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andreas-piccoloIo come molti di voi, che sono ignorante, non sono un economista e non distinguo bene la differenza tra keynesiani e monetaristi mi son sempre soffermato su dati macroeconomici di comprensione chiara. Il PIL, il deficit rispetto al PIL, il debito pubblico, i dati sulla disoccupazione ecc… Quelli poi, del resto, che i giornali e i telegiornali ti piantano sul grugno ogni giorno come se tutta la nostra esistenza dovesse ruotare solo intorno a questo. Poi, se devi telefonare ad un amico che sta male, beh, quello è meno importante.

Un dato preoccupante però viene citato pochissimo ed è quello che più di ogni altra cosa lascia capire come in verità siamo messi. Badate bene che non vale solo per l’Italia ma per l’intera area UE ed EURO ed è il dato sull’indebitamento privato. L’Italia è sempre stata virtuosa su questo, anche nei confronti di quei Paesi che sembravano lindi e immacolati sul fronte del debito pubblico, vedi Francia e Germania. Vero niente. SIAMO TUTTI SEPOLTI SOTTO UNA MONTAGNA PAZZESCA DI DEBITI, dove il debito pubblico, è un dato quasi secondario.

Le famiglie italiane erano le più “risparmiose”, quelle che grazie anche alla forte evasione fiscale, erano riuscite a garantire ai propri membri familiari e ai propri figli una esistenza tutto sommato tranquilla e anche di speranza. L’Italia in 10 anni da Paese più virtuoso sul dato macroeconomico del debito privato, è diventato il secondo peggiore dopo la Francia mentre la Germania si è mantenuta o anzi è scesa al 160% circa del PIL. L’Italia è al 187% secondo i dati del 2012.

Le famiglie italiane, per finanziare la propria esistenza fanno sempre più ricorso al credito al consumo rinunciando all’indebitamento diretto con le banche anche a causa del credit crounch. E per le imprese la situazione è ancora peggiore. Sarà difficilissimo per le imprese italiane non rivedere i propri piani industriali per i prossimi anni con una contrazione così forte del mercato interno e sempre per loro sarà ancora più difficile accedere al credito “istituzionale” per finanziare il “giro finanziario” e pagare le imposte dovute.

Tutta l’Europa ha una economia virtuale, tenuta insieme da una montagna incredibile di debiti e da una moneta unica che scricchiola e non tiene conto delle diversità, delle specificità dei singoli Paesi e delle diverse sfumature economiche che sono alla base di ogni singolo membro dell’area Euro. Però, piccola nota polemica, ci si impunta a normare, con regole precise, ciò che è banana da ciò che non lo è a seconda della curvatura più o meno accentuata del frutto in esame.

Ci stiamo stritolando a vicenda. La salute di uno corrisponde alla morte dell’altro. E’ terrificante. Mentre intorno all’Europa spingono Paesi che non sono più nemmeno in via di sviluppo, con risorse primarie enormi, ritmi di crescita doppi o tripli rispetto all’area Euro, con una demografia che garantirà stabilità e ricchezza per almeno 5-6 generazioni a venire.

Allora mi chiedo che cosa fa la politica oggi? Non solo quella nostrana che a mio avviso è talmente ridicola da non meritare menzione in questo post, ma parlo di quella europea! Nulla! Si accapiglia su cose che oggi, non hanno più nessun valore aggiunto. Quando Tony Blair criticava la Francia con le sue politiche protezionistiche della propria lobby agricola, aveva ragione! Non vi è futuro, non vi è sviluppo se continuiamo a pensare che il mondo è quello di 50-100 anni fa. Da colonizzatori stiamo per diventare colonizzati ad una velocità impressionante. Guardate la Spagna, che per uscire dalla crisi chiama a raccolta gli investitori stranieri deregolando il proprio welfare secondo dettami che con il principio del capitalismo sociale non hanno nulla a che fare.

Ma non è nemmeno salvaguardando “le conquiste sociali dei nostri nonni” che possiamo pensare di raccogliere la sfida della globalizzazione. Quello che occorre fare è dare la possibilità e gli strumenti culturali alle giovani generazioni per costruirsi da sé una ipotesi di futuro anche totalmente sganciata dalla nostra realtà. Noi ormai, siamo carne morta, ci hanno ucciso 40 anni di pressapochismo, intolleranza generazionale e immobilismo sociale. Ma se non cominciamo a capire che se hai una montagna di debiti, tu HAI UN PROBLEMA, non avremo mai la capacità di governare il presente per iniziare a parlare di futuro. Occorre uno shock radicale, di quelli che fanno male, che ruotano o cambiano l’asse della terra altrimenti qui si muore. L’Occidente, così come lo conosciamo, sarà fagocitato in pochi decenni, Germania compresa. Saremo così vecchi e bavosi da non avere la forza nemmeno di sparare cazzate.

andreas2Certo che quando in Parlamento siedono tecnocrati e politici senza arte né parte, ne escono di belle. Le ultime sulla “google-tax” o “web-tax” hanno del beffardo.

Se vuoi vendere servizi o prodotti online o con sistemi di commercio elettronico in Italia, DEVI avere una partita IVA italiana. Questa cosa ha dell’incredibile. Si vuole mettere la museruola a Google o a Facebook impedendo a questi di dirottare i loro utili generati “in Italia”, fuori dai confini italici. Come se il web potesse avere limitazioni geopolitiche. Oddio, certo, si può, ma ha senso?

Se io ad esempio vendo, che ne so, logotipi e lo faccio via e-commerce e la mia attività è in Germania. Nulla impedisce, giacchè sono online, che un italiano acquisti dalla mia piattaforma di e-commerce un mio prodotto. Significa che devo aprire una partita IVA in Italia per cedere il bene acquistato?

Francesco Boccia ed Edoardo Fanucci, PD, autori del decreto assurdo, si difendono dicendosi esterrefatti.  ”Siamo subalterni ai colossi americani del mondo internet”. Ancora una volta si cerca di distruggere l’altro piuttosto che imparare e fare meglio.

A me non resta che citare l’articolo di Wired di oggi:

Venerdì sera l’annunciola Web tax è stata approvata in commissione Bilancio della Camera. Nelle ultime ore le reazioni, fra le quali quella, molto attesa, di Matteo Renzi. Il neo segretario del Partito democratico ha bocciato senza mezzi termini la settimana di fuoco della Rete, fra regolamento Agcom, emendamento per tassare le Web company, aumento dell’equo compenso dovuto alla Siae sui dispositivi elettronici e obblighi legati all’aggregazione e all’indicizzazione delle notizie. “Siamo passati dalla nuova digitale alla nuvola nera di Fantozzi”, ha dichiarato Renzi: I temi “della Web tax vanno posti in Europa”, altrimenti “rischiamo di dare l’immagine di un paese che rifiuta l’innovazione”.

Decisa stoccata al testo firmato comunque da uno dei suoi (Edoardo Fanucci) e fortemente sostenuto da Francesco Boccia e all’emendamento di Stefania Covello è arrivata anche dalle pagine di Forbes, a firma di Tim Worstall: “L’Italia ha fatto il passo successivo verso la trasformazione della quasi certamente illegale Google tax (altro termine con cui viene definito giornalisticamente l’emendamento, nda)”. Secondo Simone Crolla, consigliere delegato dell’American Chamber of Commerce in Italy, “gli ispiratori della Web tax dovrebbero riflettere sul danno di immagine per l’Italia provocato da questo provvedimento agli occhi della comunità internazionale. […] È il tentativo di assoggettare le aziende digitali estere alle normative fiscali italiane, provocando un danno sia produttori che ai consumatori”.

Forza Italia chiede al Governo per voce, anzi per cinguettio, di Antonio Palmieri di “cancellare la norma nel maxiemendamento con cui chiederà la fiducia sulla Legge Stabilità”. L’unico intervento che potrebbe bloccarne il percorso in direzione della conversione in legge. Nel coro dei no anche il deputato del Pd Marco Meloni che ha auspicato un intervento del Parlamento: “Torni sulla decisione della commissione bilancio”.  Il presidente di Confindustria Digitale Stefano Parisi si appella al “Commissario Straordinario per l’Agenda digitale, Francesco Caio” e ritiene che si dovrebbe “fare esattamente il contrario di quanto prevede la Web tax, si doveva favorire sul piano fiscale le piattaforme europee, non penalizzare quelle Usa”. Boccia, da parte sua, non intende cedere: “Il dibattito di queste ore dimostra una preoccupante subalternità economica e culturale alle multinazionali americane del Web”.

Dalle Web company straniere, destinatarie del provvedimento in questione, nessun commento. Wired ha contattato le filiali italiane di Google e Amazon e la risposta è identica: “Sulle tasse la nostra posizione è sempre la stessa. Le paghiamo rispettando le leggi di ogni singolo paese”. Come dire, per ora, se così sarà in qualche modo ci adegueremo alla situazione. Ma non è così semplice. Ad andarci di mezzo se il testo dovesse concludere immutato il suo percorso verso la Gazzetta Ufficiale non sarebbero le casse di Mountain View, Seattle, Facebook o Twitter, ma l’intera economia digitale italiana. Vediamo, per punti, perché.

L’Europa
La Web tax ci pone in una posizione delicata nei confronti dell’Unione europea, che nel 2015 prenderà posizione sul tema. Con l’Italia al timone del semestre europeo dall’estate 2014. Il rischio concreto è quello di subire una procedura di infrazione, e annessa e connessa multa, per essere andati contro l’attuale regolamentazione comunitaria: “Le persone che esercitano attività indipendenti e i professionisti o le persone giuridiche che operano legalmente in uno Stato membro possono esercitare un’attività economica in un altro Stato membro su base stabile e continuativa od offrire e fornire i loro servizi in altri Stati membri su base temporanea pur restando nel loro paese d’origine. Ciò presuppone non soltanto l’abolizione di ogni discriminazione basata sulla nazionalità ma anche, al fine di poter veramente usufruire di tale libertà, l’adozione di misure volte a facilitarne l’esercizio, compresa l’armonizzazione delle norme nazionali di accesso o il loro riconoscimento reciproco”. Obbligare un colosso californiano con sede in Irlanda o un singolo libero professionista ad aprire sede e partita Iva in Italia per vendere pubblicità o servizi legati all’e-commerce, questo chiede la Web tax, vuol dire guardare apertamente in un’altra direzione. La matassa, da qui al prossimo anno, andrà sbrogliata a livello europeo e non frammentata tra un confine e l’altro.

Le imprese italiane
“È una botta per le imprese che fanno esportazione”, spiega a Wired Carlo Alberto Carnevale Maffé, docente della Bocconi: “Boccia dimostra dimostra di non saper distinguere un server da uno scaldabagno: tutti e due hanno la luce rossa, ma non sono la stessa cosa”. “Se chi vende pubblicità online, da Google a un sito asiatico specializzato su cui un’azienda italiana di macchinari deve acquistare uno spazio, dovesse decidere di non farlo più in Italia per non sottostare agli obblighi della Web tax, onerosi soprattutto per chi raccoglie poche decine di migliaia di euro dagli investitori del nostro paese, saremmo tagliati fuori dal flusso pubblicitario globale“. “Non solo”, prosegue Carnevale Maffé, “oltre all’impossibilità di importare pubblicità bisogna considerare il rischio di ritorsioni da parte degli altri stati, che potrebbero costringere tutte le piccole imprese italiane che esportano via e-commerce ad aprire sedi in altri paesi del mondo”. Ogni esportatore italiano potrebbe quindi doversi confrontare con la difficoltà di trovare piattaforme per acquistare pubblicità nelle zone di suo interesse ed essere obbligato a insediarsi nei paesi in cui propone il suo prodotto o servizio. “Per racimolare poche decine di milioni di euro di tasse si causerebbero danni enormi alle imprese“, afferma il docente della Bocconi.

I (pochi) soldi
La prima cifra citata da Carnevale Maffé è relativa al contributo della Web tax alle casse nostrane. Ed è ben diversa dal miliardo e mezzo di euro all’anno ipotizzato da Boccia. La variabile qual è? “Il valore aggiunto, su cui calcolare le tasse, del servizio erogato che nel caso della pubblicità online risiede nel paese d’origine (i server, gli algoritmi, le piattaforme sw, ecc, nda) e non in quello di destinazione”, spiega il docente. “In Italia ci sono diverse stime sul’introito della pubblicità digitale, si va da 700-800 milioni a poco più di un miliardo: come fa l’introito fiscale sui siti stranieri a superare il fatturato lordo dell’intero settore?”, si chiede.

L’e-commerce
Oltre a intervenire sulla vendita della pubblicità online la Web tax mette un piede anche nel commercio elettronico. Per ora gli scambi coinvolti, con il solito obbligo di presentarsi in Italia con una partita Iva tricolore, sono quelli fra aziende e soggetti in possesso di una partita Iva. Chi acquista un file musicale o un libro in Rete non ha di che preoccuparsi, per ora. Come spiega a Wired.it il giurista esperto di digitale Guido Scorza, però, “visto il principio sostenuto da Boccia è lecito aspettarsi un’estensione in quella direzione”. Per una paese in cui l’incidenza dell’e-commerce sul totale degli acquisti è ancora ferma al 3%, a fronte del 12% britannico per esempio, sarebbe una mazzata non da poco.

In conclusione, il problema non è il cosa - la delicata questione del trattamento fiscale dalle aziende che operano sul Web – ma il come - con un approccio ancora una volta grossolano alla materia – che rischia di condannarci a uno stop forzato nella già impegnativa (rin)corsa digitale.

 

Che amarezza ….

No, non parlo di connessioni e interconnessione. Parlo di persone, sì. Il mondo non sta cambiando solo il nostro modo di approcciarci alla comunicazione, di essere connessi e raggiungibili ovunque, ma sta cambiando il nostro modo di stare in vita, sì! Uno degli elementi che più cambieranno nel prossimo futuro è la nostra mobilità fisica.

Che cosa intendo?

Semplice, intendo che cambiando le circostanze economiche e lavorative, cambiando il modo anche di considerare il lavoro, la ricerca, le opportunità, tutto il sistema socio-economico cambierà di conseguenza. Un punto interessante da analizzare è la distanza dal posto di lavoro. Oggi, soprattutto in Italia, trovare il classico posto di lavoro a tempo indeterminato sotto il portone di casa è una vera chimera. Occorre essere più mobili (in questo, le infrastrutture italiane sono piuttosto deficitarie rispetto ai partners europei più avanzati) ma per essere più mobili occorre avere meno vincoli, meno impegni finanziari (casa) e meno “cose” di proprietà e poco mobili. Intendo dire che oggi, un giovane che si affaccia sul mondo del lavoro dovrà prendere in considerazione che dovrà spostarsi, probabilmente lontano e che avere sul groppone l’onere finanziario di una casa da pagare ad esempio diventa un problema. La mobilità anche all’estero, porterà un cambiamento sul tessuto socio-economico di questo Paese che inizialmente sarà devastante.

Il sistema edilizio italiano ha fatto sempre leva sul mondo finanziario e sul credito. Ma nel momento in cui le giovani generazioni, per necessità e per ricerca di opportunità di lavoro dovranno essere più mobili, per loro l’investimento nel mattone, nella casa, diventa un problema o meglio ancora, non viene nemmeno preso in considerazione. Una società mobile avrà bisogno di supporto e prodotti finanziari “mobili” più leggeri per sostenere l’eventuale impegno finanziario di una famiglia per l’acquisto di un immobile. Oggi il sistema creditizio su questo tema è letteralmente imbolsito su pratiche e visioni tipiche di una società industriale novecentesca. Ma un costruttore edile quali prospettive potrà avere in futuro se non viene seguito e supportato da un settore creditizio più lungimirante e proattivo?

Un “mobile Worker” oggi ha bisogno di flessibilità, di competenze, di cultura, di una seconda lingua almeno, di infrastrutture per il trasporto (aerei, treni in primis) sia a livello nazionale che internazionale. Se già i sistemi di telecomunicazione stanno preparandosi ai nuovi scenari socio-economici, le infrastrutture per il trasporto spesso segnano il passo. Un “mobile-worker” ha bisogno di flessibilità finanziaria che gli permetta di sopperire ai momenti di mancanza di lavoro non solo attraverso un welfare dinamico e flessibile ma anche attraverso strumenti finanziari e assicurativi su misura, ha bisogno di sistemi e metodologie abitative flessibili che non appesantiscano i suoi “bagagli” nella mobilità.

Tradotto in parole più semplici ancora: per quanto concerne l’edilizia e le necessità abitative, più affitto e a prezzi accessibili, meno acquisti. Oppure acquisti con mutui lifetime con pagamento solo degli interessi e non del conto capitale, come avviene in Svizzera, per alleggerire la quota mensile da pagare. Se non si opererà con una vera ristrutturazione del mondo creditizio in questo senso, l’edilizia abitativa, residenziale, non avrà più nessun futuro. Significa però che l’edilizia dovrà anche cominciare a ragionare non più solo in termini meramente speculativi ma anche sociali, di benessere e di dinamicità. E’ possibile che la proprietà di un immobile possa cambiare anche decine di volte nel corso di una cinquantina d’anni.

Anche il sistema dei trasporti dovrà rivedere le proprie vision aziendali. Gli operai “pendolari” saranno sempre meno e si trasformeranno più in veri e propri tecnici multi-esperti con più “datori di lavoro” e con maggiori esigenze di mobilità a medio lungo raggio, veloce, affidabile e flessibile. Il Giappone già da anni ha capito questo, investendo in sistemi e infrastrutture per garantire il massimo della mobilità alle nuove generazioni. Più professionisti e meno operai da catena di montaggio (con tutto il massimo rispetto per loro) comporterà il dover adeguare tutto i livelli di qualità delle infrastrutture di un intero sistema Paese pena il rischio di rimanere ai margini della crescita economica reale con conseguente fuga di cervelli (già l’Italia sta pagando questo dazio).

Personalmente sono dell’opinione che anche l’automobile, in un contesto mobile world avrà sempre meno peso economico. L’automobile rischia di diventare un oggetto di lusso e un bene voluttuario che quindi non deve necessariamente essere posseduto ma lo si può benissimo affittare quando è necessaria. In Germania l’acquisto dell’automobile anche da parte di privati sta perdendo terreno in modo pesante rispetto al “renting” a breve, medio e lungo periodo. Meglio affittare un’auto, con tutte le spese incluse tra imposte, targhe, assicurazioni, bolli e manutenzione piuttosto che acquistarla e accollarsi direttamente tutti gli oneri. Anche qui ovviamente una struttura creditizia flessibile e coerente col cambiamento porterà sicuri benefici al mobile worker.

Le implicazioni economiche e le opportunità che si aprono sono enormi. Nuove professioni, nuove imprese, nuove attività porteranno ad avere nuove persone. Quello che vedo, guardandomi intorno è una vera incapacità di vedere questo cambiamento che comunque arriverà e bene o male ci adatteremo tutti. Sarebbe interessante analizzare anche l’aspetto del welfare, come cambierà e quali saranno i nuovi scenari per lui in questo contesto. Io qui per il momento mi fermo a pensare. L’argomento è però sicuramente interessante.

andreas-piccoloFa bene ogni tanto scambiare qualche breve messaggio con Nicola Fabbri su Skype, soprattutto verso sera, quando gli occhietti si fanno stanchi e la mente è sgombera dai problemi risolti in giornata. Fa bene perchè si entra in una dimensione del pensiero che ti porta a guardare cos’hai davvero davanti.

Se poi tutto questo lo si sposta in un’altra stanza dove Alex ti aspetta con la birra in mano pronto a fare super-brainstorming sui perchè e i percome delle cose, ci si trova a ragionare davvero sul percorso professionale che stiamo facendo.

Certo il titolo è tutto un programma: che relazione può esistere tra una rete sociale e la propria identità espressiva? Esistono vasi comunicanti? Esistono “stanze di compensazione”?

Innanzitutto dobbiamo intenderci sul termine “identità espressiva”. Tutti noi abbiamo una identità e la esprimiamo attraverso gesti, parole, comportamenti, atti pubblici, forme di comunicazione artistiche e via dicendo. Ognuno d noi ha un “carattere” un mood, un modo di essere e di identificarsi con gli altri. Questa identità espressiva è il nostro io pubblico, quello che appare agli altri di noi, perché lo abbiamo espresso, lo abbiamo palesato agli altri. L’identità espressiva ci diversifica, ci differenzia dagli altri individui e questa differenza può avere un valore.

Le relazioni che esistono perciò tra rete sociale o social network e identità espressiva sono enormi e strettissime. Pochi immaginano che tra pochi anni, le assunzioni per un posto di lavoro verranno fatte quasi e solo esclusivamente attraverso le reti sociali analizzando l’identità espressiva del candidato. Pochi immaginano che anche le relazioni commerciali non saranno più basate solo su fredde richieste di offerte e preventivi, ordini, pagamenti e spedizioni ma avranno una fortissima componente relazionale che a sua volta si basa su “meccaniche” espressive che formano l’identità degli individui che si relazionano tra di loro.

LinkedIn è un esempio forse ancora embrionale di questo aspetto. Il tuo profilo su Linkedin, tanto interessante, variegato e completo quanto vuoi, non avrà nessun appeal se non accompagnato da una vera e propria presenza online che si articola in modo più o meno complesso e che definisce l’identità espressiva di una persona. E’ proprio come sta e sei sul web, che rende vincente o perdente il tuo curriculum online.

Aggiungiamo un elemento fondamentale a questo binomio rete sociale e identità espressiva: la memoria. Già! Proprio quella. La “rete” è diventata la nostra memoria storica. La “rete” registra tutto quello che facciamo, come ci comportiamo, cosa diciamo, come lo diciamo, a chi lo diciamo e ricorda ogni cosa. Dobbiamo essere pronti a comprendere che se da una parte riservatezza e privacy sono concetti importanti della nostra vita di tutti i giorni, dall’altra, sono elementi che possono avere davvero poco senso se, ovviamente coscienziosamente, diamo valore, peso e giudizio alla nostra identità espressiva. O sei pubblico o non lo sei, non esiste esserlo solo un pochetto.

Il social networking impone una capacità di autocoscienza non comune. E l’autocoscienza impone pensiero, anche dubitativo, a cui non siamo abituati. E’ curioso notare che il percorso di avvicinamento ad un social network fatto con consapevolezza e coscienza, impone l’uscita da quelle che io ho sempre definito gabbie mentali dorate sì ma prive di identità espressiva.

Ma allora la domanda che sorge spontanea è: ma chi non sarà presente su un social network, sarà inesistente? Underground? La risposta è sì. In futuro sarà così. Quando sarà questo futuro lo ignoro ma i segnali sono evidenti. E’ però vero che dipende anche dalle scelte. Se la scelta è consapevole e voluta, anche stare fuori può avere un significato. Ma queste sono scelte estreme, più ascrivibili ad un artista genio o a un pensatore dedito all’ascetismo in chiave moderna. Per gli altri sarà un po’ come abitare “da qualche parte” senza fissa dimora, senza un numero civico, una via o un telefono dove essere rintracciabili, certamente molto romantico ma finisce lì.

Ai miei clienti faccio fatica a spiegare tutto questo. E’ un salto culturale e mentale non facile. Lavorare sulla propria identità è come lavorare sul brand della propria impresa, non ci sono enormi differenze. Ma è anche vero che il concetto di branding è quanto di mai lontano ci sia nel mondo delle imprese soprattutto italiane manufatturiere.

Alex, a te la palla! :-)

Oggi si parla di rete, soprattutto dopo il successo del Movimento Cinque Stelle alle elezioni politiche italiane di qualche giorno fa. La rete dice, la rete fa, la rete è. Ciò che succede in rete è nuovo, è creativo, è socializzante.

La rete sembra antropomorfizzarsi come fosse un guru visionario del futuro. Ma è vero questo? Che Casaleggio & Co. abbiano individuato nella rete il luogo ideale per dare un nuovo significato alla politica e alla partecipazione, se non meglio compartecipazione della cittadinanza alla vita politica del Paese, non c’è alcun dubbio. Ma che la “rete” come espressione generica del concetto forse più corretto di “media sociale” sia davvero già ora il presente di cui abbiamo bisogno, mi lascia qualche perplessità.

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