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No, non parlo di connessioni e interconnessione. Parlo di persone, sì. Il mondo non sta cambiando solo il nostro modo di approcciarci alla comunicazione, di essere connessi e raggiungibili ovunque, ma sta cambiando il nostro modo di stare in vita, sì! Uno degli elementi che più cambieranno nel prossimo futuro è la nostra mobilità fisica.

Che cosa intendo?

Semplice, intendo che cambiando le circostanze economiche e lavorative, cambiando il modo anche di considerare il lavoro, la ricerca, le opportunità, tutto il sistema socio-economico cambierà di conseguenza. Un punto interessante da analizzare è la distanza dal posto di lavoro. Oggi, soprattutto in Italia, trovare il classico posto di lavoro a tempo indeterminato sotto il portone di casa è una vera chimera. Occorre essere più mobili (in questo, le infrastrutture italiane sono piuttosto deficitarie rispetto ai partners europei più avanzati) ma per essere più mobili occorre avere meno vincoli, meno impegni finanziari (casa) e meno “cose” di proprietà e poco mobili. Intendo dire che oggi, un giovane che si affaccia sul mondo del lavoro dovrà prendere in considerazione che dovrà spostarsi, probabilmente lontano e che avere sul groppone l’onere finanziario di una casa da pagare ad esempio diventa un problema. La mobilità anche all’estero, porterà un cambiamento sul tessuto socio-economico di questo Paese che inizialmente sarà devastante.

Il sistema edilizio italiano ha fatto sempre leva sul mondo finanziario e sul credito. Ma nel momento in cui le giovani generazioni, per necessità e per ricerca di opportunità di lavoro dovranno essere più mobili, per loro l’investimento nel mattone, nella casa, diventa un problema o meglio ancora, non viene nemmeno preso in considerazione. Una società mobile avrà bisogno di supporto e prodotti finanziari “mobili” più leggeri per sostenere l’eventuale impegno finanziario di una famiglia per l’acquisto di un immobile. Oggi il sistema creditizio su questo tema è letteralmente imbolsito su pratiche e visioni tipiche di una società industriale novecentesca. Ma un costruttore edile quali prospettive potrà avere in futuro se non viene seguito e supportato da un settore creditizio più lungimirante e proattivo?

Un “mobile Worker” oggi ha bisogno di flessibilità, di competenze, di cultura, di una seconda lingua almeno, di infrastrutture per il trasporto (aerei, treni in primis) sia a livello nazionale che internazionale. Se già i sistemi di telecomunicazione stanno preparandosi ai nuovi scenari socio-economici, le infrastrutture per il trasporto spesso segnano il passo. Un “mobile-worker” ha bisogno di flessibilità finanziaria che gli permetta di sopperire ai momenti di mancanza di lavoro non solo attraverso un welfare dinamico e flessibile ma anche attraverso strumenti finanziari e assicurativi su misura, ha bisogno di sistemi e metodologie abitative flessibili che non appesantiscano i suoi “bagagli” nella mobilità.

Tradotto in parole più semplici ancora: per quanto concerne l’edilizia e le necessità abitative, più affitto e a prezzi accessibili, meno acquisti. Oppure acquisti con mutui lifetime con pagamento solo degli interessi e non del conto capitale, come avviene in Svizzera, per alleggerire la quota mensile da pagare. Se non si opererà con una vera ristrutturazione del mondo creditizio in questo senso, l’edilizia abitativa, residenziale, non avrà più nessun futuro. Significa però che l’edilizia dovrà anche cominciare a ragionare non più solo in termini meramente speculativi ma anche sociali, di benessere e di dinamicità. E’ possibile che la proprietà di un immobile possa cambiare anche decine di volte nel corso di una cinquantina d’anni.

Anche il sistema dei trasporti dovrà rivedere le proprie vision aziendali. Gli operai “pendolari” saranno sempre meno e si trasformeranno più in veri e propri tecnici multi-esperti con più “datori di lavoro” e con maggiori esigenze di mobilità a medio lungo raggio, veloce, affidabile e flessibile. Il Giappone già da anni ha capito questo, investendo in sistemi e infrastrutture per garantire il massimo della mobilità alle nuove generazioni. Più professionisti e meno operai da catena di montaggio (con tutto il massimo rispetto per loro) comporterà il dover adeguare tutto i livelli di qualità delle infrastrutture di un intero sistema Paese pena il rischio di rimanere ai margini della crescita economica reale con conseguente fuga di cervelli (già l’Italia sta pagando questo dazio).

Personalmente sono dell’opinione che anche l’automobile, in un contesto mobile world avrà sempre meno peso economico. L’automobile rischia di diventare un oggetto di lusso e un bene voluttuario che quindi non deve necessariamente essere posseduto ma lo si può benissimo affittare quando è necessaria. In Germania l’acquisto dell’automobile anche da parte di privati sta perdendo terreno in modo pesante rispetto al “renting” a breve, medio e lungo periodo. Meglio affittare un’auto, con tutte le spese incluse tra imposte, targhe, assicurazioni, bolli e manutenzione piuttosto che acquistarla e accollarsi direttamente tutti gli oneri. Anche qui ovviamente una struttura creditizia flessibile e coerente col cambiamento porterà sicuri benefici al mobile worker.

Le implicazioni economiche e le opportunità che si aprono sono enormi. Nuove professioni, nuove imprese, nuove attività porteranno ad avere nuove persone. Quello che vedo, guardandomi intorno è una vera incapacità di vedere questo cambiamento che comunque arriverà e bene o male ci adatteremo tutti. Sarebbe interessante analizzare anche l’aspetto del welfare, come cambierà e quali saranno i nuovi scenari per lui in questo contesto. Io qui per il momento mi fermo a pensare. L’argomento è però sicuramente interessante.

Lavoro e disoccupazioneLeggevo un aritcolo apparso sulla Frankfurt Allgemeine Zeitung scritto dal Sven Astheimer, decisamente ben scritto che dimostra quello che vado predicando ormai da anni. Il mercato del lavoro è in crisi e questo vale anche per le amministrazioni pubbliche degli Stati. Ancora una volta, Jeremy Rifkin aveva ragione.

Gli Stati oggi devono consolidare i propri bilanci, ridurre la spesa pubblica, ridurre l’indebitamento e programmi nazionali di investimento per dare slancio al mercato del lavoro anche con assunzioni nel pubblico impiego non sono all’ordine del giorno, anzi. Il valore medio di disoccupazione nei paesi area Euro si attesta un po’ sopra il 10% con punte drammatiche in Spagna dove siamo ormai oltre il 23%, in Grecia appena sotto il 20%. L’Italia si attesta appena sotto al 10% ma entrando nelle statistiche possiamo notare situazioni davvero drammatiche nel sud Italia con punte che arrivano oltre il 40%. Esistono isole “felici” dove la quota si attesta intorno o sotto al 5% come in Germania, in Olanda, Austria e Svizzera (che non è area Euro).

Ls Gran Bretagna è davanti al più grande smantellamento di posti di lavoro pubblici della sua storia. Ogni 10 dipendenti pubblici, uno rimarrà a casa. Spagna, Portogallo e Italia, nonostante gli alti livelli di disoccupazione non hanno capacità finanziaria per stimolare l’occupazione e farsi carico anche solo parzialmente dei lavoratori in esubero del settore privato con campagne di assunzione mirate. E così la situazione diventerà nei prossimi anni sempre più calda. Solo la Germania e il Cile attualmente, a livello mondiale possono sorridere mentre tutti gli altri Paesi nel mondo, Cina compresa, dovranno soffrire almeno fino al 2016.

Ma noi in Italia possiamo aspettare fino al 2016 ???? La maggior parte dei Governi dei Paesi Industrializzati, a partire da quelli Europei, sono completamente disarmati e impossibilitati a prendere in considerazione programmi di investimento non solo per rilanciare l’occupazione ma addirittura per rilanciare l’economia e la crescita. Spesso durante la recessione, il settore pubblico è stato un buon meccanismo di controllo e di attenuazione dei livelli occupazionali in molti Paesi. Ma sono finiti i soldi!

E così, la politica cerca di aggirare l’ostacolo proponendo riforme del mercato del lavoro e dei sistemi fiscali (vedi in Italia), ma che questo possa avere conseguenze positive sulla crescita è tutto da discutere. Purtroppo però si tende a non raccontare, più che a dimenticare, che per crescere, occorre investire, per investire occorre avere denaro e oggi, per avere denaro da investire, occorre fare rinunce. Rinunce che possono essere anche molto dolorose.

Rinunciare, significa oggi snellire gli apparati burocratici degli Stati, diminuire la spesa pubblica, renderla più efficiente e controllabile. Keynes aveva ragione quando diceva che per far ripartire il motore economico di un Paese, occorrono investimenti pubblici;  ma questo concetto vale nei casi in cui un Paese ha capacità finanziaria per farlo e non è indebitato a livelli mostruosi con finanziatori esteri che, tra l’altro, spesso e volentieri scommettono sul mercato dei derivati e dei CDS sul tuo fallimento.

Ma che succederà in Italia se dopo i blocchi alle assunzioni, ai prepensionamenti e alla fine dei contratti a tempo determinato, si comincerà a dover lasciare a casa migliaia e migliaia di persone? Che piaccia o non piaccia, si dovrà per forza passare di lì. Ridurre la spesa pubblica significa ridurre la spesa per i dipendenti. E saranno acciderboli amari! Già in questi giorni ci si azzanna per l’art. 18, figuriamoci poi!

Il settore pubblico attualmente, è in grado solo di mantenere in vita i servizi primari e quelli legati alla gestione della democrazia. Fine! Dobbiamo metterci in testa che tutto il resto, dovrà essere gestito in altro modo. Considerando poi come sta andando il settore privato soprattutto in Italia, lo scenario diventa inquietante. Oggi nel bilancio di un qualsiasi Ministero la voce “stipendi” arriva a quote che passano il 90% del budget disponibile rendendo assai difficile immaginare che vi siano possibilità di creare voci di spesa per investimenti in infrastrutture e sviluppo, a meno che non si porti ad estreme conseguenze la leva fiscale (la più alta d’Europa in rapporto alla qualità dei servizi offerti e tra le più alte in assoluto a livello mondiale in termini assoluti) compresa la lotta all’evasione.

Lo Stato Italiano dovrà cominciare a pensare che come datore di lavoro non è più in grado di garantire quei diritti e privilegi che per un dipendente pubblico sono sempre stati una certezza assoluta e questo a mio avviso è il principio della fine.

C’è uno strano messaggio che in qualche maniera sta passando per cui si pensa che su internet essendo tutto gratis o a buon mercato, anche le idee creative debbano giocoforza seguire lo stesso andazzo. Purtroppo però non è colpa solo di internet, ma di una vasta cultura imperante, molto italiana, per cui è più importante il lavoro d’ordine piuttosto che quello di concetto. Una mia carissima amica, Emanuela Bertini, dice che vuole cambiare mestiere: non più account di una nota agenzia di comunicazione locale, ma segretaria non pensante. Beh, la telefonata ricevuta oggi, da parte di un probabile cliente, mi ha fatto capire che per chi non capisce o non è in grado di apprezzare, per manifesta ignoranza (che è anche una colpa), non vale la pensa sprecare energie, meglio lasciare stare e dedicarsi ad altro.

Le strade in realtà sarebbero due: l’una è quella del movimento del braccio ad ombrello con annesso pernacchio, oppure, per evitare polemiche controproducenti, accettare, far finta di nulla, e copiare la prima boiata trovata su internet e adattarla alla bene e meglio per il cliente, che tanto comunque non è in grado di capire. Gli piacerà sicuramente. Beh! Devo dire che tutto sommato il pernacchio e il vaffa è molto più etico e riflette comunque una impostazione mentale e deontologica tale per cui, più in basso non si scende se non correndo il rischio di diventare uno dei tanti mediocri “operatori” del settore più distinguibili sotto il termine puttana, che esperto di comunicazione.

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Non è una novità che io parli spesso di WE ECONOMY. L’uscita del libro concepito e prodotto dalla Logotel è stata per me un’occasione per dare un volto e un nome preciso a ciò che in qualche modo avevo già teorizzato, forse con un po’ di confusione e poca chiarezza ancora.

Quando parlo di questo argomento, anche all’interno delle aziende, è come se si accendesse improvvisamente un fuoco rivoluzionario che spesso però si spegne quasi subito oppure prende dimensioni improvvise o sbagliate. Parlare di WE ECONOMY, di democraticizzazione dei processi gestionali, di co-progettazione, di stimolo creativo, di circolazione del talento creativo, di condivisione ecc… tutto questo viene a volte recepito solo come un modo più “aperto” di gestire le proprie relazioni sociali e affettive, anche all’interno dell’azienda. Niente di più.

La WE ECONOMY non è un gioco e nemmeno un manuale di bòn ton. La WE ECONOMY prende forza e vigore all’interno di quella che possiamo definire una vera e propria generazione digitale. Chi è al di fuori di questo gruppo generazionale, non tanto solo in termini di cultura informatica, ma di propensione alla trasparnza, alla condivisione di conoscenza, alla pratica partecipativa nei processi di progettazione e sviluppo, avrà ben poco di cui capire, della WE ECONOMY. Siamo nell’era del WEB 2.0 ma spesso al massimo si parla di web 0.2. La confusione su cosa siano davvero i social networks e quale ruolo possono avere nelle pratiche aziendali, regna sovrana anche spesso tra chi dovrebbe essere motore di evangelizzazione e termine di confronto.

La WE ECONOMY non è un trattato di psicologia! Può avere senz’altro dimensioni e forme che in qualche modo riconducono ad aspetti psicologici, ma sono conseguenti. La WE ECONOMY non è nemmeno una filosofia di pensiero o una teoria economica ma semplicemente è una metodologia che si esprime all’interno di un processo di cambiamento nel quale il web ha un ruolo chiave e guida, principale. Non capire il web oggi, significa non potersi esprimere al massimo nell’ottica di una WE ECONOMY.

Mi piace molto la definizione di Enzo Rullani, Professore di Economia della Conoscenza (guarda caso!) che dice:

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Ieri, insieme a Nicola Fabbri di Nettamente, siamo andati presso l’Istituto Tecnico Leonardo da Vinci per parlare con i ragazzi di due quinte che si stanno diplomando come periti informatici. Il tema dell’incontro era sull’ingresso di questi ragazzi nel mondo del lavoro, le difficoltà e le opportunità di oggi nel fare impresa e nell’inventarsi un mestiere. Non so se l’incontro per i ragazzi è stato interessante ma certamente lo è stato per noi.

Posso e vorrei aggiungere altre considerazioni che non sono del tutto emerse durante l’incontro anche per fare chiarezza su diversi temi importanti che riguardano il processo evolutivo della rete, dei social networks e delle opportunità professionali che si stanno palesando e che diventeranno importanti nei prossimi anni.

Abbiamo bisogno di considerare un aspetto importante che non può e non deve essere sottovalutato e cioè che i paesi emergenti come Cina e India, dal punto di vista della crescita, avranno nei prossimi anni uno sviluppo enorme. Consideriamo ad esempio che il 25% della popolazione in India, con il quoziente intellettivo più alto, è pari all’intera popolazione degli Stati Uniti d’America e che l’India ha più bambini dotati di tutta la popolazione americana. Consideriamo il fatto che nei prossimi anni e non decenni, il posto al mondo dove si parlerà di più l’inglese, sarà la Cina! Senza la conoscenza dell’inglese, saremo tutti analfabeti e ci sarà praticamente impossibile comunicare con il resto del mondo! Se consideriamo che le comunicazioni nei prossimi anni avverranno sempre di più sulla rete è facile capire che poca alfabetizzazione sull’uso e la conoscenza della rete e non conoscenza dell’inglese, significherà essere irrimediabilmente tagliati fuori da ogni opportunità di qualsiasi genere.

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