Come sapete, Innovando non esiste più. E’ nata Innovando. Sembra un gioco di parole ma è davvero così. Tutti ormai sanno che ci siamo trasferiti in Svizzera, che la nostra scelta è stata anche di vita, non solo di opportunità, che abbiamo deciso di spostarci fisicamente, non solo fiscalmente ma al contempo, invece di ridurci ci siamo ingranditi, abbiamo deciso che da soli non si va da nessuna parte. Il nostro è un team articolato, un mix di competenze ed esperienze difficile da trovare altrove, il tutto sotto il cappello di un brand piuttosto conosciuto in Italia che sicuramente ora avrà maggior visibilità anche a livello internazionale.
Il nostro progetto è un vero progetto di internazionalizzazione che si formalizzerà nei prossimi mesi e che vedrà espandere le nostre esperienze professionali secondo nuove metodologie di lavoro e nuove opportunità anche per i nostri clienti e partners.
Siamo convinti che INSIEME PER COMUNICARE non sia solo un semplice pay off ma una ragione di esistere e di confrontarsi con un mondo in evoluzione continua. Per questo motivo non possiamo essere unipersonali ma abbiamo bisogno di entrare in un vero processo di condivisione delle esperienze con tutti coloro che hanno specificità professionali perfettamente complementari con le nostre.
I terreni dove oggi le imprese giocano la propria visibilità sono diventati complessi e interconnessi. Non è più possibile dividere le tipologie e i campi applicativi della comunicazione, come del resto non lo era nemmeno prima. Il web in special modo, nostro cavallo di battaglia ha sancito la morte definitiva dei vecchi modelli di marketing basati sul concetto del “vendere ciò che si produce al più alto numero di persone possibili” in favore di modelli ancora non del tutto esplorati basati sul concetto del “Produrre ciò che si è capaci di vendere e venderlo solamente a chi è davvero interessato ad acquistare.” Sono approcci enormemente differenti che necessariamente spostano l’asse delle competenze su specificità anche non convenzionali.
Abbiamo deciso di alzare l’asticella non solo della qualità del nostro lavoro ma dell’integrazione dell’offerta. Sì, sto dicendo integrazione. Se gli aspetti della comunicazione sono sempre più poliedrici e complessi, anche le competenze e le capacità di offrire soluzioni e opportunità devono avere esatta rispondenza.
Ecco perchè non siamo soli ma siamo tanti eppure siamo unici e allo stesso tempo siamo professionalmente interconnessi. Per questo motivo devo ringraziare personalmente tutte le persone che compongono il nostro magnifico team di lavoro perchè sono loro che stanno dando un senso nuovo ad un progetto di web-agency nata nel 2000 e oggi completamente rivoluzionato.
Ma non siamo nemmeno soli perché la complementarietà perfetta con TI-PROMOTION SA, nota agenzia di comunicazione svizzera, non è solo una dichiarazione di intenti ma una identità unica di lavoro e di presenza internazionale che ci ha permesso di aprire una nuova porta verso un futuro incredibilmente emozionante. Siamo diventati “svizzeri” grazie a Stefano Bertocchi e Stefano Bertocchi è diventato “italiano” grazie ad Andreas Voigt (che è tedesco). Questo è un vero inizio di contaminazione culturale che può solo farci bene.
Bene. Da oggi inizia un nuovo viaggio e speriamo che sia fantastico. Mettiamoci gli occhialini 3D e partiamo! Tanto lo sappiamo, noi non siamo soli!
13 03 2013
L’internazionalizzazione non è uno scherzo
Lavorare con l’estero non è semplice soprattutto perchè si sbatte il muso davanti a realtà diverse e a comportamenti, usi e costumi diversi. Quando questo si riflette sul lavoro e sulle relazioni commerciali, il gioco diventa pericoloso.
Uno degli aspetti più complicati da considerare è il modo diverso di intendere le relazioni commerciali che hanno i Paesi “nordici”, diciamo luterani e quelli del sud, più cattolici. Come ho già avuto modo di spiegare in altra sede, il rapporto d’affari “latino” è improntato sul rapporto clientelare. C’è un rapporto WIN WIN tra le parti che dice: “Io ti frego e tu mi freghi”. C’è sostanzialmente una tacita ammissione tra le parti che il rapporto non è basato sulla qualità della relazione ma sulla qualità dell’interesse delle parti. E badate bene che non c’è nulla di negativo. Se tutto è fatto alla luce del sole e c’è l’accordo tra le parti, il sistema è in equilibrio perfetto e funziona benissimo, anzi, funziona da 2500 anni, visto che è di origine latina. E’ chiaro che dinamiche di relazione di questo genere comportano impianti normativi complessi e molto articolati e può succedere, come succede infatti, che questi diventino poi uno scoglio insormontabile che allontana il cittadino dalle istituzioni, ma qui entriamo in altro argomento che non c’entra con questo. Ed è facile notare la differenza tra il diritto latino e il diritto anglosassone.
Interessante è anche la relazione commerciale “nordica” o anglosassone. Il rapporto WIN WIN non è basato sulla qualità dell’interesse delle parti ma sulla qualità della relazione. Passiamo quindi da un rapporto clientelare ad uno fiduciario. Anche qui, badate bene che non è affatto vero che uno sia migliore dell’altro, sia ben inteso! Nel rapporto fiduciario, l’equilibrio degli interessi tra le parti si esprime quindi nella relazione, nella partnership: si vince insieme: “io non ti frego e tu non mi freghi”. Essendo un rapporto fiduciario, si esprime al meglio quando esiste un valore di fedeltà tra le parti, indipendentemente dall’interesse. Anche qui, quando esiste un equilibrio perfetto tra le parti, il sistema funziona molto bene. Le dinamiche di relazione in questo caso portano ad avere impianti normativi molto più snelli e gestibili. Il problema sorge quando esiste un rapporto di prevalenza di forza tra le parti che porta immancabilmente ad un legame di fedeltà più che di fiducia e qui l’equilibrio si guasta.
Potete quindi immaginare lo scontro culturale che immancabilmente si crea, quando questi due modi di concepire le relazioni commerciali entrano in contatto. Totale caos e disordine. Da una parte, il partner anglosassone concepisce la controparte latina magari in un rapporto di fedeltà a lui più che di fiducia e dall’altra la controparte latina si relaziona con il partner anglosassone con le basi della propria cultura del “io ti frego perchè so che tu mi freghi”. Potete immaginare gli scontri, le gelosie, i rapporti difficoltosi, le battaglie, le arrabbiature degli uni e degli altri.
Mi rendo conto che è difficile ma se non si entra in queste dinamiche sarà sempre complicato fare affari fuori dal proprio giardino. E questo, vale per gli anglosassoni come per i latini o gli arabi, i cinesi e via dicendo. I processi di internazionalizzazione non sono solo azioni commerciali in lingua straniera; purtroppo ci si sofferma sempre a quest’ultimo aspetto mentre credo siano altrettanto importanti se non di più, gli aspetti culturali, gli usi e i costumi di un Paese diverso dal proprio dove si vuole costruire il proprio business.
Ad esempio, la Svizzera per me è un Paese affascinante da questo punto di vista. Punto di incontro tra diverse culture ma con un impianto normativo decisamente luterano-calvinista-anglosassone, ha nei propri confini una buona fetta di persone che ragionano e si comportano secondo mentalità e cultura latina. In questi casi devo riconoscere che un po’ di lungimiranza e di savoir faire all’italiana non guastano! Prendere di petto lo svizzero-latino che ti frega mentre tu pensavi che alla base ci fosse un rapporto fiduciario trasparente, non serve a nulla. Sei in torto tu che prendi di petto la questione, è in torto la controparte che ti ha “fregato”.
Occorre umiltà da una parte e dialogo. La verità è sempre la cosa migliore per dirimere certe questioni. Internazionalizzare sì ma con rispetto. Pensare di comportarsi all’Italiana in Svizzera o in Svezia diventa un suicidio a tutti gli effetti.
11 10 2012
L’origine del male 2
A ritroso rispetto all’articolo precedente e cioè L’origine del male, vorrei esporvi il perchè oggi, siamo al punto in cui siamo, perché oggi il sistema delle corruttele, delle relazioni clientelari tra Amministrazione Pubblica e mondo privato e del mondo politico tutto, senza esclusione di nessuno, è diventato sistema principale di governo della cosa pubblica. Preparatevi perché sarà un articolo lungo. Spero di riuscire a dargli la giusta fluidità di lettura, per non annoiarvi.
Per dare una spiegazione precisa occorre che faccia diversi passi indietro nella storia. Qualcuno dirà: “Ahhh! Che noia!!!”. Invece no, è interessante. Farò anche un confronto storico tra due Stati, quello italiano e quello tedesco (non perché penso che quello tedesco sia migliore) perchè fare confronti aiuta a spiegare meglio le cause.
Allora, storicamente parlando dove ha origine la corruzione in Italia?
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Dobbiamo tornare indietro di più di tre secoli, precisamente al 1713, con la guerra di successione spagnola, quando il Regno di Sardegna, passò sotto il dominio degli Asburgo che a sua volta lo cedette al Duca di Savoia Vittorio Amedeo II, in cambio del Regno di Sicilia che era sotto il dominio degli spagnoli. Non sto a parlarvi della guerra di successione spagnola perchè usciremmo dal tema dell’articolo però vi invito caldamente ad approfondire, è molto interessante.
Di fatto il Duca Vittorio Amedeo II viene eletto Re, precisamente Re di Sardegna (con Cagliari Capitale che rimane tale fino alla costituzione del Regno d’Italia, insieme a Torino, per qualche mese prima del trasloco a Firenze) ed entra di diritto nella comunità degli Stati e dei Regni. Da Ducato a Regno, nel complicato e intricato gioco delle alleanze, della diplomazia internazionale e dei rapporti di potere, cambia parecchio. Il Regno di Sardegna però, rimarrà un Paese sostanzialmente povero, politicamente e militarmente piuttosto insignificante se non in un quadro geopolitico molto localizzato. Napoleone, con la calata in Italia farà fettine del Regno di Sardegna, staccando il Piemonte e il nord ovest dell’Italia dall’Isola che riesce a rimanere indipendente.
Stessa sorte è toccata alla Prussia. Con la fine della Guerra di Successione Spagnola, il duca di Prussia Federico III viene elevato al rango di Re di Prussia con il titolo di Federico I Re di Prussia (scelta che non fu fatta invece da Vitorio Emanuele II che non volle accettare di diventare Vittorio Emanuele I Re d’Italia). Il Regno di Prussia facente parte del Sacro Romano Impero Germanico (segnatevelo perchè è un dato importantissimo) non poteva giuridicamente esistere, solo al Regno di Boemia era permesso, tutti gli altri erano Principati (i famosi Principi Elettori, dell’Imperatore).
Ad ogni modo Federico accettò che la Prussia fosse sottoposta al rapporto feudale con l’imperatore del Sacro Romano Impero pur mantenendone la piena sovranità de facto. Il titolo di “Re inPrussia” (Rex in Prussia) venne adottato per definire i monarchi prussiani in quanto la Prussia continuava appunto ad essere parte dell’Impero. Il titolo non venne variato in quello di “Re di Prussia” (Rex Prussiae) sino al 1772
La Prussia, a differenza dell’Italia non rimane un piccolo Regno insignificante e provinciale. Sotto il martello del “Re Sergente” Federico Guglielmo II il Regno di Prussia acquista una potenza militare e organizzativa che non ha eguali in Europa. La macchina militare, ma soprattutto organizzativa sarà poi tristemente famosa nei secoli successivi. Ma teniamo fermo il fatto che si tratta anche di macchina ORGANIZZATIVA DELLO STATO, non solo militare. Federico Guglielmo, dopo la morte del primo Re di Prussia, riorganizzò lo Stato Prussiano secondo modelli moderni, prendendo il meglio che aveva imparato dai suoi viaggi in Europa e applicando i modelli con estrema durezza e fermezza ad un popolo non certo ordinatissimo.
A differenza dei Savoia, la casa regnante Prussiana, gli Hohenzollern, si preoccupò di far entrare la Prussia in un processo di rinnovamento enorme, anche culturale. Sotto il regno di Federico II detto il Grande, la Prussia diventò dopo la Francia un vero centro culturale Europeo e Berlino una capitale degna del suo nome e non una baraccopoli militare fangosa e malata.
Tutto questo, fino all’arrivo della Rivoluzione Francese e di quel ciclone incredibile che fu Napoleone Bonaparte.
Napoleone spazzò via l’Europa, ridisegnò le mappe geografiche, travolse tutto e tutti ma alla fine venne sconfitto definitivamente a Waterloo dalle forze alleate inglesi, austriache, russe e appunto prussiane. La Prussia, si sedette assieme ai vincitori al Congresso di Vienna come nuova potenza politica, militare ed economica, badate bene, economica e acquistò un importante territorio, il Niedersachsen (la Bassa Sassonia) ricca di carbone e ferro che serviva per il processo di industrializzazione del Regno prussiano.
Tornando al Regno di Sardegna e dei Savoia, nel 1848 Carlo Alberto di Savoia firmò lo Statuto Albertino (altro punto fondamentale) e forte dell’allenaza con la Francia, partì con la prima Guerra di indipendenza che poi si risolse in un quasi nulla di fatto dal punto di vista militare e geopolitico. L’alleanza con la Francia imperiale di Napoleone III era fondamentale in quanto il regno dei Savoia non aveva l’organizzazione militare/bellica ed economica per portare avanti le proprie mire espansionistiche sulla penisola italiana che nel frattempo pullulava di moti rivoluzionari. Anche l’organizzazione sociale e amministrativa era quella di un Paese provinciale, piccolo, sì ben amministrato ma ripeto appunto, provinciale. La penisola italiana poi, come sappiamo, era suddivista in una miriade di stati sovrani, di ducati, principati, litigiosi tra loro, con infinite barriere, infinite dogane.
Per contro, gli Stati Tedeschi o meglio i Principati Tedeschi, adottarono nel 1834 lo Zollverein, cioè l’unione doganale, quando in Italia ancora si stava uscendo dai moti del 1830. Lo Zollverein non fu creato per puro spirito politico e romantico ma nacque dall’esigenza di dare sviluppo al processo di industrializzazione di tutta la regione o “Confederazione Tedesca” che portò poi allo scontro militare la Prussia con l’impero asburgico nel 1866 (vittoria schiacciante della Prussia nella battaglia di Sadowa grazie ai nuovi armamenti, all’organizzazione militare, logistica e industriale) che è la data della 3a Guerra di Indipendenza Italiana che a sua volta contribuì a far acquistare al Regno d’Italia il Veneto e parte del Friuli. (rimaneva fuori lo Stato della Chiesa).
Poi la Prussia, con la guerra Franco-Prussiana del 1870 che costò ai francesi una amara e solenne sconfitta a Sedan, riunì tutti i principati tedeschi, sotto la corona degli Hohenzollern portando nel nuovo Stato tutta la sua macchina militare, organizzativa e la sua struttura di Stato Moderno. L’artefice di tutto questo fu il cancelliere Otto Von Bismarck, l’alter ego di Camillo Benso di Cavour.
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Sempre nel 1870 l’Italia annetteva lo Stato della Chiesa ai territori del Regno, non più difeso dalle truppe francesi sconfitte peraltro nella guerra Franco Prussiana e quindi “distratte” da altri problemi molto più seri (la nascita della Comune di Parigi del 1871 ecc…).
Potete quindi già da qui notare le differenze. Ora mi chiederete davvero, ma che cavolo c’entra tutto questo con l’origine della corruzione? Purtroppo dovevo fare questa lunghissima premessa per spiegare la questione. Adesso arrivo al sodo.
Da una parte, un piccolo Regno, provinciale, arretrato nonostante i tentativi di modernizzazione iniziati sotto il Cavour, che riunisce l’Italia grazie ad alleanze strategiche con Paesi più forti militarmente. Impone col ferro e col fuoco agli Stati assoggettati o quelli entrati nel Regno con i famosi Suffragi Universali (che furono delle vere truffe) il proprio modello provinciale totalmente incapace di assorbire e cambiare altri modelli organizzativi. Ad esempio, le differenze tra Piemonte e Regno di Napoli erano enormi. Torino era una città provincialissima, Napoli una capitale mondiale, ricchissima. La scelta di piemontesizzare tutti gli apparati burocratici fu però solo apparente. In realtà si stratificò l’apparato piemontese e quelli pre-esistenti creando un primo nucleo di interessi e relazioni che non avevano nulla di etico e di civile. Si centralizzò l’amministrazione di un Paese poverissimo con un sistema provinciale, incapace di assurgere a vero modello organizzativo e per ovviare ai problemi che nascevano si permise di mantenere inalterati i centri di potere, i centri decisionali e le relazioni pre-esistenti. Così, l’amministrazione della giustizia, del denaro pubblico, delle infrastrutture, dell’esercito e degli apparati militari si stratificò su quella pre-esistente, provocando caos amministrativo e giuridico che esiste ancora oggi in Italia.
La Prussia invece riuscì nell’opposto perchè con lo Zollverein, tutti gli Stati assunsero lo stesso modello organizzativo e amministrativo. Con l’arrivo dell’unione politica, il gioco era fatto. In Italia questo non accadde. Ecco la differenza. A quel punto, le imprese private che dovevano dare slancio al primo processo di industrializzazione, per poter operare dovevano scendere a patti con l’amministrazione pubblica. Ma quale? Quella piemontese o quella locale? Tutte e due, purtroppo.
E scese a patti talmente bene che il divario Nord/Sud divenne un problema nazionale. Lo è ancora oggi.
Ma la stratificazione dei centri di potere non finisce qui. Con l’arrivo del fascismo ci fu la seconda stratificazione. Il potere fascista non smantellò il pre-esistente e non creò di fatto un nuovo modello organizzativo e amministrativo dello Stato. Anche qui, l’amministrazione della giustizia, del denaro pubblico e della cosa pubblica in linea generale, a livello locale rimase in mano sempre agli stessi centri di potere. Iniziò qui di fatto l’invulnerabilità dell’apparato dello Stato. lo Stato divenne Stato di sé stesso e si divise dai propri cittadini. Le connivenze tra imprese e Pubblica Amministrazione ora venivano regolate e gestite dai facilitatori, veri burocrati dello Stato, che lavoravano per interessi di parte e non per l’interesse comune.
Anche qui un parallelo con la Germania. Nacque il Terzo Reich, nel 1933, 11 anni più tardi del fascismo in Italia. Il potere Nazista non solo spazzò via tutto ciò che esisteva prima della salita al potere in termini di amministrazione e organizzazione ma spazzò via una intera classe dirigente sia politica che amministrativa e divenne l’interlocutore unico con il mondo industriale. Durò poco ma fu devastante e lo sappiamo.
Finita la Guerra Mondiale, finito il Fascismo, in Italia arrivò la Repubblica. La Costituzione Italiana fu la prosecuzione dello Statuto Albertino e tutto l’apparato burocratico e amministrativo fascista e prefascista rimase intatto. Prefetti, giudici, amministratori locali rimasero tutti al loro posto. Gli Alleati, forza occupante non smantellarono nulla e lo Stato Italiano proseguì sulla strada devastante iniziata dai piemontesi. Basta ricordare il piemontese Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, giudice militare fascista che mandò a morte alcuni dissidenti politici durante il fascismo e poi si trasformò in giudice durante la Repubblica condannando esponenti fascisti. Non cambiò nulla, anzi, peggiorò. Peggiorò la situazione del Meridione, peggiorarono le connivenze politiche, gli intrallazzi tra potere amministrativo, massoneria, potere giudiziario e imprese.
La Germania sconfitta, venne letteralmente spazzata via. Niente di quello che il nazismo aveva lasciato venne salvato. La denazificazione fu irreversibile e profonda. Sotto il controllo degli Alleati nacque la Germania di Adenauer, sempre secondo un modello organizzativo e amministrativo prussiano ma sotto l’egida e il controllo dell’ONU e del mercato. Oggi il modello capitalistico renano è ancora uno dei pochi modelli che funzionano.
Aggiungo una postilla: la stratificazione degli interessi e dei centri di potere “particolari” in Italia fu multipla. Quando il Regno d’Italia annesse lo Stato della Chiesa con tutto il suo apparato amministrativo, giuridico e organizzativo, portando la Capitale a Roma non fece altro che assorbire ciò che c’era, non lo cancellò. In fin dei conti al Quirinale, dopo il Papa, arrivò un Duca o Piccolo Re e dopo di esso, un Presidente della Repubblica. Il Palazzo è sempre quello e chi lo frequenta oggi sono i figli dei figli di coloro che lo frequentavano 150 anni fa.
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07 10 2012
L’origine del male.
E’ ormai di attualità la discussione a tutti i livelli su quello che dovrebbe essere un modello di democrazia eticamente accettabile, non corrotto o corruttibile, che protegga la vita dei cittadini da ingerenze “patogene” che devastano letteralmente il vivere sociale e le relazioni tra cittadini ed istituzioni.
Parliamo spesso di meritocrazia o di rapporto meritocratico tra chi offre una prestazione e chi la paga, che sia tra privati o istituzioni pubbliche. Parliamo spesso di esigenze di controllo, di campi applicativi giuridici e di etica e morale. Ma da dove ha origine questo male? Da dove arriva la corruzione?
Esistono varie forme di corruzione. una di quelle più evidenti ma stranamente meno pericolose sono quelle che riguardano la politica. E’ vero, vedere un consigliere regionale disporre di denaro pubblico quasi senza limiti, per proprio uso personale e senza controllo di nessuno, è senz’altro un fenomeno scandaloso, devastante ai fini dell’esempio che un esponente politico dovrebbe dare ai suoi elettori e ai cittadini in genere, ma di fatto questo fenomeno, purtroppo diffuso, è distinguibileall’interno di un processo corruttivo ben più pesante, sistemico e preoccupante.
Il vero fiore del male, lì dove l’applicazione delle metodologie corruttive è preponderante e devastante è nel rapporto tra impresa e comunità, tra impresa e istituzione o amministrazione pubblica. Qui vanno identificati i rapporti anormali, amorali e non etici e combattutti con estrema severità e velocità, altrimenti, come purtroppo è successo in Italia, il metodo diventa sistemico e sistematico a tutti i livelli.
Tre sono gli attori in scena, l’Amministrazione Pubblica, il facilitatore e l’impresa. E’ un menage a trois pericolosissimo se non viene regolato e controllato e spiego il perchè.
Quando un’impresa vince una gara d’appalto grazie all’ingerenza di un facilitatore (lobbista) e ad un vero atto corruttivo nei confronti dell’Amministrazione Pubblica, mette in atto un vero processo di rapporto feudale tra gli attori interessati. Per una questione evidente di illegalità procedurale, si finisce per creare dei precedenti occulti o ben occultati che deviano totalmente dal concetto di trasparenza e sfuggono così al controllo del cittadino e del legislatore che per conto del cittadino presiede e tutela il potere di controllo. Nel momento in cui si instaura questo legame feudale, la collusione tra gli attori diventa indissolubile e vincolante nel tempo. Se è l’impresa a corrompere, l’Amministrazione Pubblica diventa oggetto di ricatto, se è l’Amministrazione Pubblica a pretendere il rapporto occulto, è l’impresa a diventare ricattabile. In mezzo, il facilitatore rimane nell’ombra e si muove dietro le quinte del potere, spesso protetto dall’omertà di partito o peggio dall’omertà istituzionale (i famosi burocrati di alto livello, i direttori generali dei ministeri ecc…). In questo modo, il sistema corruttivo diventa completamente impermeabile al tempo e al cambio degli attori. Cambiano cioè le imprese, cambia il personale della Pubblica Amministratore ma il facilitatore riesce a mantentere inalterato il metodo, e le relazioni mafiogene. In questo modo il decisore politico, non deve preoccuparsi del metodo e meno ancora del risultato ma solo della propria linea politica e della gestione del consenso elettorale.
E’ facilmente comprensibile ai più che questo è devastante. Il danno in una situazione del genere è di proprozioni enormi.
In primo luogo, muore il merito. Vince chi ha liquidità “nascosta” o potere coercitivo politico, magari attraverso le relazioni con i facilitatori. Questo comporta la creazione di uno spazio operativo limitato solo a coloro che vengono “accettati” dal sistema perché fidelizzati e normalizzati ad esso. Una sorta di “cupola” economica che riunisce imprese ed esponenti della Pubblica Amministrazione. Il risultato è una invalicabile barriera d’ingresso per chi, dando valore al proprio merito, non vuole inchinarsi al sistema. Lo vediamo anche nel modo in cui le lobbies oggi controllano attraverso i “patti di sindacato” le più importanti imprese italiane. Puoi avere la maggioranza delle azioni di una azienda ma se non entri nel patto di sindacato, non controlli nulla. Vale per la RCS, le Generali e così via e vale ovviamente anche per la Pubblica Amministrazione. La grande fetta della torta degli appalti pubblici se la mangiano sempre i soliti noti.
E così lievita la Spesa Pubblica. Non è perché ci sono più malati di 20 anni fa che la Spesa Pubblica è lievitata del 164%. Sprechi, malagestione, mancanza di controllo sui bilanci, dipendono molto dal sistema. E’ la conseguenza di una gestione malavitosa della cosa pubblica attraverso fenomeni e metodologie corruttive e collusive tra gli attori in gioco. Stiamo letteralmente affogando nella corruzione. Non è la crisi mondiale che ci distrugge ma la crisi interna.
Quando i firmatari della lettera di Confindustria al Governo Berlusconi chiedevano la derubricazione del reato di “falso in bilancio” sapevano bene cosa stavano facendo. I firmatari, tutti grandi imprenditori sapevano che il reato di falso in bilancio, definito reato sentinella, poteva minare l’operatività delle imprese costrette volenti o nolenti ad accettare di giocare a quel tavolo. Corrompere significa distrarre denaro dal conto economico per “ungere” il potere e il decisore. Ma per distrarre importanti ricchezze dai conti economici di una impresa occorre poter contare su una normativa molto leggera se non quasi fasulla, sui reati sentinella, tra cui il falso in bilancio.
Questo sistema diventa megalomane. E’ pericoloso perchè è sempre crescente. L’unico modo per combatterlo è dare credibilità e potere agli organi di controllo, ridefinire le regole legislative in termini pesantemente punitivi anche retroattivamente, altrimenti tutto diventa inutile. Occorre anche far sì che gli attori possano interagire solo in modo pubblico e formale, con regole semplici e precise facilmente controllabili. Ecco che metodologie di Open Government e Open Data diventano strumento di incredibile controllo. L’Italia purtroppo si muove entro gli ambiti del potere feudale tra imprese e Amministrazione Pubblica non da ieri, non da 20 anni e nemmeno da 40. Bensì dagli albori, dalla costituzione del Regno d’Italia. Oggi, siamo alla resa dei conti, forse. Ma se non cominciamo a mettere le mani in questo ginepraio, non ne usciremo mai più e saremo destinati a scomparire dalle cartine geografiche in termini di peso economico.
Il nostro giardino non ha più erba nemmeno per i corruttori ed è per questo che c’è tutto questo strano fermento politico che spinge sui temi della morale e dell’etica pubblica. Ma è inutile lavare le mutande se poi il sedere è sempre sporco.
19 05 2012
L’inganno delle reti di impresa
Davide Martignani di Augea srl, mi ha mandato questo articolo interessante e ho pensato di condividerlo immediatamente con voi.
Fumo negli occhi degli imprenditori
Non credo esista alcun imprenditore, manager, dirigente impegnato in una piccola impresa che non si sia dovuto confrontare negli ultimi mesi con l’ipotesi di aderire ad una rete di impresa. Praticamente ogni giorno qualcuno si fa avanti con questa proposta, sottopone questa modalita’ di operare come se questa fosse la panacea di tutti i mali, e quando puntualmente manifesto la mia diffidenza verso questo strumento, come minimo sul viso del mio interlocutore appare una espressione mista di stupore, disprezzo, disgusto, supponenza. Sembra quasi che come nei fumetti appaia sopra la sua testa la frase: “Ma come, davvero tu non credi a questa meraviglia, non ti rendi conto che sei praticamente l’unico imprenditore del mondo che non ha capito che con il contratto di rete si cresce, si fanno affari, si compete sul mercato globale ed inoltre si ottengono finanziamenti “facili” dallo stato?”
Ogni volta ho l’impressione che il mio interlocutore stenti a credere che qualcuno metta in discussione la bontà della proposta. Beh io voglio chiarire il mio pensiero enunciandolo con voce stentorea: A MIO MODESTO PARERE, LE RETI DI IMPRESA SONO UNO STRUMENTO INEFFICACE E SOPRATTUTTO UN INGANNO. E visto che non mi piace fare affermazioni gratuite, passo a elencare le motivazioni di questo mio giudizio negativo. Se a qualcuno interessa approfondire il tema, questo link mi pare esaustivo (link 2)
Prima bugia: FARE RETE SIGNIFICA COMPETERE nei mercati in cui la singola impresa è inefficace.
Posso anche ammettere che in alcuni limitatissimi settori (mi pare soprattutto quelli legati all’export) le micro-dimensioni delle imprese italiane siano poco convincenti e non riescano a fare la massa critica necessaria per essere vincenti ed efficaci. Ma ritengo anche che moltissime piccole e micro imprese abbiano la loro ragione d’essere proprio nelle caratteristiche implicite dell’essere piccole: sono snelle, veloci, specializzate, di nicchia, molto spesso guidate da persone che lavorano più per passione che per stretto interesse economico e per questo disponibili a sacrificarsi. E inoltre mi pare che laddove il mercato di riferimento o il business stesso rendano convenienti le aggregazioni, gli imprenditori procedano direttamente con accordi commerciali o anche con operazioni societarie senza passare per altri strumenti. E quando le aggregazioni sono richieste per la partecipazione alle gare d’appalto pubbliche lo strumento è già disponibile senza inventarne altri ed è la Associazione Temporanea di Imprese. Quindi in sostanza non mi pare che il contratto di rete in tal senso offra particolari vantaggi alle imprese che ne fanno parte (che – va detto – conservano comunque la loro personalità ed indipendenza giuridica).
Seconda bugia: CI SONO FORTI VANTAGGI FISCALI
Il vizio di sbandierare poderosi provvedimenti a sostegno delle imprese (o delle famiglie, o delle fasce sociali deboli e l’elenco potrebbe continuare), che alla prova dei fatti si rivelano privi di efficacia o – come in questo caso di contenuti e soprattutto DI FONDI – è una prerogativa di quasi tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, non esente questo ultimo. Non so quanti sono a conoscere il meccanismo di incentivazione studiato dal Legislatore (e a pioggia anche delle regioni, di sicuro dell’Emilia Romagna): costituire una Rete di Imprese consente alle aziende aderenti un regime di sospensione dell’imposta dovuta (IRES) sulla quota di utili che viene accantonata in un apposito fondo patrimoniale a beneficio degli investimenti necessari per realizzare il piano o il progetto che sta alla base della costituzione della rete stessa. Quindi in sostanza lo Stato rinuncia a incassare le imposte su una parte degli utili (utili?????? Utili in questi anni?????) che l’azienda investirà per realizzare quanto previsto dal contratto di rete. Al momento la regola vale per gli anni 2010, 2011, 2012 e io mi chiedo: ma di che utili stiamo parlando? Parlare di detassare gli utili in questi anni secondo me è come regalare i climatizzatori agli abitanti della Groenlandia, oppure le stufe alle tribù del Mali!! E ancora, quanti fondi ci sono a disposizione? Un sacco di soldi: 20 milioni di euro per il primo anno e 14 milioni di euro per ciascuno degli altri anni, per tutti i contratti di impresa su tutto il territorio italiano! A me pare poco più che una elemosina, tanto è vero che per il 2010 è già scattato il calcolo del riparto. Quindi, il Legislatore si è fatto bello con quattro soldi, e con buona pace delle micro e piccole imprese che in questi 3 anni gli utili li vedranno col binocolo, considerato lo scenario economico attuale.
Cui prodest? (A chi giova?)
Il furbo Andreotti è molto ricordato per la frase che “a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca!”. Beh, io penso male, malissimo di questa cosa e penso anche di avere individuato chi trae vantaggio da questa situazione. Sono i soggetti che ho citato nella frase di apertura di questo post. I consulenti, ancora loro, i mitici consulenti. Quei signori che vengono a casa vostra sotto le sembianze di: consulenti d’impresa, strateghi di finanza pubblica agevolata, rappresentanti di associazioni di categoria, mediatori ed affaristi vari. Tutti lorsignori (almeno quelli che ho avuto il piacere di incontrare io, salvo rare eccezioni) mi hanno spiegato che – dietro un modestissimo compenso – sarebbero stati felici di prodigarsi per aiutare la mia azienda ad accedere ad un contratto di rete, di occuparsi di tutta la burocrazia necessaria, di mettere una buona parola presso l’organismo che si occupa della asseverazione del contratto (volete sapere chi sono questi organismi abilitati? Toglietevi una curiosità, fate un giro su questo link (vedi link 1 qua sotto), e vedrete che in sostanza, chi vi propone il contratto in realtà è direttamente connesso con chi vi rilascerà l’agognata asseverazione, e ditemi se non vi viene in mente il conflitto di interesse…….. sembra la storia di quando le banche negano gli affidamenti e spediscono la gente a chiedere alla Finanziaria tal dei tali, facente parte dello stesso gruppo creditizio…..). Esponendo le mie perplessità circa il fatto che per pensare ad un contratto di rete occorre anche avere un progetto, un obiettivo comune, una potenziale sinergia con imprese simili alla mia, tutti loro mi hanno rassicurato (sempre beninteso molto disinteressatamente) più o meno con queste parole: “Non si preoccupi, che problema c’è, troviamo altre 2 imprese interessate alla stessa agevolazione, non importa cosa fanno, se non sono del suo settore, della sua filiera, qualche cosa inventeremo, tanto poi non è che nessuno sia in grado di valutare bene se il progetto è realmente utile oppure no: l’importante è ottenere l’asseverazione su una cosa un po’ vaga (naturalmente mi occupo io della cosa, sempre dietro modestissimo compenso), tipo l’innovazione dei processi amministrativi (io rimango un po’ basito per la sfrontatezza, ma – paziente – ascolto) e poi basta farsi fare le fatture con diciture più o meno attinenti il tema e il gioco è fatto”.
Di solito gli incontri con questi signori finiscono qua. Il mio stomaco è un po’ in subbuglio, il mio sdegno e il mio disprezzo per questi comportamenti sono alle stelle, la mia rabbia sale. E l’Italia – secondo me – sta un po’ peggio…..
Beh, con un certo disgusto devo commentare: “CHAPEAU alla faccia tosta!” Con tanti saluti all’etica, all’onestà intellettuale, al rispetto delle regole.
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