31 03 2013
Mobile world – Il mondo mobile del futuro
No, non parlo di connessioni e interconnessione. Parlo di persone, sì. Il mondo non sta cambiando solo il nostro modo di approcciarci alla comunicazione, di essere connessi e raggiungibili ovunque, ma sta cambiando il nostro modo di stare in vita, sì! Uno degli elementi che più cambieranno nel prossimo futuro è la nostra mobilità fisica.
Che cosa intendo?
Semplice, intendo che cambiando le circostanze economiche e lavorative, cambiando il modo anche di considerare il lavoro, la ricerca, le opportunità, tutto il sistema socio-economico cambierà di conseguenza. Un punto interessante da analizzare è la distanza dal posto di lavoro. Oggi, soprattutto in Italia, trovare il classico posto di lavoro a tempo indeterminato sotto il portone di casa è una vera chimera. Occorre essere più mobili (in questo, le infrastrutture italiane sono piuttosto deficitarie rispetto ai partners europei più avanzati) ma per essere più mobili occorre avere meno vincoli, meno impegni finanziari (casa) e meno “cose” di proprietà e poco mobili. Intendo dire che oggi, un giovane che si affaccia sul mondo del lavoro dovrà prendere in considerazione che dovrà spostarsi, probabilmente lontano e che avere sul groppone l’onere finanziario di una casa da pagare ad esempio diventa un problema. La mobilità anche all’estero, porterà un cambiamento sul tessuto socio-economico di questo Paese che inizialmente sarà devastante.
Il sistema edilizio italiano ha fatto sempre leva sul mondo finanziario e sul credito. Ma nel momento in cui le giovani generazioni, per necessità e per ricerca di opportunità di lavoro dovranno essere più mobili, per loro l’investimento nel mattone, nella casa, diventa un problema o meglio ancora, non viene nemmeno preso in considerazione. Una società mobile avrà bisogno di supporto e prodotti finanziari “mobili” più leggeri per sostenere l’eventuale impegno finanziario di una famiglia per l’acquisto di un immobile. Oggi il sistema creditizio su questo tema è letteralmente imbolsito su pratiche e visioni tipiche di una società industriale novecentesca. Ma un costruttore edile quali prospettive potrà avere in futuro se non viene seguito e supportato da un settore creditizio più lungimirante e proattivo?
Un “mobile Worker” oggi ha bisogno di flessibilità, di competenze, di cultura, di una seconda lingua almeno, di infrastrutture per il trasporto (aerei, treni in primis) sia a livello nazionale che internazionale. Se già i sistemi di telecomunicazione stanno preparandosi ai nuovi scenari socio-economici, le infrastrutture per il trasporto spesso segnano il passo. Un “mobile-worker” ha bisogno di flessibilità finanziaria che gli permetta di sopperire ai momenti di mancanza di lavoro non solo attraverso un welfare dinamico e flessibile ma anche attraverso strumenti finanziari e assicurativi su misura, ha bisogno di sistemi e metodologie abitative flessibili che non appesantiscano i suoi “bagagli” nella mobilità.
Tradotto in parole più semplici ancora: per quanto concerne l’edilizia e le necessità abitative, più affitto e a prezzi accessibili, meno acquisti. Oppure acquisti con mutui lifetime con pagamento solo degli interessi e non del conto capitale, come avviene in Svizzera, per alleggerire la quota mensile da pagare. Se non si opererà con una vera ristrutturazione del mondo creditizio in questo senso, l’edilizia abitativa, residenziale, non avrà più nessun futuro. Significa però che l’edilizia dovrà anche cominciare a ragionare non più solo in termini meramente speculativi ma anche sociali, di benessere e di dinamicità. E’ possibile che la proprietà di un immobile possa cambiare anche decine di volte nel corso di una cinquantina d’anni.
Anche il sistema dei trasporti dovrà rivedere le proprie vision aziendali. Gli operai “pendolari” saranno sempre meno e si trasformeranno più in veri e propri tecnici multi-esperti con più “datori di lavoro” e con maggiori esigenze di mobilità a medio lungo raggio, veloce, affidabile e flessibile. Il Giappone già da anni ha capito questo, investendo in sistemi e infrastrutture per garantire il massimo della mobilità alle nuove generazioni. Più professionisti e meno operai da catena di montaggio (con tutto il massimo rispetto per loro) comporterà il dover adeguare tutto i livelli di qualità delle infrastrutture di un intero sistema Paese pena il rischio di rimanere ai margini della crescita economica reale con conseguente fuga di cervelli (già l’Italia sta pagando questo dazio).
Personalmente sono dell’opinione che anche l’automobile, in un contesto mobile world avrà sempre meno peso economico. L’automobile rischia di diventare un oggetto di lusso e un bene voluttuario che quindi non deve necessariamente essere posseduto ma lo si può benissimo affittare quando è necessaria. In Germania l’acquisto dell’automobile anche da parte di privati sta perdendo terreno in modo pesante rispetto al “renting” a breve, medio e lungo periodo. Meglio affittare un’auto, con tutte le spese incluse tra imposte, targhe, assicurazioni, bolli e manutenzione piuttosto che acquistarla e accollarsi direttamente tutti gli oneri. Anche qui ovviamente una struttura creditizia flessibile e coerente col cambiamento porterà sicuri benefici al mobile worker.
Le implicazioni economiche e le opportunità che si aprono sono enormi. Nuove professioni, nuove imprese, nuove attività porteranno ad avere nuove persone. Quello che vedo, guardandomi intorno è una vera incapacità di vedere questo cambiamento che comunque arriverà e bene o male ci adatteremo tutti. Sarebbe interessante analizzare anche l’aspetto del welfare, come cambierà e quali saranno i nuovi scenari per lui in questo contesto. Io qui per il momento mi fermo a pensare. L’argomento è però sicuramente interessante.
22 03 2013
Social network e identità espressiva
Fa bene ogni tanto scambiare qualche breve messaggio con Nicola Fabbri su Skype, soprattutto verso sera, quando gli occhietti si fanno stanchi e la mente è sgombera dai problemi risolti in giornata. Fa bene perchè si entra in una dimensione del pensiero che ti porta a guardare cos’hai davvero davanti.
Se poi tutto questo lo si sposta in un’altra stanza dove Alex ti aspetta con la birra in mano pronto a fare super-brainstorming sui perchè e i percome delle cose, ci si trova a ragionare davvero sul percorso professionale che stiamo facendo.
Certo il titolo è tutto un programma: che relazione può esistere tra una rete sociale e la propria identità espressiva? Esistono vasi comunicanti? Esistono “stanze di compensazione”?
Innanzitutto dobbiamo intenderci sul termine “identità espressiva”. Tutti noi abbiamo una identità e la esprimiamo attraverso gesti, parole, comportamenti, atti pubblici, forme di comunicazione artistiche e via dicendo. Ognuno d noi ha un “carattere” un mood, un modo di essere e di identificarsi con gli altri. Questa identità espressiva è il nostro io pubblico, quello che appare agli altri di noi, perché lo abbiamo espresso, lo abbiamo palesato agli altri. L’identità espressiva ci diversifica, ci differenzia dagli altri individui e questa differenza può avere un valore.
Le relazioni che esistono perciò tra rete sociale o social network e identità espressiva sono enormi e strettissime. Pochi immaginano che tra pochi anni, le assunzioni per un posto di lavoro verranno fatte quasi e solo esclusivamente attraverso le reti sociali analizzando l’identità espressiva del candidato. Pochi immaginano che anche le relazioni commerciali non saranno più basate solo su fredde richieste di offerte e preventivi, ordini, pagamenti e spedizioni ma avranno una fortissima componente relazionale che a sua volta si basa su “meccaniche” espressive che formano l’identità degli individui che si relazionano tra di loro.
LinkedIn è un esempio forse ancora embrionale di questo aspetto. Il tuo profilo su Linkedin, tanto interessante, variegato e completo quanto vuoi, non avrà nessun appeal se non accompagnato da una vera e propria presenza online che si articola in modo più o meno complesso e che definisce l’identità espressiva di una persona. E’ proprio come sta e sei sul web, che rende vincente o perdente il tuo curriculum online.
Aggiungiamo un elemento fondamentale a questo binomio rete sociale e identità espressiva: la memoria. Già! Proprio quella. La “rete” è diventata la nostra memoria storica. La “rete” registra tutto quello che facciamo, come ci comportiamo, cosa diciamo, come lo diciamo, a chi lo diciamo e ricorda ogni cosa. Dobbiamo essere pronti a comprendere che se da una parte riservatezza e privacy sono concetti importanti della nostra vita di tutti i giorni, dall’altra, sono elementi che possono avere davvero poco senso se, ovviamente coscienziosamente, diamo valore, peso e giudizio alla nostra identità espressiva. O sei pubblico o non lo sei, non esiste esserlo solo un pochetto.
Il social networking impone una capacità di autocoscienza non comune. E l’autocoscienza impone pensiero, anche dubitativo, a cui non siamo abituati. E’ curioso notare che il percorso di avvicinamento ad un social network fatto con consapevolezza e coscienza, impone l’uscita da quelle che io ho sempre definito gabbie mentali dorate sì ma prive di identità espressiva.
Ma allora la domanda che sorge spontanea è: ma chi non sarà presente su un social network, sarà inesistente? Underground? La risposta è sì. In futuro sarà così. Quando sarà questo futuro lo ignoro ma i segnali sono evidenti. E’ però vero che dipende anche dalle scelte. Se la scelta è consapevole e voluta, anche stare fuori può avere un significato. Ma queste sono scelte estreme, più ascrivibili ad un artista genio o a un pensatore dedito all’ascetismo in chiave moderna. Per gli altri sarà un po’ come abitare “da qualche parte” senza fissa dimora, senza un numero civico, una via o un telefono dove essere rintracciabili, certamente molto romantico ma finisce lì.
Ai miei clienti faccio fatica a spiegare tutto questo. E’ un salto culturale e mentale non facile. Lavorare sulla propria identità è come lavorare sul brand della propria impresa, non ci sono enormi differenze. Ma è anche vero che il concetto di branding è quanto di mai lontano ci sia nel mondo delle imprese soprattutto italiane manufatturiere.
Alex, a te la palla!
27 02 2013
La rete, la politica e Beppe Grillo
Oggi si parla di rete, soprattutto dopo il successo del Movimento Cinque Stelle alle elezioni politiche italiane di qualche giorno fa. La rete dice, la rete fa, la rete è. Ciò che succede in rete è nuovo, è creativo, è socializzante.
La rete sembra antropomorfizzarsi come fosse un guru visionario del futuro. Ma è vero questo? Che Casaleggio & Co. abbiano individuato nella rete il luogo ideale per dare un nuovo significato alla politica e alla partecipazione, se non meglio compartecipazione della cittadinanza alla vita politica del Paese, non c’è alcun dubbio. Ma che la “rete” come espressione generica del concetto forse più corretto di “media sociale” sia davvero già ora il presente di cui abbiamo bisogno, mi lascia qualche perplessità.
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11 10 2012
L’origine del male 2
A ritroso rispetto all’articolo precedente e cioè L’origine del male, vorrei esporvi il perchè oggi, siamo al punto in cui siamo, perché oggi il sistema delle corruttele, delle relazioni clientelari tra Amministrazione Pubblica e mondo privato e del mondo politico tutto, senza esclusione di nessuno, è diventato sistema principale di governo della cosa pubblica. Preparatevi perché sarà un articolo lungo. Spero di riuscire a dargli la giusta fluidità di lettura, per non annoiarvi.
Per dare una spiegazione precisa occorre che faccia diversi passi indietro nella storia. Qualcuno dirà: “Ahhh! Che noia!!!”. Invece no, è interessante. Farò anche un confronto storico tra due Stati, quello italiano e quello tedesco (non perché penso che quello tedesco sia migliore) perchè fare confronti aiuta a spiegare meglio le cause.
Allora, storicamente parlando dove ha origine la corruzione in Italia?
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Dobbiamo tornare indietro di più di tre secoli, precisamente al 1713, con la guerra di successione spagnola, quando il Regno di Sardegna, passò sotto il dominio degli Asburgo che a sua volta lo cedette al Duca di Savoia Vittorio Amedeo II, in cambio del Regno di Sicilia che era sotto il dominio degli spagnoli. Non sto a parlarvi della guerra di successione spagnola perchè usciremmo dal tema dell’articolo però vi invito caldamente ad approfondire, è molto interessante.
Di fatto il Duca Vittorio Amedeo II viene eletto Re, precisamente Re di Sardegna (con Cagliari Capitale che rimane tale fino alla costituzione del Regno d’Italia, insieme a Torino, per qualche mese prima del trasloco a Firenze) ed entra di diritto nella comunità degli Stati e dei Regni. Da Ducato a Regno, nel complicato e intricato gioco delle alleanze, della diplomazia internazionale e dei rapporti di potere, cambia parecchio. Il Regno di Sardegna però, rimarrà un Paese sostanzialmente povero, politicamente e militarmente piuttosto insignificante se non in un quadro geopolitico molto localizzato. Napoleone, con la calata in Italia farà fettine del Regno di Sardegna, staccando il Piemonte e il nord ovest dell’Italia dall’Isola che riesce a rimanere indipendente.
Stessa sorte è toccata alla Prussia. Con la fine della Guerra di Successione Spagnola, il duca di Prussia Federico III viene elevato al rango di Re di Prussia con il titolo di Federico I Re di Prussia (scelta che non fu fatta invece da Vitorio Emanuele II che non volle accettare di diventare Vittorio Emanuele I Re d’Italia). Il Regno di Prussia facente parte del Sacro Romano Impero Germanico (segnatevelo perchè è un dato importantissimo) non poteva giuridicamente esistere, solo al Regno di Boemia era permesso, tutti gli altri erano Principati (i famosi Principi Elettori, dell’Imperatore).
Ad ogni modo Federico accettò che la Prussia fosse sottoposta al rapporto feudale con l’imperatore del Sacro Romano Impero pur mantenendone la piena sovranità de facto. Il titolo di “Re inPrussia” (Rex in Prussia) venne adottato per definire i monarchi prussiani in quanto la Prussia continuava appunto ad essere parte dell’Impero. Il titolo non venne variato in quello di “Re di Prussia” (Rex Prussiae) sino al 1772
La Prussia, a differenza dell’Italia non rimane un piccolo Regno insignificante e provinciale. Sotto il martello del “Re Sergente” Federico Guglielmo II il Regno di Prussia acquista una potenza militare e organizzativa che non ha eguali in Europa. La macchina militare, ma soprattutto organizzativa sarà poi tristemente famosa nei secoli successivi. Ma teniamo fermo il fatto che si tratta anche di macchina ORGANIZZATIVA DELLO STATO, non solo militare. Federico Guglielmo, dopo la morte del primo Re di Prussia, riorganizzò lo Stato Prussiano secondo modelli moderni, prendendo il meglio che aveva imparato dai suoi viaggi in Europa e applicando i modelli con estrema durezza e fermezza ad un popolo non certo ordinatissimo.
A differenza dei Savoia, la casa regnante Prussiana, gli Hohenzollern, si preoccupò di far entrare la Prussia in un processo di rinnovamento enorme, anche culturale. Sotto il regno di Federico II detto il Grande, la Prussia diventò dopo la Francia un vero centro culturale Europeo e Berlino una capitale degna del suo nome e non una baraccopoli militare fangosa e malata.
Tutto questo, fino all’arrivo della Rivoluzione Francese e di quel ciclone incredibile che fu Napoleone Bonaparte.
Napoleone spazzò via l’Europa, ridisegnò le mappe geografiche, travolse tutto e tutti ma alla fine venne sconfitto definitivamente a Waterloo dalle forze alleate inglesi, austriache, russe e appunto prussiane. La Prussia, si sedette assieme ai vincitori al Congresso di Vienna come nuova potenza politica, militare ed economica, badate bene, economica e acquistò un importante territorio, il Niedersachsen (la Bassa Sassonia) ricca di carbone e ferro che serviva per il processo di industrializzazione del Regno prussiano.
Tornando al Regno di Sardegna e dei Savoia, nel 1848 Carlo Alberto di Savoia firmò lo Statuto Albertino (altro punto fondamentale) e forte dell’allenaza con la Francia, partì con la prima Guerra di indipendenza che poi si risolse in un quasi nulla di fatto dal punto di vista militare e geopolitico. L’alleanza con la Francia imperiale di Napoleone III era fondamentale in quanto il regno dei Savoia non aveva l’organizzazione militare/bellica ed economica per portare avanti le proprie mire espansionistiche sulla penisola italiana che nel frattempo pullulava di moti rivoluzionari. Anche l’organizzazione sociale e amministrativa era quella di un Paese provinciale, piccolo, sì ben amministrato ma ripeto appunto, provinciale. La penisola italiana poi, come sappiamo, era suddivista in una miriade di stati sovrani, di ducati, principati, litigiosi tra loro, con infinite barriere, infinite dogane.
Per contro, gli Stati Tedeschi o meglio i Principati Tedeschi, adottarono nel 1834 lo Zollverein, cioè l’unione doganale, quando in Italia ancora si stava uscendo dai moti del 1830. Lo Zollverein non fu creato per puro spirito politico e romantico ma nacque dall’esigenza di dare sviluppo al processo di industrializzazione di tutta la regione o “Confederazione Tedesca” che portò poi allo scontro militare la Prussia con l’impero asburgico nel 1866 (vittoria schiacciante della Prussia nella battaglia di Sadowa grazie ai nuovi armamenti, all’organizzazione militare, logistica e industriale) che è la data della 3a Guerra di Indipendenza Italiana che a sua volta contribuì a far acquistare al Regno d’Italia il Veneto e parte del Friuli. (rimaneva fuori lo Stato della Chiesa).
Poi la Prussia, con la guerra Franco-Prussiana del 1870 che costò ai francesi una amara e solenne sconfitta a Sedan, riunì tutti i principati tedeschi, sotto la corona degli Hohenzollern portando nel nuovo Stato tutta la sua macchina militare, organizzativa e la sua struttura di Stato Moderno. L’artefice di tutto questo fu il cancelliere Otto Von Bismarck, l’alter ego di Camillo Benso di Cavour.
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Sempre nel 1870 l’Italia annetteva lo Stato della Chiesa ai territori del Regno, non più difeso dalle truppe francesi sconfitte peraltro nella guerra Franco Prussiana e quindi “distratte” da altri problemi molto più seri (la nascita della Comune di Parigi del 1871 ecc…).
Potete quindi già da qui notare le differenze. Ora mi chiederete davvero, ma che cavolo c’entra tutto questo con l’origine della corruzione? Purtroppo dovevo fare questa lunghissima premessa per spiegare la questione. Adesso arrivo al sodo.
Da una parte, un piccolo Regno, provinciale, arretrato nonostante i tentativi di modernizzazione iniziati sotto il Cavour, che riunisce l’Italia grazie ad alleanze strategiche con Paesi più forti militarmente. Impone col ferro e col fuoco agli Stati assoggettati o quelli entrati nel Regno con i famosi Suffragi Universali (che furono delle vere truffe) il proprio modello provinciale totalmente incapace di assorbire e cambiare altri modelli organizzativi. Ad esempio, le differenze tra Piemonte e Regno di Napoli erano enormi. Torino era una città provincialissima, Napoli una capitale mondiale, ricchissima. La scelta di piemontesizzare tutti gli apparati burocratici fu però solo apparente. In realtà si stratificò l’apparato piemontese e quelli pre-esistenti creando un primo nucleo di interessi e relazioni che non avevano nulla di etico e di civile. Si centralizzò l’amministrazione di un Paese poverissimo con un sistema provinciale, incapace di assurgere a vero modello organizzativo e per ovviare ai problemi che nascevano si permise di mantenere inalterati i centri di potere, i centri decisionali e le relazioni pre-esistenti. Così, l’amministrazione della giustizia, del denaro pubblico, delle infrastrutture, dell’esercito e degli apparati militari si stratificò su quella pre-esistente, provocando caos amministrativo e giuridico che esiste ancora oggi in Italia.
La Prussia invece riuscì nell’opposto perchè con lo Zollverein, tutti gli Stati assunsero lo stesso modello organizzativo e amministrativo. Con l’arrivo dell’unione politica, il gioco era fatto. In Italia questo non accadde. Ecco la differenza. A quel punto, le imprese private che dovevano dare slancio al primo processo di industrializzazione, per poter operare dovevano scendere a patti con l’amministrazione pubblica. Ma quale? Quella piemontese o quella locale? Tutte e due, purtroppo.
E scese a patti talmente bene che il divario Nord/Sud divenne un problema nazionale. Lo è ancora oggi.
Ma la stratificazione dei centri di potere non finisce qui. Con l’arrivo del fascismo ci fu la seconda stratificazione. Il potere fascista non smantellò il pre-esistente e non creò di fatto un nuovo modello organizzativo e amministrativo dello Stato. Anche qui, l’amministrazione della giustizia, del denaro pubblico e della cosa pubblica in linea generale, a livello locale rimase in mano sempre agli stessi centri di potere. Iniziò qui di fatto l’invulnerabilità dell’apparato dello Stato. lo Stato divenne Stato di sé stesso e si divise dai propri cittadini. Le connivenze tra imprese e Pubblica Amministrazione ora venivano regolate e gestite dai facilitatori, veri burocrati dello Stato, che lavoravano per interessi di parte e non per l’interesse comune.
Anche qui un parallelo con la Germania. Nacque il Terzo Reich, nel 1933, 11 anni più tardi del fascismo in Italia. Il potere Nazista non solo spazzò via tutto ciò che esisteva prima della salita al potere in termini di amministrazione e organizzazione ma spazzò via una intera classe dirigente sia politica che amministrativa e divenne l’interlocutore unico con il mondo industriale. Durò poco ma fu devastante e lo sappiamo.
Finita la Guerra Mondiale, finito il Fascismo, in Italia arrivò la Repubblica. La Costituzione Italiana fu la prosecuzione dello Statuto Albertino e tutto l’apparato burocratico e amministrativo fascista e prefascista rimase intatto. Prefetti, giudici, amministratori locali rimasero tutti al loro posto. Gli Alleati, forza occupante non smantellarono nulla e lo Stato Italiano proseguì sulla strada devastante iniziata dai piemontesi. Basta ricordare il piemontese Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, giudice militare fascista che mandò a morte alcuni dissidenti politici durante il fascismo e poi si trasformò in giudice durante la Repubblica condannando esponenti fascisti. Non cambiò nulla, anzi, peggiorò. Peggiorò la situazione del Meridione, peggiorarono le connivenze politiche, gli intrallazzi tra potere amministrativo, massoneria, potere giudiziario e imprese.
La Germania sconfitta, venne letteralmente spazzata via. Niente di quello che il nazismo aveva lasciato venne salvato. La denazificazione fu irreversibile e profonda. Sotto il controllo degli Alleati nacque la Germania di Adenauer, sempre secondo un modello organizzativo e amministrativo prussiano ma sotto l’egida e il controllo dell’ONU e del mercato. Oggi il modello capitalistico renano è ancora uno dei pochi modelli che funzionano.
Aggiungo una postilla: la stratificazione degli interessi e dei centri di potere “particolari” in Italia fu multipla. Quando il Regno d’Italia annesse lo Stato della Chiesa con tutto il suo apparato amministrativo, giuridico e organizzativo, portando la Capitale a Roma non fece altro che assorbire ciò che c’era, non lo cancellò. In fin dei conti al Quirinale, dopo il Papa, arrivò un Duca o Piccolo Re e dopo di esso, un Presidente della Repubblica. Il Palazzo è sempre quello e chi lo frequenta oggi sono i figli dei figli di coloro che lo frequentavano 150 anni fa.
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07 10 2012
L’origine del male.
E’ ormai di attualità la discussione a tutti i livelli su quello che dovrebbe essere un modello di democrazia eticamente accettabile, non corrotto o corruttibile, che protegga la vita dei cittadini da ingerenze “patogene” che devastano letteralmente il vivere sociale e le relazioni tra cittadini ed istituzioni.
Parliamo spesso di meritocrazia o di rapporto meritocratico tra chi offre una prestazione e chi la paga, che sia tra privati o istituzioni pubbliche. Parliamo spesso di esigenze di controllo, di campi applicativi giuridici e di etica e morale. Ma da dove ha origine questo male? Da dove arriva la corruzione?
Esistono varie forme di corruzione. una di quelle più evidenti ma stranamente meno pericolose sono quelle che riguardano la politica. E’ vero, vedere un consigliere regionale disporre di denaro pubblico quasi senza limiti, per proprio uso personale e senza controllo di nessuno, è senz’altro un fenomeno scandaloso, devastante ai fini dell’esempio che un esponente politico dovrebbe dare ai suoi elettori e ai cittadini in genere, ma di fatto questo fenomeno, purtroppo diffuso, è distinguibileall’interno di un processo corruttivo ben più pesante, sistemico e preoccupante.
Il vero fiore del male, lì dove l’applicazione delle metodologie corruttive è preponderante e devastante è nel rapporto tra impresa e comunità, tra impresa e istituzione o amministrazione pubblica. Qui vanno identificati i rapporti anormali, amorali e non etici e combattutti con estrema severità e velocità, altrimenti, come purtroppo è successo in Italia, il metodo diventa sistemico e sistematico a tutti i livelli.
Tre sono gli attori in scena, l’Amministrazione Pubblica, il facilitatore e l’impresa. E’ un menage a trois pericolosissimo se non viene regolato e controllato e spiego il perchè.
Quando un’impresa vince una gara d’appalto grazie all’ingerenza di un facilitatore (lobbista) e ad un vero atto corruttivo nei confronti dell’Amministrazione Pubblica, mette in atto un vero processo di rapporto feudale tra gli attori interessati. Per una questione evidente di illegalità procedurale, si finisce per creare dei precedenti occulti o ben occultati che deviano totalmente dal concetto di trasparenza e sfuggono così al controllo del cittadino e del legislatore che per conto del cittadino presiede e tutela il potere di controllo. Nel momento in cui si instaura questo legame feudale, la collusione tra gli attori diventa indissolubile e vincolante nel tempo. Se è l’impresa a corrompere, l’Amministrazione Pubblica diventa oggetto di ricatto, se è l’Amministrazione Pubblica a pretendere il rapporto occulto, è l’impresa a diventare ricattabile. In mezzo, il facilitatore rimane nell’ombra e si muove dietro le quinte del potere, spesso protetto dall’omertà di partito o peggio dall’omertà istituzionale (i famosi burocrati di alto livello, i direttori generali dei ministeri ecc…). In questo modo, il sistema corruttivo diventa completamente impermeabile al tempo e al cambio degli attori. Cambiano cioè le imprese, cambia il personale della Pubblica Amministratore ma il facilitatore riesce a mantentere inalterato il metodo, e le relazioni mafiogene. In questo modo il decisore politico, non deve preoccuparsi del metodo e meno ancora del risultato ma solo della propria linea politica e della gestione del consenso elettorale.
E’ facilmente comprensibile ai più che questo è devastante. Il danno in una situazione del genere è di proprozioni enormi.
In primo luogo, muore il merito. Vince chi ha liquidità “nascosta” o potere coercitivo politico, magari attraverso le relazioni con i facilitatori. Questo comporta la creazione di uno spazio operativo limitato solo a coloro che vengono “accettati” dal sistema perché fidelizzati e normalizzati ad esso. Una sorta di “cupola” economica che riunisce imprese ed esponenti della Pubblica Amministrazione. Il risultato è una invalicabile barriera d’ingresso per chi, dando valore al proprio merito, non vuole inchinarsi al sistema. Lo vediamo anche nel modo in cui le lobbies oggi controllano attraverso i “patti di sindacato” le più importanti imprese italiane. Puoi avere la maggioranza delle azioni di una azienda ma se non entri nel patto di sindacato, non controlli nulla. Vale per la RCS, le Generali e così via e vale ovviamente anche per la Pubblica Amministrazione. La grande fetta della torta degli appalti pubblici se la mangiano sempre i soliti noti.
E così lievita la Spesa Pubblica. Non è perché ci sono più malati di 20 anni fa che la Spesa Pubblica è lievitata del 164%. Sprechi, malagestione, mancanza di controllo sui bilanci, dipendono molto dal sistema. E’ la conseguenza di una gestione malavitosa della cosa pubblica attraverso fenomeni e metodologie corruttive e collusive tra gli attori in gioco. Stiamo letteralmente affogando nella corruzione. Non è la crisi mondiale che ci distrugge ma la crisi interna.
Quando i firmatari della lettera di Confindustria al Governo Berlusconi chiedevano la derubricazione del reato di “falso in bilancio” sapevano bene cosa stavano facendo. I firmatari, tutti grandi imprenditori sapevano che il reato di falso in bilancio, definito reato sentinella, poteva minare l’operatività delle imprese costrette volenti o nolenti ad accettare di giocare a quel tavolo. Corrompere significa distrarre denaro dal conto economico per “ungere” il potere e il decisore. Ma per distrarre importanti ricchezze dai conti economici di una impresa occorre poter contare su una normativa molto leggera se non quasi fasulla, sui reati sentinella, tra cui il falso in bilancio.
Questo sistema diventa megalomane. E’ pericoloso perchè è sempre crescente. L’unico modo per combatterlo è dare credibilità e potere agli organi di controllo, ridefinire le regole legislative in termini pesantemente punitivi anche retroattivamente, altrimenti tutto diventa inutile. Occorre anche far sì che gli attori possano interagire solo in modo pubblico e formale, con regole semplici e precise facilmente controllabili. Ecco che metodologie di Open Government e Open Data diventano strumento di incredibile controllo. L’Italia purtroppo si muove entro gli ambiti del potere feudale tra imprese e Amministrazione Pubblica non da ieri, non da 20 anni e nemmeno da 40. Bensì dagli albori, dalla costituzione del Regno d’Italia. Oggi, siamo alla resa dei conti, forse. Ma se non cominciamo a mettere le mani in questo ginepraio, non ne usciremo mai più e saremo destinati a scomparire dalle cartine geografiche in termini di peso economico.
Il nostro giardino non ha più erba nemmeno per i corruttori ed è per questo che c’è tutto questo strano fermento politico che spinge sui temi della morale e dell’etica pubblica. Ma è inutile lavare le mutande se poi il sedere è sempre sporco.


