale delle regioni del sud, nello sgretolamento del sistema infrastrutturale, nell’edilizia selvaggia a discapito del territorio, nella mafia, nella corruzione, nel malgoverno, nella malagestione del bene pubblico, nella diseducazione dei cittadini alla democrazia e al riconoscimento dei diritti altrui … No. Tutto questo è semplicemente, a mio avviso, la conseguenza di una errata e cattiva gestione del potere.
Come ho scritto anche in post precedenti, in Italia si è frantumato, con sconquassi inimmaginabili, il rapporto fiduciario tra Stato e Cittadini e tra Cittadini e Cittadini stessi. I cittadini non si fidano tra di loro, non si fidano delle istituzioni, pubbliche o private che siano, tanto quanto le istituzioni non si fidano dei cittadini. Si da per scontato che chi si ha di fronte giochi contro di te per il suo unico e personale tornaconto.
In una situazione del genere, per gestire i rapporti tra enti, istituzioni e cittadini è necessaria una iperproduzione normativa che possa regolare ogni minimo dettaglio della vita civile di una persona. Tutto questo ovviamente finisce per andare a discapito dell’efficienza, della velocità decisionale, della trasparenza e appunto ancor di più della fiducia collettiva.
Sostanzialmente, si forma una sorta di rapporto clientelare, tra persone: “Io faccio questo per te se tu mi dai quest’altro” come fosse quasi uno scambio commerciale, nella consapevolezza che tutti e due comunque hanno un interesse a far sì che il rapporto si saldi e che il “negozio commerciale” avvenga secondo i termini e i patti stabiliti (ovviamente opportunamente normati e previsti da codici giuridici). Quando una delle parti non ha più interesse per mantenere stabile il rapporto, esso si interrompe. Peggio ancora però, quando una delle parti assume una posizione dominante, si altera l’equilibrio del rapporto in modo pericoloso a tal punto da creare una sorta di rapporto di servitù in chiave moderna, che uccide il normale vivere civile. Si configura così un sistema di gestione del potere di origine clientelare, quasi ricattatorio e basato su interessi stratificati quasi impossibili da eliminare e da combattere attenendosi al complesso istituto normativo civile e penale che questo sistema si è dotato, appunto per difendersi.
Gli effetti sono devastanti e sono all’ordine del giorno anche nelle cose più comuni. Prendiamo ad esempio il rapporto complesso e difficile tra cittadino e fisco. Abbiamo da una parte il cittadino che da per scontato che pagare le tasse è male, che i suoi soldi vengono gestiti anche peggio e che il fisco è ladro, vorace e matrigno. Dall’altra parte abbiamo lo Stato che è convinto che l’Italiano mediamente è un evasore, che è ladro interessato solo a sé stesso, che è vorace e matrigno. Ma il cittadino è sotto ricatto da una parte per tutta una serie di norme che gli impongono adempimenti assurdi e costosi e dall’altra, da una polizia tributaria che spesso gestisce il proprio piccolo potere con ricatti e malversazioni a sua volta.
La probatio diabolica è la conseguenza finale e naturale di questo assurdo andamento delle cose! Non è lo Stato che deve dimostrare che il cittadino abbia effettivamente evaso ma è il cittadino che deve dimostrare allo Stato, in qualunque momento lo Stato ritenga opportuno richiederlo, di non aver evaso. L’espressione ”probatio diabolica” viene usata proprio in ambito giuridico quando un sistema ricorre all’inversione dell’onere della prova non garantendo al cittadino una tranquillità procedurale, mettendolo in posizione subalterna, quasi sotto ricatto perché mai sicuro così di agire secondo le norme. Così, nasce e si alimenta di conseguenza un impianto normativo fatto di leggi facilmente interpretabili in modo diverso da soggetti diversi, a proprio uso e consumo o per tutelare i propri piccoli giardini di potere. Ovviamente vince il potere più forte, in questo caso lo Stato che ha tutti gli strumenti coercitivi per costringere il cittadino a rimanere sotto ricatto e a subire il potere costituito.
Ma la situazione del rapporto cittadini-fisco è ancora più complessa e viscida. Infatti, non è lo Stato che dice al cittadino quanto deve versare all’erario ma è il contrario: cioè il cittadino, attraverso una dichiarazione opportunamente compilata e stilata da un elemento terzo (caf, commercialista o enti vari) dichiara di aver guadagnato tot e di dover pagare tot sapendo però che lo Stato non gli crede e di essere sotto ricatto in qualsiasi momento.
IL GARANTE PER LA PRIVACY: «E’ PROPRIO DEI SUDDITI ESSERE CONSIDERATI DEI POTENZIALI MARIUOLI
Ovviamente, la situazione descritta non vale solo per il rapporto cittadino-fisco. Qualsiasi tipo di rapporto tra cittadino e qualsivoglia ente si sviluppa con questo criterio e ovviamente la società ne risente parecchio. L’Italia è un Paese triste, sfiduciato e profondamente infelice in questo momento e l’origine di questo male oscuro è proprio nella mancanza di fiducia nel prossimo. Non crediamo a nulla, non crediamo a ciò che ci viene detto e siamo consapevoli che davanti a noi spesso c’è un delinquente. E’ terrificante!
La riforma fiscale, dovrebbe a mio avviso riconsiderare proprio il rapporto fiduciario e inserire elementi di controllo trasparenti, difficili da evitare ma che in qualche maniera diano o meglio ancora alimentino un senso di fiducia del contribuente verso l’erario. Perchè è inutile dirlo, la sfiducia oggi deriva anche e soprattutto dalla consapevolezza del cittadino che i soldi che versa, sono gestiti male se non peggio.
L’Unone Europea di fatto ha portato come conseguenza il fatto che il cittadino italiano oggi, più informato e preparato rispetto a 50 anni fa, è in grado di guardarsi attorno e di misurarsi e confrontarsi con cittadini di altri Paesi europei. E’ facile così notare come molti altri Paesi europei siano meglio organizzati, dove le difficoltà ci sono, vedi in Spagna, ma c’è comunque uno stato di fiducia e di volontà futuribile.
I principi del rapporto clientelare vanno rimossi. Il do ut des dei latini non era certo il do ut des di oggi. I romani erano riusciti grazie al proprio impianto sociale, civile e normativo a equilibrare in modo quasi perfetto i concetti di fedeltà (fidelis) e interessi (clients). Tutti e due sono importanti sia ben chiaro. Una società organizzata solo secondo il concetto di fedeltà tra istituzioni e cittadini è una società altamente pericolosa e instabile e la storia passata ce lo insegna (nazismo, fascismo, dittatura sovietica, totalitarismi, nazionalismi ecc…). Abbiamo bisogno di “riconfigurarci” secondo buon senso. Sembra semplicistico da dire ma è proprio così. Se pensiamo che di fatto, tutto il sistema finanziario oggi si regge sulla fiducia di tanti, ma sugli interessi di pochi, ci accorgiamo che qualcosa non funziona e le crisi finanziarie di questi anni sono lì a dimostrarlo.
Continuo a pensare e ho fiducia che sia così, che un buon sistema che preveda anche istituti democratici di controllo dal basso verso l’alto e non solo viceversa, in cui la voce diretta di molti possa diventare norma, sia un primo e importante passo per il giusto riequilibrio delle cose. Un po’ di democrazia diretta e non solo indiretta, non guasta.
Il rapporto fiduciario te lo devi conquistare passando dalla sfiducia e non pretendendolo con i ricatti clientelari.
In Italia vige un detto: fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio. E’ un detto che arriva dalla saggezza popolare, che denota uno spirito estremamente pessimista e distruttivo tipico di un contesto sociale devastato e instabile come quello italiano. Nei Paesi anglosassoni, da quel che mi risulta, non pare esserci qualcosa di simile. Esiste invece qualcosa di simile in ebraico che dice: “rispetta e sospetta”. C’è di che pensare. Eppure proprio qui si scontrano due mondi differenti, quello anglosassone e quello latino.
Tempo addietro ho parlato delle differenze culturali tra Italia e Germania e della sostanziale differenza tra concetto di client e di trustis. Nell’articolo parlavo appunto della differenza tra il rapporto clientelare e quello di fedeltà. Ecco, nel rapporto di fedeltà si possono riconoscere i valori fiduciari che in qualche modo fanno da legame o collante sociale e che sono strutturali in una società anche complessa ma dinamica come dovrebbe essere la nostra. “Io credo in te“, cioè “io mi fido di te“. Sulle banconote statunitensi leggiamo “In god we trust”, cioè “Noi crediamo in Dio” che è anche l’attuale motto nazionale degli Stati Uniti d’America. Parliamo di “fede” e quindi di un rapporto così fiduciario da eliminare addirittura l’onoere della prova, cioè io credo in te a prescindere, perchè mi fido di te ciecamente. Ora, è chiaro che un simile radicamento del rapporto fiduciario è pericoloso e può essere manipolato (la storia ce lo insegna) ma con opportuni accorgimenti normativi e strutturali di gestione democratica della vita di una società, la gestione del patto fiduciario porterà sempre enormi vantaggi per tutti.
I vantaggi sono chiari e immediati, la snellezza burocratica, la gestione trasparente del rapporto tra Pubblica Amministrazione e Cittadino, il normale e sano rapporto tra Cittadino e Istituzioni Politiche, la relativamente bassa corruzione, la stabilità democratica e via dicendo.
Se analizziamo ora il caso italiano, ci accorgiamo che, sia per motivi di ereditarietà storica che per vicessitudini più attuali, il patto fiduciario tra Pubblica Amministrazione e Cittadino e peggio ancora tra gli stessi Cittadini, si è completamente sfaldato. L’annullamento del rapporto fiduciario tra individui e struttura dello Stato, porta ad una tale ipertrofia normativa e legislativa, nonché di sistema, che la gestione della vita pubblica del Paese è diventata impossibile. L’Italia oggi si sta sfaldando a causa della mancanza di fiducia. Pare inverosimile ma se ci si pensa, così è.
Quando i rapporti fiduciari si guastano, il sistema diventa fragile e attaccabile da qualsiasi gruppo di interesse che abbia come disegno quello di mantenere lo stato delle cose inalterato, così com’è ora. I cittadini si chiedono come mai, in un sistema democratico, dove la volontà o meglio la sovranità popolare è diritto costituzionale, sia così difficile cambiare. Il cittadino si chiede come mai le sue richieste e i suoi bisogni rimangono inascoltati e peggio ancora si chiede come mai a chi è stato dato un mandato fiduciario (mandato di rappresentanza politica), questo venga disatteso in ogni modo e in ogni circostanza con comportamenti illeciti, criminali e criminogeni tradendo il rapporto di fiducia con l’elettore e nonostante questo, non riesca mai a individuare responsabilità, nemmeno politiche, di una simile disgregazione dei valori. Succede così che nemmeno lo Stato si fida dei suoi cittadini e chiede ad un imprenditore edile più di 70 adempimenti per aprire anche un solo piccolo cantiere. Per aprire un cantiere oggi, ci vogliono minimo due anni!
Anche la materia fiscale viene compromessa. Per la gestione regolare della democrazia di un Paese, occorre che vi sia un sano rapporto tra Stato e Cittadini, anche in materia fiscale. L’obbligo del Cittadino ad adempiere agli oneri fiscali dovrebbe fare da contraltare all’obbligo dello Stato di gestire il denaro pubblico con equità, trasparenza e volontà di Buon Padre di Famiglia. Ma anche qui, oggi in Italia per il legislatore e l’amministratore pubblico, il cittadino è in malafede a prescindere e di lui non si fida tanto quanto il Cittadino, conscio della malafede dell’Amministratore Pubblico, non si fida di costui. Guardate che l’effetto è devastante. La mancanza di fiducia reciproca ha partorito un sistema fiscale bizantino e totalmente al di fuori della realtà delle cose al punto tale da non riuscire più ad essere flessibile con il cambiamento dei tempi.
Tutto questo si è fossilizzato e stratificato nei decenni e i danni cominciano a farsi sentire. I decreti del governo Monti per la crescita, vengono smembrati e disgregati a tal punto da essere quasi inservibili. Perchè? Perchè in un sistema così malato e corrotto, solo le ragioni di poteri trasversali o lobbistici possono prevalere per difendere o proteggere gli interessi di appartenenza. Il bene comune viene così dimenticato e il futuro per le giovani generazioni si fa sempre più cupo.
Ogni volta che vedo qualcosa di positivo, arriva qualcos’altro che lo distrugge e quel qualcos’altro siamo noi. Persino nei rapporti privati, ad esempio tra cittadini, tra aziende e dipendenti, tra assicurati e assicurazioni, tra assistiti e legali, vige il criterio della sfiducia e del “fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio” perché sai, quasi con certezza, che se non ti metti sulla difensiva, se non ti tuteli, se non ti proteggi, verrai calpestato nei tuoi diritti. La diatriba nazionale sull’Art. 18 è una delle cause della mancanza di fiducia: il dipendente non si fida del suo datore di lavoro tanto quanto il datore di lavoro non si fida del dipendente. Perchè? Perchè esperienza degli uni e degli altri dimostra che è giusto così. Ma una società così, non può sopravvivere. Così non c’è speranza per fare nulla di buono! Così facendo, questa è diventata una società dove tutti hanno diritti, nessuno ha doveri ma in mano non abbiamo più niente.
Qualcuno tenta di far passare il messaggio che l’italiano, mediamente, è disonesto. Non è vero! Semplicemente, l’italiano vive in un contesto disonesto per il semplice fatto che l’onestà ha dimenticato che cosa sia. Chi ha governato in questi 60 anni di vita Repubblicana, ha delle responsabilità storiche, politiche e morali pesantissime e più pesanti saranno le responsabilità dei politici e dei governanti attuali se non saranno capaci di invertire la tendenza. Senza fiducia negli altri, manca la fiducia in noi stessi! Manca quindi quella pulsione verso il futuro, quella volontà evolutiva, quel desiderio di scoperta e di nuovo che tutte le giovani generazioni dovrebbero avere e che oggi purtroppo non hanno. Gran brutta situazione! Se la soluzione è quella di andarsene, molti lo stanno già facendo.
21 02 2012
Abbiamo vinto!
La RAI ritira la sua richiesta di pagamento del canone speciale di abbonamento dopo aver mandato alle imprese migliaia di bollettini postali. Dopo un confronto tra la dirigenza RAI (per me in totale malafede) e il Dipartimento Allo Sviluppo Economico che si è fatto in qualche modo promotore delle proteste dei cittadini, la RAI ha deciso di non continuare a “gabellare” gli italiani distribuendo bollettini postali facendo leva su una interpretazione fantasiosa di una norma del 1938.
Sul sito del Corriere della Sera si legge:
Il ministero ha fatto notare a Rai che sarebbe stato assurdo imporre un pagamento a scapito dei beni digitali. Avrebbe certo penalizzato lo sviluppo tecnologico in Italia, tra consumatori e aziende, proprio in una fase in cui il Paese sta cercando di potenziarlo e mentre il governo lavora alla prima Agenda digitale italiana
E intanto una vittoria l’abbiamo portata a casa. Il social networking è vivo e gli italiani cominciano a comprendere quanto potente può diventare per difendere la propria libertà e la giustizia.
Ci voleva il parere del Ministro per capire quanto era assurda la richiesta? O forse (pensare male è peccato ma ci si prende) qualcuno in RAI ha voluto fare il furbo pensando che gli italiani ci sarebbero cascati e avrebbero pagato, mugugnando ma avrebbero pagato? Fare leva su una norma del 1938, periodo in cui non esistevano pc, smartphones e tablets o peggio ancora browsers per richiamare su di sé il diritto alla riscossione di una tassa che avrebbe avuto del ridicolo in qualsiasi altra parte del mondo, interpretando la norma a proprio uso e consumo senza considerare i tempi storici, le necessità e soprattutto il momento difficile nel quale le aziende versano, è tipico di chi crede che questo è un Paese tutt’altro che sovrano o meglio, dove sovrano è solo colui che sa approfittare mentre il resto degli italiani è un ammasso di sudditi impenitenti.
Questa vicenda è lo specchio della realtà nella quale viviamo qui. L’ingiustizia e il sopruso sono “sistema” a tal punto da diventare giusto e legale. Non c’è rispetto per gli altri nemmeno da parte delle autorità preposte a difenderlo, il rispetto. Anche perché ora, ritirata la richiesta di pagamento, a quelle aziende che hanno pagato, da 200,91 a 6 mila euro, a seconda dei casi, verrà restituito il mal tolto? E se sì, in che modo e in quanti anni? O si potrà fare una richiesta risarcitoria per abuso d’ufficio e di potere nei confronti della RAI e di chi ha permesso questo atto scellerato?
Una volta ancora, la Pubblica Amministrazione non ha fatto i conti con i tempi. I social networks si sono ribellati con vigore e forza a tal punto che nemmeno le azioni delle
associazioni dei consumatori, con i loro preparati avvocati, avrebbero potuto cambiare la sostanza delle cose. Tanti bei proclami su carta protocollata e bollata inviati agli uffici RAI e risposte della RAI corrette dal lato formale a tal punto da essere inattaccabili. Ma senza l’atto di vera ribellione da parte dei cittadini, su Twitter, su Facebook, nei blog o su altri canali web, la sostanza non sarebbe cambiata.
Rido al pensiero del governo che “lavora alla prima Agenda digitale Italiana”. Pensate che l’Europa ha una sua Agenda Digitale da anni, che l’Italia non ha ratificato ed è in mora! E la RAI, forte del “buco normativo” manda in giro le gabelle. E poi per cosa? Per 960 milioni di Euro!!! Che servono per pagare lo stipendio a Vladimir Luxuria e la farfalla sulla patonza della Belèn.
Tutto questo ha di nuovo il sapore di una vera presa in giro. Ce la vedo la banda bassotti all’opera in una stanza di Viale Mazzini a confabulare come approfittare della situazione: “Dai! Mandiamo fuori i bollettini. Poi se qualcuno paga, tanto meglio. Se qualcuno protesta, ritiriamo la richiesta, che volete che sia. Formalmente potremmo persino avere ragione!”
Vi sembra un Paese civile questo? O non è forse ora di privatizzarla la RAI, mantenere un solo canale, con servizi pubblici reali e per questo canale, far pagare il canone a chiunque volesse usufruire del servizio? Basta criptare il canale e il gioco è fatto.



