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Due domande fondamentali che le imprese non fanno quando pianificano le proprie strategie di comunicazione e la propria presenza sui social networks. Seth Godin teorizzando il permission marketing ha sempre dato importanza all’ascolto, a quel legame empatico tra te e gli altri che ti rende unico, distinguibile e soprattutto accettato.

Ma cosa significa comunicare oggi? Perchè le imprese sono così restie a prendersi carico di questo nuovo modo di interagire con i propri pubblici? E poi esistono ancora i propri pubblici? Per chiedere “permesso” occorre una dose di umiltà non indifferente che a sua volta richiede una precisa identità di valori che non può più essere messa in disparte. Un brand è un valore e deve trasmettere valori, condivisibili, accettabili, coinvolgenti e perchè no: sexy!

Chiedere il permesso di disturbare, significa prendere atto che non si è soli e che il diritto degli altri è allo stesso livello dei tuoi doveri. La comunicazione massmediale di tipo verticale e a senso unico perde la sua totale efficacia su un social network e deve essere trasformata in una comunicazione orizzontale, bidirezionale e soprattutto adattiva. Eppure quel che vedo da tempo sui social networks, tutti indistintamente, mi fa pensare che i concetti basilari del permission marketing che non sono altro che l’espressione del buon senso e della buona educazione, sono ancora molto lontani dall’essere riconosciuti veri e necessari.

Attenzione! Questo non vuol dire che non sia eticamente accettabile o sia moralmente disgustoso avere una presenza su Facebook anche per scopi commerciali. Chi sostiene questo è un pazzo! Ma non significa nemmeno che uno debba riempire le wall altrui di comunicazioni commerciali relative alla propria attività e fare incetta di “mi piace” o di followers come se questo fosse quasi una questione di vita o di morte. Perchè, che piaccia o non piaccia, non è affatto vero che avere 15 mila mi piace o amici o followers significhi buone conversioni in termini di fatturato o di contatti reali ed interessati. Un par di balle! Ne possono bastare anche solo 5 o 10. Sui social networks, vince il passaparola e per alimentare il passaparola occorre non essere petulanti, aggressivi e invadenti. Altrimenti finisci per urlarti allo specchio con il risultato che il tuo vicino ti denuncia ai carabinieri per disturbo della quiete pubblica.

[ba-pullquote align="left"]Per far crescere un bambino ci vuole un intero villaggio. Proverbio Africano[/ba-pullquote]Il grande successo di Facebook è tutto qui. Mark Zuckeberg ha capito che la gente ha bisogno di autorealizzazione, di stima, riconoscimento, amicizia e appartenenza. I 5 punti della piramide di Maslow su Facebook come su Twitter o Linkedin vengono “assorbiti” in maniera quasi perfetta e gratuita. Non c’è da stupirsi quindi dell’esplosione del fenomeno dei social networks. C’è da stupirsi però che gli esperti di comunicazione non riescano a capire dove siano i vantaggi competitivi e le modalità applicative o meglio ancora, le regole del gioco.

Quando qualcuno mi chiede cosa significhi in realtà comunicare su un social network (sarebbe meglio dire “conversare”), racconto sempre questa storiella in due versioni:

Versione nr. 1

Un giorno un piccolo imprenditore che fabbrica biciclette da corsa decide, per aumentare le proprie vendite, di entrare nei bar con una bella pila di brochures sotto il braccio e urlare a tutti che lui produce le più belle biciclette da corsa del mondo. Eccolo al primo bar, entra e inizia la sua “omelia” urlante. I clienti del bar lo guardano stralunati e il barista blocca l’imprenditore prima ancora che quest’ultimo abbia finito lo show: “Mi scusi ma non siamo al mercato! Le chiedo cortesemente di abbassare la voce! Se vuole può lasciare un po’ delle sue brochures qui in un angolo, sul bancone ma le chiedo gentilmente di andarsene”.

Risultato? L’imprenditore ha fatto una figura del piffero, il barista la sera prende le brochures lasciate sul bancone e le getta nel cestino della carta e i clienti del bar hanno etichettato l’imprenditore come un pazzo scatenato pronto per una visita psichiatrica urgente. Quel bar è perduto. L’imprenditore deve cambiare bar.

Versione nr. 2

Un piccolo imprenditore che fabbrica biciclette da corsa decide, per aumentare le proprie vendite, di dare importanza alle relazioni con le persone, anche quelle, soprattutto quelle, che non conosce. Un po’ di pubbliche relazioni non guastano mai. Nel suo paesotto, i luoghi pubblici più frequentati sono i bar. Si prende su, alle 19,00 quando c’è l’happy hour al Bar Manzoni, entra, ordina un aperitivo e assaggia dei salatini. Sta lì, ascolta e osserva la gente. Il giorno dopo stessa cosa. Il terzo giorno va per fare colazione. Il quarto giorno torna alla sera, c’è poca gente e attacca bottone col barista parlando del Governo Monti, delle tasse, dei problemi del Paese, di donne, motori ecc…

Dopo due settimane alla solita ora, le 19,00 l’imprenditore entra e il barista lo saluta cordialmente: “Il solito?”.

L’imprenditore si avvicina al bancone e ordina il suo solito Sprizz. Vede un signore al suo fianco che beve lo stesso aperitivo e scambia con lui due battute. Due battute diventano 4 e si comincia a chiacchierare… Arriva l’amico del signore a fianco e da due persone il gruppetto diventa numeroso e si riunisce ogni sera alle 19,00 per gli anni a venire.

Durante una chiacchierata, uno dei clienti diventato amico chiede all’imprenditore: “Senti, io dovrei regalare una bicicletta da corsa a mio nipote. So che tu hai una fabbrica, posso venire a dare un’occhiata?”  “Certo!” Risponde l’imprenditore. L’amico il giorno prestabilito si presenta e sceglie la bici da regalare, la paga e se la porta via soddisfatto.

Che succede? Scatta il passaparola!

L’amico parla con un altro amico: “Sai, ho comprato una bici da corsa da Paolo, quello che ha la fabbrica di biciclette e sono FAVOLOSE! Ottimo prezzo, ottimo prodotto e mio nipote è strafelice”. Alla fabbrica del produttore si presenta l’amico dell’amico per comprare anche lui una bicicletta.

Si forma così un vero e proprio patto fiduciario tra amico produttore di biciclette e amico cliente, basato appunto su un rapporto personale che di riflesso genera consenso e soddisfazione sul prodotto. Ovviamente il prodotto deve essere di ottimo livello . Adesso però, uscite da bar e portate tutto questo su un social network di 800 milioni di persone come Facebook. Le potenzialità in termini relazionali anche e perchè no commerciali sono ENORMI. Basta questo per capire come il “permesso” sia uno strumento educato e civile di fare comunicazione di marketing dando parallelamente vigore e peso alla parte relazionale.

Per fare questo occorre identificazione del sé, pazienza, capacità di relazione e di leadership e ovviamente un buon prodotto o servizio. Occorre essere veri, non banali e soprattutto avere sempre in mente che l’altro,quello che ti ascolta, lo fa solo perchè hai chiesto il permesso di parlare.

Tornando alle due versioni della stessa storia, la prima versione è la comunicazione di marketing tradizionale, con i suoi effetti. La seconda è la comunicazione relazionale e il permission marketing. Scegliete voi!

Quanto c’è di vero in quel romanzo scritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, libro un po’ storico un po’ no, un po’ antico ma ancora tremendamente e diabolicamente attuale? Quella Sicilia profonda, decadente ma assolutamente vera emerge come un urlo e si immedesima nell’oggi con straordinaria potenza.

[ba-quote]Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.[/ba-quote]

Quanto c’è di vero in queste parole? Tantissimo. Eppure, la realtà è diversa. Noi non siamo il sale della terra, non siamo nemmeno sciacalli, né iene né Gattopardi. Siamo così insulsi e ignoranti che quello che crediamo di vedere non è altro che ciò che vorremmo credere ma in realtà non vediamo. Triste amara realtà di vita vissuta.

Corrado Augias scrive nella prefazione del suo libro “Il disagio della libertà“:

In novant’anni di storia, dal 1922 al 2011, abbiamo avuto il Ventennio fascista e il quasi-ventennio berlusconiano: per poco meno di metà della nostra vicenda nazionale abbiamo scelto di farci governare da uomini con una evidente, e dichiarata, vocazione autoritaria. Perché? Una risposta possibile è che siamo un popolo incline all’arbitrio, ma nemico della libertà.

Vantiamo record di evasione fiscale, abusi edilizi, scempi ambientali.

Ma anche di compravendita di voti, qualunquismo: in poche parole una tendenza ad abdicare alle libertà civili su cui molti si sono interrogati. Da Leopardi a Carducci che dichiarava “A questa nazione, giovine di ieri e vecchia di trenta secoli, manca del tutto l’idealità”, fino a Gramsci che lamentava un individualismo pronto a confluire nelle “cricche, le camorre, le mafie, sia popolari sia legate alle classi alte”. Per tacere di Dante con la sua invettiva “Ahi serva Italia, di dolore ostello!” e di Guicciardini con la denuncia del nostro amore per il “particulare”. Con la libertà vera, faticosa, fatta di coscienza e impegno sembriamo trovarci a disagio, pronti a spogliarcene in favore di un qualunque Uomo della Provvidenza.

Questo libro, un’indagine colta e curiosa su una pericolosa debolezza del nostro carattere, è anche un appello a ritrovare il senso alto della politica e della condivisione di un destino. La libertà, intesa come il rispetto e la cura dei diritti di tutti, non è un’utopia da sognare ma un traguardo verso cui tendere.

Siamo così insulsi e ignoranti che la nostra libertà la lasciamo calpestare dalle menzogne di pochi pur di poter credere a ciò che non è. E quando veniamo delusi o pensiamo di venir delusi, quando quel sogno ci viene spezzato perchè la realtà dei fatti è diversa, ci accontentiamo di credere alle promesse del successivo stregone. In fondo siamo schiavi, perchè la schiavitù ha tante forme e non è mai stata soppressa. Perchè la libertà costa, è un impegno civico e morale oltre che personale e pochi hanno la voglia e il coraggio di pagarne il prezzo. Così continuiamo a credere, ad accendere quella scatola infernale che è la TV, a leggere i titoli dei giornali, pensando così di essere informati, di essere sul pezzo, di credere che questo possa essere la nostra piccola briciola di libertà: “Money for nothing and  chicks for free” cantavano i Dire Straits… Diamo alla nostra libertà il valore di niente e al niente il valore della nostra libertà.

Pensare, avere dubbi, discutere, confrontare … Tutto questo ci viene sottilmente negato e ogni giorno è peggio ma noi siamo contenti così. Pensare è difficile, immaginare ancora di più, leggere, riflettere, dubitare, sono cose che fanno perdere tempo perché il tempo conta solo per quel tanto che serve per produrre cibo. Non ce ne accorgiamo perché in fin dei conti, a casa, in poltrona o sul divano, col telecomando in mano siamo zombie rincoglioniti che vivono solo per consumare, nemmeno più per procreare. Persino fare l’amore è diventato un prodotto da consumare gratis sul monitor di un computer.

Lo spread torna a correre … Eppure qualcuno tempo fa ha deciso per noi, che era tempo di cambiare marcia! Lo spread sarebbe tornato a scendere e tutti sarebbero stati felici e contenti. Ma nessuno dice che quello spread è la carotina davanti al naso … Corriamo per abbassare lo spread, tiriamo la cinghia, uccidiamo il futuro dei nostri figli, lasciamo milioni di lavoratori a casa, migliaia di piccole aziende sul lastrico, centinaia di migliaia di famiglie con l’IMU salatissima da pagare e lo spread è sempre lì che ci minaccia. E’ il mercato che detta le sue regole? Ma chi è questo benedetto mercato? Che volto ha? Come si chiama?  Allora noi torniamo a stringere la cinghia, ad affamarci, a dare un altro taglio netto al nostro futuro e lo spread è ancora davanti a noi … Nel frattempo ci indebitiamo, risparmiando. Più stringiamo la cinghia più ci impoveriamo e più ci indebitiamo. Ma non è forse vero il detto che SOLO il denaro, genera altro denaro? Solo la ricchezza genera altra ricchezza? Solo la crescita genera altra crescita?

La nostra spesa corrente è oltre (poco più del 3.5%) la nostra capacità di risparmio. Le entrate sono inferiori, ogni anno, rispetto alle uscite. E via con le tasse, via con la lotta all’evasione. Gli italiani scoprono di essere schiavi dell’evasione, del ladro mascalzone che truffa lo Stato e non paga le tasse. Peccato che i primi a non pagare siano proprio coloro che  puntano il dito contro. Ma io mi domando, se l’evasione è un problema e lo è, perchè lo si scopre solo adesso? Perché non si è fatto nulla prima? Nel frattempo il debito pubblico sale e lo spread è sempre lì che ci minaccia. Paese disgraziato questo, che cammina solo grazie ad un padrone che dietro ti legna e davanti ti fa annusare la carota… Quanto ha ragione Corrado Augias!

Tutto cambia intorno a noi, ma nulla cambia dentro di noi. E’ la nemesi del Gattopardo. Siamo schiavi della nostra schiavitù ed è così sottile questo legame che pensiamo di essere liberi. La libertà di voto, di parola, di scrittura sono illazioni diaboliche che ci distruggono se non cominciamo a chiederci davvero cosa significa essere liberi. Fino a quando non cominceremo a pagare un prezzo per la nostra vera libertà, non cambierà mai nulla.

Nel frattempo lo spread torna a salire, Monti borbotta e gli italiani tirano la cinghia. E il debito aumenta.

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[ba-pullquote align="right"]Se un uomo ha una grande idea di sé stesso, si può essere certi che è l’unica grande idea che ha avuto in vita sua. Proverbio Inglese[/ba-pullquote]Essere umani, ritornare all’uomo, ripensare la nostra essenza, ritornare all’origine per rinascere. La nuova frontiera evolutiva è dentro di noi. La tecnologia oggi corre, dalla biotecnologia molecolare alle ricerche e tecnologie sulle energie alternative, dalla medicina, alla farmaceutica, dalle tecnologie legate alla comunicazione a quella digitale. Le potenze di calcolo dei processori aumentano raddoppiando di anno in anno, si parla di andare su Marte, si ipotizzano mondi sommersi, si costruiscono aeroporti sul mare …. Si consuma, si spreca, si uccide, si distrugge. Tutto è materiale, anche la nostra struttura societaria ed economica è legata al prodotto, alla tecnologia e al consumo.

Ma noi dove siamo? Qual’è il nostro ruolo futuro? Che dimensione avremo? Cosa ci riserverà il domani? E soprattutto, qual è la nuova fase evolutiva?

Non siamo macchine, non siamo prodotti, siamo esseri viventi. Ecco, “Stay Human” è il motto giusto per il domani. Un fenomeno oggi di moda ma che ha implicazioni profonde e ne avrà ancora di più domani, il social networking, riporta le cose ad una dimensione umana. Le persone tornano al centro, potenziandosi in un vero e proprio processo collettivo di condivisione delle conoscenze e delle proprie esperienze di vita. La parte più irrazionale di noi è quella più bella, più inaspettata, più creativa e dannatamente viva.

Noi siamo il nostro futuro ed è un futuro potente e radioso. Il resto è solo noia!

Buona domenica a tutti!

C’è qualcosa che sfugge all’attenzione di molti. Si parla tantissimo di sistemi, di strutture, di organismi governativi complessi, di metodologie studiate a tavolino, di approcci sistemici e convenzioni, ma qualcosa comincia a scricchiolare. 2+2 non è uguale a 4. C’è un elemento indeterministico che sbilancia i sistemi e rende difficile il mestiere per chi fa previsioni, qualsiasi esse siano. In effetti, anche la scienza stabilisce  o meglio ha stabilito che l’indeterminazione è un elemento imprescindibile. Si può prevedere con una certe dose di probabilità che una particella sub-atomica possa essere in una determinata posizione, ma che lo sia realmente questo è un fatto del caso. Il principio espresso da Heisenberg e che porta il suo nome dice:

[ba-quote]Nell’ambito della realtà le cui connessioni sono formulate dalla teoria quantistica, le leggi naturali non conducono quindi ad una completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo; l’accadere (all’interno delle frequenze determinate per mezzo delle connessioni) è piuttosto rimesso al gioco del caso[/ba-quote]

Interessante questo: all’interno delle frequenze determinate per mezzo delle connessioni.  Ma andando oltre nell’analisi del principio si scopre che la questione diventa incredibilmente interessante se, con una certa dose di forzatura, proviamo a rapportarlo alla nostra società. Sempre interpretando correttamente Heisenberg:

[ba-quote]Il principio di indeterminazione viene a volte spiegato, erroneamente, sostenendo che la misura della posizione disturba necessariamente il momento lineare della particella e lo stesso Werner Heisenberg diede inizialmente questa interpretazione. In realtà il disturbo non gioca nessun ruolo, in quanto il principio è valido anche quando la posizione viene misurata in un sistema e il momento viene misurato in una copia identica del primo sistema. È più accurato dire che in meccanica quantistica le particelle hanno alcune proprietà tipiche delle onde, non sono quindi oggetti puntiformi, e non possiedono una ben definita coppia posizione e momento, oppure che l’indeterminazione risiede nella preparazione stessa del sistema.[/ba-quote]

Proviamo ad immaginare ora una persona come fosse un quanto, una particella connessa in un sistema di rete a struttura neuronale come può essere internet, in un sistema di social networking. Cosa può significare questo? Le domande diventano tantissime e le risposte sono del tutto probabilistiche. In termini sociologici significa che l’individuo si connette agli altri svincolandosi dal concetto di massa, diventa cioè protagonista. Lo si vede ormai senza nessuna possibilità di errore: i profili su facebook, su twitter o su altri social come LinkedIn, Pinterest, Google + sono in effetti atti di singole persone che all’interno di una comunità possono esprimere liberamente ciò che vogliono, anche con dosi massicce di protagonismo, il tutto condito o meglio coadiuvato da una tecnologia che non ha eguali (ovviamente) nella storia.

E questo vi pare poco? Sinceramente a me pare di una rilevanza inimmaginabile. Come può oggi la comunicazione di marketing cavalcare questo fenomeno o questi insiemi di fenomeni per circoscrivere tutto in teoremi, metodologie e sistemi, riconducibili alla scuola kotleriana? Ad esempio quando si parla di ROI della comunicazione che succede? In un articolo del 2009 Stefania Romenti parla di ROI della comunicazione e cito:

[ba-quote]La maggior parte dei professionisti sostiene che il ROI deve essere espresso in termini economici perché solo mutuando il linguaggio e gli indicatori dal business language (pensiamo per esempio bottom line, return, accountability, results, turn-around) è possibile aumentare la credibilità delle RP agli occhi degli interlocutori aziendali.[/ba-quote]

Oplà! Premesso che nel 2015 l’advertising su internet eguaglierà in termini di raccolta pubblicitaria i media tradizionali, guarda caso si comincia a non definire più la Rete come media e men che meno i social networks. Ma allora? Il social media marketing? La misurazione del ritorno degli investimenti? Cosa devono pensare le aziende? Come comportarsi? Come veicolare la propria comunicazione di marketing all’interno di un social network o tanti social networks o nella blogosfera?

Io penso che non vi siano regole o metodologie precise e quindi non esiste ROI. Esiste un ritorno in esperienza e in relazioni e più sei bravo a “gestire” e valorizzare le relazioni più accresce la tua personale reputazione che a sua volta può, ma non necessariamente deve, avere ripercussioni positive sul conto economico di una impresa.

La persona torna al centro. E non è mica un concetto da poco. Scardina tutte le nostre forme mentali ereditate dal secolo scorso. Come ho sempre detto, viene messo in discussione il concetto di massa che ha una coscienza e una opinione comune, determinata, manovrabile, influenzabile e circoscrivibile con metodologie propagandistiche che ancora oggi funzionano, ma sempre meno. Se non per il contenuto, che differenza può esserci tra la propaganda di Goebbels, grande maestro della comunicazione di massa e il direttore creativo che ha ideato le campagne della TIM? (Ripeto, i contenuti sono totalmente differenti ma l’effetto che si vuole ottenere è lo stesso, la sudditanza, il desiderio e il consenso).

Eppure le aziende dovranno cominciare a prepararsi. Nel momento in cui la persona entra in scena si prospettano scenari davvero interessanti e chi avrà la capacità di capire che tra azienda e persona nei prossimi decenni le differenze saranno minimali, a tal punto che lo stesso concetto di azienda sarà messo in crisi, avrà modo di vincere.

 

Sono un po’ di giorni che non scrivo. Non perchè non avevo argomenti, ma per motivi contingenti. Volevo scrivere un post su Trenitalia, viste le mie recenti disavventure, ma  quei cialtroni che la dirigono, non meritano nemmeno lo sdegno e l’amarezza dei viaggiatori. Passo oltre.

Giulio Andretti, famoso politico, scrittore e pure giornalista italiano, senatore a vita, più volte capo di Governo e Ministro in numerosissime legislature, citanto Tayllerand disse: il potere logora chi non ce l’ha.

Ma cosa significa? Beh, l’interpretazione è semplice: la corsa o la bramosia di potere da parte di chi non è predisposto a gestirlo o non è “introdotto” oppure ancora è ai margini, porta inesorabilmente alla morte politica.

Ecco il punto: la gestione del potere. Il grande male d’Italia non è nel debito pubblico, nella devastazione sociale delle regioni del sud, nello sgretolamento del sistema infrastrutturale, nell’edilizia selvaggia a discapito del territorio, nella mafia, nella corruzione, nel malgoverno, nella malagestione del bene pubblico, nella diseducazione dei cittadini alla democrazia e al riconoscimento dei diritti altrui … No. Tutto questo è semplicemente, a mio avviso, la conseguenza di una errata e cattiva gestione del potere.

Come ho scritto anche in post precedenti, in Italia si è frantumato, con sconquassi inimmaginabili, il rapporto fiduciario tra Stato e Cittadini e tra Cittadini e Cittadini stessi. I cittadini non si fidano tra di loro, non si fidano delle istituzioni, pubbliche o private che siano, tanto quanto le istituzioni non si fidano dei cittadini. Si da per scontato che chi si ha di fronte giochi contro di te per il suo unico e personale tornaconto.

In una situazione del genere, per gestire i rapporti tra enti, istituzioni e cittadini è necessaria una iperproduzione normativa che possa regolare ogni minimo dettaglio della vita civile di una persona. Tutto questo ovviamente finisce per andare a discapito dell’efficienza, della velocità decisionale, della trasparenza e appunto ancor di più della fiducia collettiva.

Sostanzialmente, si forma una sorta di rapporto clientelare, tra persone: “Io faccio questo per te se tu mi dai quest’altro” come fosse quasi uno scambio commerciale, nella consapevolezza che tutti e due comunque hanno un interesse a far sì che il rapporto si saldi e che il “negozio commerciale” avvenga secondo i termini e i patti stabiliti (ovviamente opportunamente normati e previsti da codici giuridici). Quando una delle parti non ha più interesse per mantenere stabile il rapporto, esso si interrompe. Peggio ancora però, quando una delle parti assume una posizione dominante,  si altera l’equilibrio del rapporto in modo pericoloso a tal punto da creare una sorta di rapporto di servitù in chiave moderna, che uccide il normale vivere civile. Si configura così un sistema di gestione del potere di origine clientelare, quasi ricattatorio e basato su interessi stratificati quasi impossibili da eliminare e da combattere attenendosi al complesso istituto normativo civile e penale che questo sistema si è dotato, appunto per difendersi.

Gli effetti sono devastanti e sono all’ordine del giorno anche nelle cose più comuni. Prendiamo ad esempio il rapporto complesso e difficile tra cittadino e fisco. Abbiamo da una parte il cittadino che da per scontato che pagare le tasse è male, che i suoi soldi vengono gestiti anche peggio e che il fisco è ladro, vorace e matrigno. Dall’altra parte abbiamo lo Stato che è convinto che l’Italiano mediamente è un evasore, che è ladro interessato solo a sé stesso, che è vorace e matrigno. Ma il cittadino è sotto ricatto da una parte per tutta una serie di norme che gli impongono adempimenti assurdi e costosi e dall’altra, da una polizia tributaria che spesso gestisce il proprio piccolo potere con ricatti e malversazioni a sua volta.

La probatio diabolica è la conseguenza finale e naturale di questo assurdo andamento delle cose! Non è lo Stato che deve dimostrare che il cittadino abbia effettivamente evaso ma è il cittadino che deve dimostrare allo Stato, in qualunque momento lo Stato ritenga opportuno richiederlo, di non aver evaso. L’espressione  “probatio diabolica” viene usata proprio in ambito giuridico quando un sistema ricorre  all’inversione dell’onere della prova non garantendo al cittadino una tranquillità procedurale, mettendolo in posizione subalterna, quasi sotto ricatto perché mai sicuro così di agire secondo le norme. Così, nasce e si alimenta di conseguenza un impianto normativo fatto di leggi facilmente interpretabili in modo diverso da soggetti diversi, a proprio uso e consumo o per tutelare i propri piccoli giardini di potere. Ovviamente vince il potere più forte, in questo caso lo Stato che ha tutti gli strumenti coercitivi per costringere il cittadino a rimanere sotto ricatto e a subire il potere costituito.

Ma la situazione del rapporto cittadini-fisco è ancora più complessa e viscida. Infatti, non è lo Stato che dice al cittadino quanto deve versare all’erario ma è il contrario: cioè il cittadino, attraverso una dichiarazione opportunamente compilata e stilata da un elemento terzo (caf, commercialista o enti vari) dichiara di aver guadagnato tot e di dover pagare tot sapendo però che lo Stato non gli crede e di essere sotto ricatto in qualsiasi momento.

IL GARANTE PER LA PRIVACY: «E’ PROPRIO DEI SUDDITI ESSERE CONSIDERATI DEI POTENZIALI MARIUOLI

Ovviamente, la situazione descritta non vale solo per il rapporto cittadino-fisco. Qualsiasi tipo di rapporto tra cittadino e qualsivoglia ente si sviluppa con questo criterio e ovviamente la società ne risente parecchio. L’Italia è un Paese triste, sfiduciato e profondamente infelice in questo momento e l’origine di questo male oscuro è proprio nella mancanza di fiducia nel prossimo. Non crediamo a nulla, non crediamo a ciò che ci viene detto e siamo consapevoli che davanti a noi spesso c’è un delinquente. E’ terrificante!

La riforma fiscale, dovrebbe a mio avviso riconsiderare proprio il rapporto fiduciario e inserire elementi di controllo trasparenti, difficili da evitare ma che in qualche maniera diano o meglio ancora alimentino un senso di fiducia del contribuente verso l’erario. Perchè è inutile dirlo, la sfiducia oggi deriva anche e soprattutto dalla consapevolezza del cittadino che i soldi che versa, sono gestiti male se non peggio. 

L’Unone Europea di fatto ha portato come conseguenza il fatto che il cittadino italiano oggi, più informato e preparato rispetto a 50 anni fa, è in grado di guardarsi attorno e di misurarsi e confrontarsi con cittadini di altri Paesi europei. E’ facile così notare come molti altri Paesi europei siano meglio organizzati, dove le difficoltà ci sono, vedi in Spagna, ma c’è comunque uno stato di fiducia e di volontà futuribile.

I principi del rapporto clientelare vanno rimossi. Il do ut des dei latini non era certo il do ut des di oggi. I romani erano riusciti grazie al proprio impianto sociale, civile e normativo a equilibrare in modo quasi perfetto i concetti di fedeltà (fidelis) e interessi (clients). Tutti e due sono importanti sia ben chiaro. Una società organizzata solo secondo il concetto di fedeltà tra istituzioni e cittadini è una società altamente pericolosa e instabile e la storia passata ce lo insegna (nazismo, fascismo, dittatura sovietica, totalitarismi, nazionalismi ecc…). Abbiamo bisogno di “riconfigurarci” secondo buon senso. Sembra semplicistico da dire ma è proprio così. Se pensiamo che di fatto, tutto il sistema finanziario oggi si regge sulla fiducia di tanti, ma sugli interessi di pochi, ci accorgiamo che qualcosa non funziona e le crisi finanziarie di questi anni sono lì a dimostrarlo.

Continuo a pensare e ho fiducia che sia così, che un buon sistema che preveda anche istituti democratici di controllo dal basso verso l’alto e non solo viceversa, in cui la voce diretta di molti possa diventare norma, sia un primo e importante passo per il giusto riequilibrio delle cose. Un po’ di democrazia diretta e non solo indiretta, non guasta.

Il rapporto fiduciario te lo devi conquistare passando dalla sfiducia e non pretendendolo con i ricatti clientelari.


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