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Tutte le volte che parlo con un cliente di sicurezza sbatto il naso sulla stessa maledettissima affermazione, che in realtà significa “non mi tediare con questi insulsi problemi”.

L’affermazione, di rara intelligenza, e’ sempre “tanto da me non verrà mai nessuno. cosa vuoi che vengano a fare da me? non sono mica una banca, qui da me non ci sono segreti da rubare!”. in questo modo il nostro personaggio, non tanto di fantasia, che d’ora in poi chiameremo Il Grande Risparmiatore (o GR per comodità) si giustifica nel non prendere neppure in esame neanche le minime procedure di buon senso nell’uso della Rete delle Reti.

Francamente sono stufo di tentare di fare capire “cosa vengono a rubare” gli “hacker” (virgolettato, visto che dovrebbero venir chiamati Cracker quelli di cui si parla), quindi provo a gettare un sasso in questo stagno e ve lo spiego qui, nel tentativo (forse da illuso) di togliere un po’ di “romanticismo”, qualche illusione e soprattutto di fare capire qualcosa a chi nemmeno si rende conto di essere un Grande Risparmiatore.

Allora, cosa vuole un “Hacker” da voi? la risposta potrebbe essere semplicissima, di sole cinque parole: Spazio disco, banda e potenza di calcolo. E non ne vuole nemmeno tanta, giusto un pochino.

Purtroppo mi rendo conto anche che, detta così, e’ una “boutade” priva di significato per molti, quindi vedrò di argomentare un po’ meglio la cosa.

In primo luogo bisogna sfatare un mito, cioè la figura romantica di colui che “entra nei sistemi del pentagono” in sessanta secondi, con magie degne di Mago Merlino in salsa Disney. Quel tipo di personaggio non solo non esiste, non è mai esistito. Come sa bene chi ci ha provato anche solo una volta, in informatica i famosi “Silver Bullet” in realtà esistono solo nei miti creati da film come “Codice Swordfish”.

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Oggi è stata una giornata terribile e mettermi a scrivere un post, ora alle 19,30 è quasi disumano per i miei poveri miseri neuroni. Ma tant’è, avevo già intenzione di prender posizione su quanto è stato trasmesso da Report ieri sera su Facebook e sui social networks in genere, però tra una cosa e l’altra, non ho avuto nemmeno 5 minuti di tempo per mettere in fila i miei pensieri in merito.

Sembra che ora, alle 20:56 sia finalmente riuscito a trovare un attimo di tempo per scrivere, tra un rivolo di sudore, una bestemmia, una telefonata e una mail.

Ieri il leitmotiv sui social networks era il problema della sicurezza: il pericolo da parte di malintenzionati, in grado di impossessarsi dei profili di terzi e di gestirli per i propri interessi è visto come qualcosa di altamente probabile che avvenga. Ma non solo questo, diciamo però che la questione della privacy era il tema predominante. Beh, la questione della privacy così come è stata formulata e normata dal legislatore italiano ha davvero dell’incredibile, ma non è di questo che voglio parlare. Voglio invece denunciare l’ignoranza al limite dell’oscurantismo culturale che ruota intorno al web e al social networking a tal punto che anche una redazione solitamente attenta e informata come quella di Report, è incappata in quello che ritengo una vera e propria caduta di stile se non in un errore giornalistico di rara fattura. 

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Da stamattina mi rigira nella testa la canzone scritta da Michael Jackson e Lionel Richie a scopo benefico per USA for AFRICA. Quanto mai attuale questo brano, quanto mai mondiale, quanto mai “we”.

“…We are the world, we are the children
We are the ones who make a brighter day
So let’s start giving
Theres a choice we’re making
We’re saving our own lives
it’s true we’ll make a better day
Just you and me…”

Queste parole in qualche modo si riconducono a ciò che è successo nel mio commento precedente, un momento magico di scambio emotivo e di pensiero che mai e poi mai avrei pensato potesse essere possibile su questo blog. Mi sono davvero emozionato.

E la canzone ripete il suo ritornello … Noi siamo il mondo … We are the world … We è mondo, We è bambino. Si è come aperta una nuova finestra su un cortile mai visto prima, pieno di persone di ogni colore … We are ones who make a brighter day …


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Noi non siamo solo un branco di lupi, affamati e odiosi che vagano per la Terra per distruggere, inaridire, spolpare e sfruttare ogni risorsa possibile, ad uso e consumo solamente di noi stessi. Siamo ben altro. Non siamo solo violenza, odio, soprusi, guerre e morte. Se così fosse, ci saremmo già vicendevolmente scannati molto tempo fa e di noi non sarebbe rimasto praticamente più nulla. Se ci consideriamo solamente come tutto questo, di intelligente abbiamo davvero ben poco. Ma c’è spazio per una visione diversa, meno suicida e meno arida. C’è un “we” in noi, una sorta di desiderio di appartenenza che seppur sopito dal turbocapitalismo e dal dilagante e insulso consumismo, c’è ed è ora ti tirarlo fuori. Questo si chiama CIVILTA’.

Mi piace moltissimo un bell’articolo pubblicato sul libro “WE ECONOMY, l’economia riparte dal noi” curato dalla Logotel (di cui ormai no faccio segreto di essermi affezionato) scritto da Luca De Biae, responsabile di “NOVA24″ che spiega molto bene il concetto espresso poc’anzi. Vorrei condividerlo con voi. E’ lungo ma è davvero interessante.

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Non è una novità che io parli spesso di WE ECONOMY. L’uscita del libro concepito e prodotto dalla Logotel è stata per me un’occasione per dare un volto e un nome preciso a ciò che in qualche modo avevo già teorizzato, forse con un po’ di confusione e poca chiarezza ancora.

Quando parlo di questo argomento, anche all’interno delle aziende, è come se si accendesse improvvisamente un fuoco rivoluzionario che spesso però si spegne quasi subito oppure prende dimensioni improvvise o sbagliate. Parlare di WE ECONOMY, di democraticizzazione dei processi gestionali, di co-progettazione, di stimolo creativo, di circolazione del talento creativo, di condivisione ecc… tutto questo viene a volte recepito solo come un modo più “aperto” di gestire le proprie relazioni sociali e affettive, anche all’interno dell’azienda. Niente di più.

La WE ECONOMY non è un gioco e nemmeno un manuale di bòn ton. La WE ECONOMY prende forza e vigore all’interno di quella che possiamo definire una vera e propria generazione digitale. Chi è al di fuori di questo gruppo generazionale, non tanto solo in termini di cultura informatica, ma di propensione alla trasparnza, alla condivisione di conoscenza, alla pratica partecipativa nei processi di progettazione e sviluppo, avrà ben poco di cui capire, della WE ECONOMY. Siamo nell’era del WEB 2.0 ma spesso al massimo si parla di web 0.2. La confusione su cosa siano davvero i social networks e quale ruolo possono avere nelle pratiche aziendali, regna sovrana anche spesso tra chi dovrebbe essere motore di evangelizzazione e termine di confronto.

La WE ECONOMY non è un trattato di psicologia! Può avere senz’altro dimensioni e forme che in qualche modo riconducono ad aspetti psicologici, ma sono conseguenti. La WE ECONOMY non è nemmeno una filosofia di pensiero o una teoria economica ma semplicemente è una metodologia che si esprime all’interno di un processo di cambiamento nel quale il web ha un ruolo chiave e guida, principale. Non capire il web oggi, significa non potersi esprimere al massimo nell’ottica di una WE ECONOMY.

Mi piace molto la definizione di Enzo Rullani, Professore di Economia della Conoscenza (guarda caso!) che dice:

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