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I tempi stanno cambiando così incredibilmente in fretta che il domani è già oggi e il futuro è molto vicino. Le nostre vite stanno per essere smontate e rimontate secondo paradigmi completamente diversi. Sostanzialmente, stiamo per essere riformattati.

Io ipotizzo, ma credo di non sbagliarmi di molto, che vivremo pezzi di vita. Pezzi di vita paralleli o comunicanti, realtà diverse in dimensioni diverse con tempi ad andamento diverso e variabile. Dovremo saper destreggiarci tra queste realtà saltando da un treno all’altro a seconda del momento.

I giovani di oggi sono già in parte predisposti e preparati perchè nati in un mondo “digitale” che ha scoperto la multicreatività, il networking globale e in tempo reale, la comunicazione relazionale e l’interconnessione emotiva. Sarà un mondo veloce, incredibilmente diverso da quello di oggi, dove le barriere di oggi cadranno a pezzi. Non sarà un mondo migliore e non sarà peggiore, sarà semplicemente l’evoluzione naturale di questo in cui viviamo. Noi 40 enni e più in là siamo dinosauri che combattono per mantenere inalterato il proprio stile di vita.Ma perderemo inesorabilmente. Se rompiamo il patto generazionale, e lo stiamo facendo in maniera scellerata, di noi resteranno solo briciole e così, rischiamo di innescare un cambiamento violento.

La riflessione mi è venuta parlando a pranzo con un collega che apprezzerà questo mio post, e leggendo l’intervista di Alessio Jacona ad Alexander Bard, filosofo, scrittore, artista e produttore musicale svedese, autore insieme a Jan Söderqvist della ‘Futurica Trilogy’, serie di saggi sulla rivoluzione portata in dote dall’avvento di Internet.

E’ incredibile come l’interconnessione emotiva riesca, in un mondo così grande a rendere le cose così vicine, alla portata di tutti. Se la multicreatività può avere uno sbocco reale, internet certamente sarà testimone di questo fatto a velocità che non possiamo nemmeno immaginare.

Per chi come me ha scollinato i 40 anni di età, il pensiero comincia a diventare invadente: che sta succedendo? chi sono i “giovani”?

I giovani oggi, sono quelli che da noi non trovano posto nelle attività produttive. I giovani disoccupati di oggi, non saranno gli occupati di domani per il semplice fatto che non avranno assimilato i paradigmi sociali che “performano” la nostra vita. Il mondo economico “tradizionale” non è in grado di assorbire questa enorme massa umana per il semplice motivo che esso non dipenderà più solamente da semplici processsi produttivi e di consumo slegati dai contesti socio-ambientali. La meccanizzazione e l’automazione dei processi produttivi ha già dato segnali inequivocabili in questo senso ma pure l’automazione gestionale e decisionale darà il colpo di grazia.

Un genitore 40enne oggi dice: “Cosa faccio studiare a mio figlio? Quali saranno i suoi sbocchi professionali?”

Anche qui, le barriere di ingresso nel mondo produttivo sono tali e tante, che la domanda rimane ormai inesorabilmente senza risposta. Marketing? Comunicazione? Ingegneria? Medicina? Quali sono i campi oggi che possono assorbire milioni di persone e di forza lavoro? Non ve ne sono. La popolazione aumenta e i posti diminuiscono. Che si debbano ipotizzre modelli organizzativi ed economici fuori dal concetto del “lavoro” e quindi del denaro-consumo-produzione-ricchezza è cosa che non dico certo solo io, anzi.

La differenza è che noi 40enni ipotizziamo, i più giovani vivono. L’incomunicabilità intergenerazionale è talmente intrusiva che non siamo capaci di guardare la vita con gli occhi di chi è più giovane di noi. Quando si diceva: “Eh ma son stato giovane anch’io, quindi capisco” oggi ha un sapore antico, romantico, ma fuori asse. Siamo dinosauri a 40 anni quando in realtà oggi dovremo prendere in mano il mondo e cambiarlo. Non siamo più capaci nemmeno di andare a votare o di spiaccicare una protesta o un dissenso di senso compiuto a tal punto che prendiamo come paladino un ricco comico genovese per fare le prediche.

Io me ne accorgo quando nelle aziende parlo di social networking. Sembra di parlare con un video dove viene rappresentata una figura umana che invecchia di secondo in secondo e più parli, più la figura invecchia. E li senti mentre si divincolano, si arrampicano sugli specchi, credono di conoscere tutto eppure sanno forse a malapena accendere un accendino. “Ah! Sì, Facebook! Ci gioca mia figlia. Ma sì, io quelle cose lì, tutte virtuali, mah, io non ci credo, secondo me sono mode passeggere” … Ma i bilanci delle loro aziende crollano e non sanno il perché.

recentemente ho postato su LinkedIn un articolo scritto da un mio cliente/amico sulle reti d’impresa. Nel gruppo ToscanaIn sono arrivati commenti interessanti ma tutto sommati di breve respiro. Si parla comunque di modelli organizzativi e di business che domani non avranno quasi più significato. Chiedersi il perché questi non funzionino è superfluo. Sarebbe meglio chiedersi cosa sarà domani e provare a individuare modelli sociali ed economici che possano funzionare meglio.

Il problema grosso è che non abbiamo dati, non abbiamo metriche, non abbiamo esperienza per formulare ipotesi. Se non abbiamo visionari bravi, possiamo solo camminare a tentoni. Ma anche se avessimo dati e metriche, non ce ne faremmo un piffero! E’ come misurare la circonferenza di una sfera col righello delle elementari. Ed ecco che l’incomunicabilità generazionale diventa preponderante, perchè i giovani, i 40enni di domani, nemmeno si preoccupano di misurare, ipotizzare, prevedere … Loro stanno vivendo il loro pezzo di vita che dopodomani non sarà più perché saranno saliti su un altro treno con totale nonchalance. Saranno come dice Alexander Bard, “dividui e non più individui” perchè divisibili e presenti parallelamente in microcosmi, microrealtà o veri e propri metamondi differenti.

Cosa possiamo fare? Aprire gli occhi ed imparare. Oppure lasciarci ammazzare.

Davide Martignani di Augea srl, mi ha mandato questo articolo interessante e ho pensato di condividerlo immediatamente con voi.

Fumo negli occhi degli imprenditori

Non credo esista alcun imprenditore, manager, dirigente impegnato in una piccola impresa che non si sia dovuto confrontare negli ultimi mesi con l’ipotesi di aderire ad una rete di impresa. Praticamente ogni giorno qualcuno si fa avanti con questa proposta, sottopone questa modalita’ di operare come se questa fosse la panacea di tutti i mali, e quando puntualmente manifesto la mia diffidenza verso questo strumento, come minimo sul viso del mio interlocutore appare una espressione mista di stupore, disprezzo, disgusto, supponenza. Sembra quasi che come nei fumetti appaia sopra la sua testa la frase: “Ma come, davvero tu non credi a questa meraviglia, non ti rendi conto che sei praticamente l’unico imprenditore del mondo che non ha capito che con il contratto di rete si cresce, si fanno affari, si compete sul mercato globale ed inoltre si ottengono finanziamenti “facili” dallo stato?”

Ogni volta ho l’impressione che il mio interlocutore stenti a credere che qualcuno metta in discussione la bontà della proposta. Beh io voglio chiarire il mio pensiero enunciandolo con voce stentorea: A MIO MODESTO PARERE, LE RETI DI IMPRESA SONO UNO STRUMENTO INEFFICACE E SOPRATTUTTO UN INGANNO. E visto che non mi piace fare affermazioni gratuite, passo a elencare le motivazioni di questo mio giudizio negativo. Se a qualcuno interessa approfondire il tema, questo link mi pare esaustivo (link 2)

 

Prima bugia: FARE RETE SIGNIFICA COMPETERE nei mercati in cui la singola impresa è inefficace.

Posso anche ammettere che in alcuni limitatissimi settori (mi pare soprattutto quelli legati all’export) le micro-dimensioni delle imprese italiane siano poco convincenti e non riescano a fare la massa critica necessaria per essere vincenti ed efficaci. Ma ritengo anche che moltissime piccole e micro imprese abbiano la loro ragione d’essere proprio nelle caratteristiche implicite dell’essere piccole: sono snelle, veloci, specializzate, di nicchia, molto spesso guidate da persone che lavorano più per passione che per stretto interesse economico e per questo disponibili a sacrificarsi. E inoltre mi pare che laddove il mercato di riferimento o il business stesso rendano convenienti le aggregazioni, gli imprenditori procedano direttamente con accordi commerciali o anche con operazioni societarie senza passare per altri strumenti. E quando le aggregazioni sono richieste per la partecipazione alle gare d’appalto pubbliche lo strumento è già disponibile senza inventarne altri ed è la Associazione Temporanea di Imprese. Quindi in sostanza non mi pare che il contratto di rete in tal senso offra particolari vantaggi alle imprese che ne fanno parte (che – va detto – conservano comunque la loro personalità ed indipendenza giuridica).

 

Seconda bugia: CI SONO FORTI VANTAGGI FISCALI

Il vizio di sbandierare poderosi provvedimenti a sostegno delle imprese (o delle famiglie, o delle fasce sociali deboli e l’elenco potrebbe continuare), che alla prova dei fatti si rivelano privi di efficacia o – come in questo caso di contenuti e soprattutto DI FONDI – è una prerogativa di quasi tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, non esente questo ultimo. Non so quanti sono a conoscere il meccanismo di incentivazione studiato dal Legislatore (e a pioggia anche delle regioni, di sicuro dell’Emilia Romagna): costituire una Rete di Imprese consente alle aziende aderenti un regime di sospensione dell’imposta  dovuta (IRES) sulla quota di utili che viene accantonata in un apposito fondo patrimoniale a beneficio degli investimenti necessari per realizzare il piano o il progetto che sta alla base della costituzione della rete stessa. Quindi in sostanza lo Stato rinuncia a incassare le imposte su una parte degli utili (utili?????? Utili in questi anni?????) che l’azienda investirà per realizzare quanto previsto dal contratto di rete. Al momento la regola vale per gli anni 2010, 2011, 2012 e io mi chiedo: ma di che utili stiamo parlando? Parlare di detassare gli utili in questi anni secondo me è come regalare i climatizzatori agli abitanti della Groenlandia, oppure le stufe alle tribù del Mali!! E ancora, quanti fondi ci sono a disposizione? Un sacco di soldi: 20 milioni di euro per il primo anno e 14 milioni di euro per ciascuno degli altri anni, per tutti i contratti di impresa su tutto il territorio italiano! A me pare poco più che una elemosina, tanto è vero che per il 2010 è già scattato il calcolo del riparto. Quindi, il Legislatore si è fatto bello con quattro soldi, e con buona pace delle micro e piccole imprese che in questi 3 anni gli utili li vedranno col binocolo, considerato lo scenario economico attuale.

 

Cui prodest? (A chi giova?)

Il furbo Andreotti è molto ricordato per la frase che “a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca!”. Beh, io penso male, malissimo di questa cosa e penso anche di avere individuato chi trae vantaggio da questa situazione. Sono i soggetti che ho citato nella frase di apertura di questo post. I consulenti, ancora loro, i mitici consulenti. Quei signori che vengono a casa vostra sotto le sembianze di: consulenti d’impresa, strateghi di finanza pubblica agevolata, rappresentanti di associazioni di categoria, mediatori ed affaristi vari. Tutti lorsignori (almeno quelli che ho avuto il piacere di incontrare io, salvo rare eccezioni) mi hanno spiegato che – dietro un modestissimo compenso – sarebbero stati felici di prodigarsi per aiutare la mia azienda ad accedere ad un contratto di rete, di occuparsi di tutta la burocrazia necessaria, di mettere una buona parola presso l’organismo che si occupa della asseverazione del contratto (volete sapere chi sono questi organismi abilitati? Toglietevi una curiosità, fate un giro su questo link  (vedi link 1 qua sotto), e vedrete che in sostanza, chi vi propone il contratto in realtà è direttamente connesso con chi vi rilascerà l’agognata asseverazione, e ditemi se non vi viene in mente il conflitto di interesse……..  sembra la storia di quando le banche negano gli affidamenti e spediscono la gente a chiedere alla Finanziaria tal dei tali, facente parte dello stesso gruppo creditizio…..). Esponendo le mie perplessità circa il fatto che per pensare ad un contratto di rete occorre anche avere un progetto, un obiettivo comune, una potenziale sinergia con imprese simili alla mia, tutti loro mi hanno rassicurato (sempre beninteso molto disinteressatamente) più o meno con queste parole: “Non si preoccupi, che problema c’è, troviamo altre 2 imprese interessate alla stessa agevolazione, non importa cosa fanno, se non sono del suo settore, della sua filiera, qualche cosa inventeremo, tanto poi non è che nessuno sia in grado di valutare bene se il progetto è realmente utile oppure no: l’importante è ottenere l’asseverazione su una cosa un po’ vaga (naturalmente mi occupo io della cosa, sempre dietro modestissimo compenso), tipo l’innovazione dei processi amministrativi (io rimango un po’ basito per la sfrontatezza, ma – paziente – ascolto) e poi basta farsi fare le fatture con diciture più o meno attinenti il tema e il gioco è fatto”.

Di solito gli incontri con questi signori finiscono qua. Il mio stomaco è un po’ in subbuglio, il mio sdegno e il mio disprezzo per questi comportamenti sono alle stelle, la mia rabbia sale. E l’Italia – secondo me – sta un po’ peggio…..

Beh, con un certo disgusto devo commentare: “CHAPEAU alla faccia tosta!” Con tanti saluti all’etica, all’onestà intellettuale, al rispetto delle regole.

Links di riferimento:

LINK 1 (organismi abilitati)

LINK 2 (approfondimenti)

(Davide Martignani)

 


Che i “ragazzi” di Saidmade mi siano sempre piaciuti, non è un mistero per nessuno. Ho sempre guardato con ammirazione i loro passi. Persone con idee sì ma anche con la volontà di trasformarle in fatti. E’ certamente cosa rara.

Conobbi Matteo e Nicola qualche anno fa, non ricordo più nemmeno per quale motivo. Per qualche stramba ragione, ci allontanammo ma ora rieccoci qui. La cosa che mi ha sempre incuriosito di questo gruppo di giovani imprenditori è questo coraggio e questa volontà di dare sempre una sfumatura sociale al loro lavoro. Questo come se ci fosse una volontà di perseguire un percorso programmato di responsabilità sociale. In realtà non è programmato, è innato e del tutto naturale.

Per questo motivo mi trovo a intervistare Nicola. Una intervista un po’ fuori dagli schemi, per dare un sapore diverso al loro lavoro e far capire agli altri che essere imprenditori è davvero una scelta di vita importante.

Nicola, intanto, la prima domanda: so che è una domanda che richiede una risposta articolata ma cosa significa per te essere imprenditore?

Effettivamente potrei scrivere pagine e pagine come risposta risposta a una domanda del genere, ma volendo essere ermetici per me essere imprenditore significa essere se stessi ad ogni costo. Portare avanti le proprie idee, i propri sogni, parlarne, confrontarsi, ma specialmente realizzarli. Essere dei carri armati insomma. Io mi sento imprenditore anche quando sono fuori dal mio ufficio, sarò banale, ma credo in un mondo migliore e vorrei fare di tutto per lasciare qualcosa in più di quello che ho trovato. Sono convinto che dentro ognuno di noi ci sia un piccolo imprenditore (stavo per scrivere piccolo principe), ma purtroppo ogni giorno dobbiamo fare i conti con la realtà delle cose e questo ci allontana molto dal combattere per realizzare i nostri sogni.
Ok! Come definisci il termine Responsabilità sociale d’impresa? E soprattutto come collocate la vostra attività all’interno di questo concetto?

Responsabilità sociale d’impresa è una definizione di cui fino a poco tempo fa probabilmente non conoscevo neanche l’esistenza, almeno in Italia; ultimamente, in alcuni casi anche un po’ per moda, la si sente nominare molto spesso. Sicuramente il settore hi-tech sta dando una certa spinta a questo nuovo modo di fare impresa per diversi motivi. I giovani sono molto più vicini a temi come ecologia, orari flessibili, integrazione, opensource; d’altra parte, vista la profonda crisi del mondo lavorativo e la relativa incertezza del futuro, molti giovani si stanno buttando nel mondo dell’imprenditoria e in maniera del tutto spontanea tendono ad affermare questi principi. Dall’altro lato ci sono le aziende tradizionali che si sono accorte che la gente è sempre più attenta all’etica che sta dietro ad un’impresa e per non essere da meno provano ad adeguarsi, ma non sempre con risultati positivi.
Quando abbiamo creato Saidmade, una delle prime cose che abbiamo fatto è stato cercare di trasmettere questi concetti e devo dire che è stato un processo del tutto spontaneo. Basti pensare che la nostra azienda dopo 3 mesi di vita era già un’azienda con marchio ad impatto zero. Non ne faccio un vanto, mi sembra una cosa del tutto naturale. Altri aspetti su cui abbiamo puntato molto con Saidmade sono l’opensource e la condivisione del sapere, attraverso Knowcamp per esempio.

Quali sono i valori che identificano il vostro brand e in che modo vorreste venire percepiti dal vostro pubblico?

Questa è una domanda difficile, specialmente in un momento di transizione come è questo per noi. Il messaggio che fin dall’inizio abbiamo cercato di far passare è che non siamo una web agency, studio di design o software house che dir si voglia. Saidmade è un progetto iniziato 4 anni fa quasi per scherzo e nonostante il nostro paese non ci abbia fornito grandi aiuti, abbiamo cercato di portarlo avanti sempre al meglio; abbiamo sacrificato buona parte del nostro tempo per cercare di portare innovazione, a costo di pagare di tasca nostra. A volte è andata bene, a volte è andata male, ma tutto sommato io sono molto soddisfatto, in particolare per l’esperienza acquisita. Siamo conosciuti in tutta Italia e siamo considerati una realtà molto innovativa, in particolare per per quanto riguarda lo sviluppo WordPress e mobile. Che cosa posso volere di più? :)

 Voi avete un rapporto con il pubblico piuttosto intenso e coinvolgente. Il Knowcamp ne è un esempio piuttosto significativo. Che cosa vi spinge a organizzare questo evento che a mio avviso potrebbe diventare davvero un momento di ritrovo, quasi abitudinario, per molti giovani imprenditori del terziario avanzato?

Il Knowcamp come potranno confermare i miei soci Matteo e Giovambattista, è nato da uno dei miei soliti capricci. Circa due anni fa, ho partecipato all’Eavi Camp, un barcamp riuscitissimo organizzato da un piccolo gruppo di ragazzi, tra cui Matteo Castellani Tarabini (aka paz83); il giorno dopo, preso dall’entusiasmo, ho contattato Matteo e gli ho proposto di rifare un evento del genere, ma un po’ più in grande. Dopo un paio di mesi eravamo on-air e sei mesi dopo eravamo alla seconda edizione. Dico che è nato da uno dei miei capricci, perchè sono solito lamentarmi della “piattezza” modenese, anche se questo evento mi ha dato modo di capire che ci sono tante persone e aziende che fanno dell’innovazione la loro filosofia di vita; purtroppo in Italia il grosso problema è che tutte queste iniziative la maggior parte delle volte vengono viste dalle aziende come perdite di tempo, anche se è l’esatto contrario. Un esempio? Dopo la prima edizione del Knowcamp, abbiamo iniziato a lavorare per un cliente molto importante (di cui non farò il nome), tutto perchè al camp abbiamo avuto modo di conoscere una persona che poi ha parlato di noi in giro. Intendiamoci, il Knowcamp per me prima di tutto è un mettersi alla prova, un’occasione di divertimento e confronto, però per chi pensa sia tempo perso c’è anche questo aspetto.

La vostra attività commerciale è decisamente ben identificata. Molte sono le novità che state presentando sul mercato in questi tempi. Puoi dirmi quali sono quelle più significative?

La nostra attività commerciale per la verità è molto varia; la nostra vocazione sarebbe quella di sviluppare software, ma ormai è abbastanza difficile offrire unicamente questo servizio. Per questo motivo negli anni ci siamo evoluti e cerchiamo ora di offrire strategie più eterogenee che contemplino anche la nostra vocazione per il software. Al momento ci stiamo concentrando sullo sviluppo di applicazioni Facebook e sull’integrazione tra web e mobile; quello che invece ormai portiamo avanti da anni è lo sviluppo su piattaforma WordPress, il CMS per eccellenza che abbiamo abbracciato in ogni suo aspetto.

L’ultima novità apparsa su http://wpxtre.me/ è decisamente interessante. Puoi dirmi qualcosa in più?

Come dicevo prima WordPress per noi è un credo. L’85% dei nostri progetti che coinvolgono il web lo abbiamo sviluppato su questa piattaforma. Non sono uno di quelli che sostiene che WordPress sia il meglio e tutto il resto faccia schifo, ma semplicemente abbiamo scelto quello e abbiamo acquisito skills molto avanzate. wpXtreme è la nostra ultima startup che segna il passaggio dalla fornitura di servizi alla vendita online di prodotti ed è un concentrato di tutta l’esperienza fatta in questi anni. Ci siamo detti: “Amiamo da sempre Apple e i suoi prodotti. Siamo WordPress dipendenti. Perchè non creare un AppStore per WordPress?”. Così è partita questa avventura che abbiamo lanciato ufficialmente proprio qualche giorno fa. WordPress da certi punti di vista è un CMS limitato, quindi abbiamo deciso di “doparlo”. Scaricando ed installando il plugin wpXtreme in forma del tutto gratuita, si avranno a disposizione diversi miglioramenti al core di WordPress, come la gestione utenti per esempio che al momento nella sua versione standard è abbastana limitata, ma non solo. La vera potenza di wpXtreme sarà il PluginStore, un vero e proprio marketplace dove saranno presenti plugin professionali, sia gratis che a pagamento. Abbiamo un piano di sviluppo a lungo termine che prevede inoltre la creazione di un’app mobile per la gestione remota dei plugin scaricati e la vendita da parte degli utenti dei propri plugin come succede su AppStore. Al momento stiamo cercando di avere il prima possibile un MVP (minimum viable product) in modo da iniziare a testare il mercato e poterci rivolgere a venture capital e business angels. Nel caso qualcuno fosse interessato, il 6-7 Giugno saremo ospiti all’R2B all’interno di Smau Bologna. Se siete curiosi di vedere una preview di wpXtreme vi aspettiamo lì!

ps: se vi iscrivete su http://wpxtre.me e fate iscrivere i vostri amici tamite il link che vi verrà fornito, potrete vincere una delle 10 licenze free per wpXtreme, quindi condividete! :)

Potete trovare Nila Ballotta su: [ba-socialicon link="http://www.facebook.com/nicola.ballotta" type="fb-icon" target="blank"]  [ba-socialicon link="https://twitter.com/#!/nicolaballotta" type="twitter-icon" target="blank"]

Ho ricevuto questa mail da un imprenditore con la preghiera di pubblicarla sul mio blog. Personalmente condivido l’intero contenuto e mi sento perciò in dovere di accogliere la richiesta. Eccola qui.

Egr. Dr Giannino la seguo quotidianamente in radio durante i miei spostamenti sul luogo di lavoro e le voglio raccontare un episodio.

la piccola società che io amministro da 3 anni ha meno di 15 dipendenti con un fatturato di poco meno di 3 milioni.

Per combattere la crisi in Italia mi sono buttato sul mercato estero che mi ha consentito di sviluppare un 30% di fatturato in più (cumulando crediti iva importanti e non compensabili) attraverso fiere, missioni estere… (Sa, quelle fiere dove ci ritroviamo in Arabia Saudita di fianco a quello che vende i girarrosti e le protesi dentarie… Insomma la vera Italia manifatturiera…) e contatti vari…

Nel corso di questi anni ho aumentato il business con un miglioramento del fatturato e del rating grazie al fatto che ho fatto uno screening della clientela..(tassi di insoluti del 5%..roba incredibile nel mio settore).

Il fantastico mondo bancario (popolato da gente ignorante e mediocre) che fa…? Mi riduce gli affidamenti dell’80%…

Adesso opero con 150.000€ garantiti quasi interamenti da titoli a garanzia contro gli 800.000€ che avevo  rendendo impossibile pagare i contributi in maniera regolare e quindi sono finito nelle sapienti braccia dell’Esatri che a fronte di multe e penali mi ha accordato una rateazione con un tasso vicino al 25%…

Tant’è che mi chiedevo se non ci fosse una correlazione tra azzeramenti dei fidi alle imprese ed Esatri in quanto la rateazione é in assoluto il migliore investimento speculativo che lo Stato può fare.

Comunque cerco nel frattempo di campare e mi sono  tolto lo sfizio di quali tassi avessero applicato le 3 banche in questione in questi anni ed ho scoperto che tutte e 3 (stiamo parlando delle 3 più importanti banche guidate da personaggi che hanno fatto perdere decine di miliardi di euro e che purtroppo sono ancora in giro a far danni peggio della gramigna) mi avevano applicato interessi di usura penale (+ del 17% credo) ovvero più di 100.000€ di interessi in più insomma oltre che “becco anche bastonato”..gli ho fatto causa ed ieri dopo quasi 18mesi la prima di queste “associazione di malfattori”  in sede di mediazione mi ha restituito il 50% del maltolto..Allora Dio esiste (il Dio degli imprenditori) ed io voglio essere il suo profeta.W l’italia nonostante la banda di gentaglia mediocre che infesta la nostra classe dirigente pubblica e bancaria..

Cordiali saluti

Due domande fondamentali che le imprese non fanno quando pianificano le proprie strategie di comunicazione e la propria presenza sui social networks. Seth Godin teorizzando il permission marketing ha sempre dato importanza all’ascolto, a quel legame empatico tra te e gli altri che ti rende unico, distinguibile e soprattutto accettato.

Ma cosa significa comunicare oggi? Perchè le imprese sono così restie a prendersi carico di questo nuovo modo di interagire con i propri pubblici? E poi esistono ancora i propri pubblici? Per chiedere “permesso” occorre una dose di umiltà non indifferente che a sua volta richiede una precisa identità di valori che non può più essere messa in disparte. Un brand è un valore e deve trasmettere valori, condivisibili, accettabili, coinvolgenti e perchè no: sexy!

Chiedere il permesso di disturbare, significa prendere atto che non si è soli e che il diritto degli altri è allo stesso livello dei tuoi doveri. La comunicazione massmediale di tipo verticale e a senso unico perde la sua totale efficacia su un social network e deve essere trasformata in una comunicazione orizzontale, bidirezionale e soprattutto adattiva. Eppure quel che vedo da tempo sui social networks, tutti indistintamente, mi fa pensare che i concetti basilari del permission marketing che non sono altro che l’espressione del buon senso e della buona educazione, sono ancora molto lontani dall’essere riconosciuti veri e necessari.

Attenzione! Questo non vuol dire che non sia eticamente accettabile o sia moralmente disgustoso avere una presenza su Facebook anche per scopi commerciali. Chi sostiene questo è un pazzo! Ma non significa nemmeno che uno debba riempire le wall altrui di comunicazioni commerciali relative alla propria attività e fare incetta di “mi piace” o di followers come se questo fosse quasi una questione di vita o di morte. Perchè, che piaccia o non piaccia, non è affatto vero che avere 15 mila mi piace o amici o followers significhi buone conversioni in termini di fatturato o di contatti reali ed interessati. Un par di balle! Ne possono bastare anche solo 5 o 10. Sui social networks, vince il passaparola e per alimentare il passaparola occorre non essere petulanti, aggressivi e invadenti. Altrimenti finisci per urlarti allo specchio con il risultato che il tuo vicino ti denuncia ai carabinieri per disturbo della quiete pubblica.

[ba-pullquote align="left"]Per far crescere un bambino ci vuole un intero villaggio. Proverbio Africano[/ba-pullquote]Il grande successo di Facebook è tutto qui. Mark Zuckeberg ha capito che la gente ha bisogno di autorealizzazione, di stima, riconoscimento, amicizia e appartenenza. I 5 punti della piramide di Maslow su Facebook come su Twitter o Linkedin vengono “assorbiti” in maniera quasi perfetta e gratuita. Non c’è da stupirsi quindi dell’esplosione del fenomeno dei social networks. C’è da stupirsi però che gli esperti di comunicazione non riescano a capire dove siano i vantaggi competitivi e le modalità applicative o meglio ancora, le regole del gioco.

Quando qualcuno mi chiede cosa significhi in realtà comunicare su un social network (sarebbe meglio dire “conversare”), racconto sempre questa storiella in due versioni:

Versione nr. 1

Un giorno un piccolo imprenditore che fabbrica biciclette da corsa decide, per aumentare le proprie vendite, di entrare nei bar con una bella pila di brochures sotto il braccio e urlare a tutti che lui produce le più belle biciclette da corsa del mondo. Eccolo al primo bar, entra e inizia la sua “omelia” urlante. I clienti del bar lo guardano stralunati e il barista blocca l’imprenditore prima ancora che quest’ultimo abbia finito lo show: “Mi scusi ma non siamo al mercato! Le chiedo cortesemente di abbassare la voce! Se vuole può lasciare un po’ delle sue brochures qui in un angolo, sul bancone ma le chiedo gentilmente di andarsene”.

Risultato? L’imprenditore ha fatto una figura del piffero, il barista la sera prende le brochures lasciate sul bancone e le getta nel cestino della carta e i clienti del bar hanno etichettato l’imprenditore come un pazzo scatenato pronto per una visita psichiatrica urgente. Quel bar è perduto. L’imprenditore deve cambiare bar.

Versione nr. 2

Un piccolo imprenditore che fabbrica biciclette da corsa decide, per aumentare le proprie vendite, di dare importanza alle relazioni con le persone, anche quelle, soprattutto quelle, che non conosce. Un po’ di pubbliche relazioni non guastano mai. Nel suo paesotto, i luoghi pubblici più frequentati sono i bar. Si prende su, alle 19,00 quando c’è l’happy hour al Bar Manzoni, entra, ordina un aperitivo e assaggia dei salatini. Sta lì, ascolta e osserva la gente. Il giorno dopo stessa cosa. Il terzo giorno va per fare colazione. Il quarto giorno torna alla sera, c’è poca gente e attacca bottone col barista parlando del Governo Monti, delle tasse, dei problemi del Paese, di donne, motori ecc…

Dopo due settimane alla solita ora, le 19,00 l’imprenditore entra e il barista lo saluta cordialmente: “Il solito?”.

L’imprenditore si avvicina al bancone e ordina il suo solito Sprizz. Vede un signore al suo fianco che beve lo stesso aperitivo e scambia con lui due battute. Due battute diventano 4 e si comincia a chiacchierare… Arriva l’amico del signore a fianco e da due persone il gruppetto diventa numeroso e si riunisce ogni sera alle 19,00 per gli anni a venire.

Durante una chiacchierata, uno dei clienti diventato amico chiede all’imprenditore: “Senti, io dovrei regalare una bicicletta da corsa a mio nipote. So che tu hai una fabbrica, posso venire a dare un’occhiata?”  ”Certo!” Risponde l’imprenditore. L’amico il giorno prestabilito si presenta e sceglie la bici da regalare, la paga e se la porta via soddisfatto.

Che succede? Scatta il passaparola!

L’amico parla con un altro amico: “Sai, ho comprato una bici da corsa da Paolo, quello che ha la fabbrica di biciclette e sono FAVOLOSE! Ottimo prezzo, ottimo prodotto e mio nipote è strafelice”. Alla fabbrica del produttore si presenta l’amico dell’amico per comprare anche lui una bicicletta.

Si forma così un vero e proprio patto fiduciario tra amico produttore di biciclette e amico cliente, basato appunto su un rapporto personale che di riflesso genera consenso e soddisfazione sul prodotto. Ovviamente il prodotto deve essere di ottimo livello . Adesso però, uscite da bar e portate tutto questo su un social network di 800 milioni di persone come Facebook. Le potenzialità in termini relazionali anche e perchè no commerciali sono ENORMI. Basta questo per capire come il “permesso” sia uno strumento educato e civile di fare comunicazione di marketing dando parallelamente vigore e peso alla parte relazionale.

Per fare questo occorre identificazione del sé, pazienza, capacità di relazione e di leadership e ovviamente un buon prodotto o servizio. Occorre essere veri, non banali e soprattutto avere sempre in mente che l’altro,quello che ti ascolta, lo fa solo perchè hai chiesto il permesso di parlare.

Tornando alle due versioni della stessa storia, la prima versione è la comunicazione di marketing tradizionale, con i suoi effetti. La seconda è la comunicazione relazionale e il permission marketing. Scegliete voi!


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