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andreas2Certo che quando in Parlamento siedono tecnocrati e politici senza arte né parte, ne escono di belle. Le ultime sulla “google-tax” o “web-tax” hanno del beffardo.

Se vuoi vendere servizi o prodotti online o con sistemi di commercio elettronico in Italia, DEVI avere una partita IVA italiana. Questa cosa ha dell’incredibile. Si vuole mettere la museruola a Google o a Facebook impedendo a questi di dirottare i loro utili generati “in Italia”, fuori dai confini italici. Come se il web potesse avere limitazioni geopolitiche. Oddio, certo, si può, ma ha senso?

Se io ad esempio vendo, che ne so, logotipi e lo faccio via e-commerce e la mia attività è in Germania. Nulla impedisce, giacchè sono online, che un italiano acquisti dalla mia piattaforma di e-commerce un mio prodotto. Significa che devo aprire una partita IVA in Italia per cedere il bene acquistato?

Francesco Boccia ed Edoardo Fanucci, PD, autori del decreto assurdo, si difendono dicendosi esterrefatti.  ”Siamo subalterni ai colossi americani del mondo internet”. Ancora una volta si cerca di distruggere l’altro piuttosto che imparare e fare meglio.

A me non resta che citare l’articolo di Wired di oggi:

Venerdì sera l’annunciola Web tax è stata approvata in commissione Bilancio della Camera. Nelle ultime ore le reazioni, fra le quali quella, molto attesa, di Matteo Renzi. Il neo segretario del Partito democratico ha bocciato senza mezzi termini la settimana di fuoco della Rete, fra regolamento Agcom, emendamento per tassare le Web company, aumento dell’equo compenso dovuto alla Siae sui dispositivi elettronici e obblighi legati all’aggregazione e all’indicizzazione delle notizie. “Siamo passati dalla nuova digitale alla nuvola nera di Fantozzi”, ha dichiarato Renzi: I temi “della Web tax vanno posti in Europa”, altrimenti “rischiamo di dare l’immagine di un paese che rifiuta l’innovazione”.

Decisa stoccata al testo firmato comunque da uno dei suoi (Edoardo Fanucci) e fortemente sostenuto da Francesco Boccia e all’emendamento di Stefania Covello è arrivata anche dalle pagine di Forbes, a firma di Tim Worstall: “L’Italia ha fatto il passo successivo verso la trasformazione della quasi certamente illegale Google tax (altro termine con cui viene definito giornalisticamente l’emendamento, nda)”. Secondo Simone Crolla, consigliere delegato dell’American Chamber of Commerce in Italy, “gli ispiratori della Web tax dovrebbero riflettere sul danno di immagine per l’Italia provocato da questo provvedimento agli occhi della comunità internazionale. […] È il tentativo di assoggettare le aziende digitali estere alle normative fiscali italiane, provocando un danno sia produttori che ai consumatori”.

Forza Italia chiede al Governo per voce, anzi per cinguettio, di Antonio Palmieri di “cancellare la norma nel maxiemendamento con cui chiederà la fiducia sulla Legge Stabilità”. L’unico intervento che potrebbe bloccarne il percorso in direzione della conversione in legge. Nel coro dei no anche il deputato del Pd Marco Meloni che ha auspicato un intervento del Parlamento: “Torni sulla decisione della commissione bilancio”.  Il presidente di Confindustria Digitale Stefano Parisi si appella al “Commissario Straordinario per l’Agenda digitale, Francesco Caio” e ritiene che si dovrebbe “fare esattamente il contrario di quanto prevede la Web tax, si doveva favorire sul piano fiscale le piattaforme europee, non penalizzare quelle Usa”. Boccia, da parte sua, non intende cedere: “Il dibattito di queste ore dimostra una preoccupante subalternità economica e culturale alle multinazionali americane del Web”.

Dalle Web company straniere, destinatarie del provvedimento in questione, nessun commento. Wired ha contattato le filiali italiane di Google e Amazon e la risposta è identica: “Sulle tasse la nostra posizione è sempre la stessa. Le paghiamo rispettando le leggi di ogni singolo paese”. Come dire, per ora, se così sarà in qualche modo ci adegueremo alla situazione. Ma non è così semplice. Ad andarci di mezzo se il testo dovesse concludere immutato il suo percorso verso la Gazzetta Ufficiale non sarebbero le casse di Mountain View, Seattle, Facebook o Twitter, ma l’intera economia digitale italiana. Vediamo, per punti, perché.

L’Europa
La Web tax ci pone in una posizione delicata nei confronti dell’Unione europea, che nel 2015 prenderà posizione sul tema. Con l’Italia al timone del semestre europeo dall’estate 2014. Il rischio concreto è quello di subire una procedura di infrazione, e annessa e connessa multa, per essere andati contro l’attuale regolamentazione comunitaria: “Le persone che esercitano attività indipendenti e i professionisti o le persone giuridiche che operano legalmente in uno Stato membro possono esercitare un’attività economica in un altro Stato membro su base stabile e continuativa od offrire e fornire i loro servizi in altri Stati membri su base temporanea pur restando nel loro paese d’origine. Ciò presuppone non soltanto l’abolizione di ogni discriminazione basata sulla nazionalità ma anche, al fine di poter veramente usufruire di tale libertà, l’adozione di misure volte a facilitarne l’esercizio, compresa l’armonizzazione delle norme nazionali di accesso o il loro riconoscimento reciproco”. Obbligare un colosso californiano con sede in Irlanda o un singolo libero professionista ad aprire sede e partita Iva in Italia per vendere pubblicità o servizi legati all’e-commerce, questo chiede la Web tax, vuol dire guardare apertamente in un’altra direzione. La matassa, da qui al prossimo anno, andrà sbrogliata a livello europeo e non frammentata tra un confine e l’altro.

Le imprese italiane
“È una botta per le imprese che fanno esportazione”, spiega a Wired Carlo Alberto Carnevale Maffé, docente della Bocconi: “Boccia dimostra dimostra di non saper distinguere un server da uno scaldabagno: tutti e due hanno la luce rossa, ma non sono la stessa cosa”. “Se chi vende pubblicità online, da Google a un sito asiatico specializzato su cui un’azienda italiana di macchinari deve acquistare uno spazio, dovesse decidere di non farlo più in Italia per non sottostare agli obblighi della Web tax, onerosi soprattutto per chi raccoglie poche decine di migliaia di euro dagli investitori del nostro paese, saremmo tagliati fuori dal flusso pubblicitario globale“. “Non solo”, prosegue Carnevale Maffé, “oltre all’impossibilità di importare pubblicità bisogna considerare il rischio di ritorsioni da parte degli altri stati, che potrebbero costringere tutte le piccole imprese italiane che esportano via e-commerce ad aprire sedi in altri paesi del mondo”. Ogni esportatore italiano potrebbe quindi doversi confrontare con la difficoltà di trovare piattaforme per acquistare pubblicità nelle zone di suo interesse ed essere obbligato a insediarsi nei paesi in cui propone il suo prodotto o servizio. “Per racimolare poche decine di milioni di euro di tasse si causerebbero danni enormi alle imprese“, afferma il docente della Bocconi.

I (pochi) soldi
La prima cifra citata da Carnevale Maffé è relativa al contributo della Web tax alle casse nostrane. Ed è ben diversa dal miliardo e mezzo di euro all’anno ipotizzato da Boccia. La variabile qual è? “Il valore aggiunto, su cui calcolare le tasse, del servizio erogato che nel caso della pubblicità online risiede nel paese d’origine (i server, gli algoritmi, le piattaforme sw, ecc, nda) e non in quello di destinazione”, spiega il docente. “In Italia ci sono diverse stime sul’introito della pubblicità digitale, si va da 700-800 milioni a poco più di un miliardo: come fa l’introito fiscale sui siti stranieri a superare il fatturato lordo dell’intero settore?”, si chiede.

L’e-commerce
Oltre a intervenire sulla vendita della pubblicità online la Web tax mette un piede anche nel commercio elettronico. Per ora gli scambi coinvolti, con il solito obbligo di presentarsi in Italia con una partita Iva tricolore, sono quelli fra aziende e soggetti in possesso di una partita Iva. Chi acquista un file musicale o un libro in Rete non ha di che preoccuparsi, per ora. Come spiega a Wired.it il giurista esperto di digitale Guido Scorza, però, “visto il principio sostenuto da Boccia è lecito aspettarsi un’estensione in quella direzione”. Per una paese in cui l’incidenza dell’e-commerce sul totale degli acquisti è ancora ferma al 3%, a fronte del 12% britannico per esempio, sarebbe una mazzata non da poco.

In conclusione, il problema non è il cosa - la delicata questione del trattamento fiscale dalle aziende che operano sul Web – ma il come - con un approccio ancora una volta grossolano alla materia – che rischia di condannarci a uno stop forzato nella già impegnativa (rin)corsa digitale.

 

Che amarezza ….

– di Gabriele Romanato

Il problema maggiore per un uomo politico che ad un certo punto è desideroso di condividere il suo messaggio sul Web, è la scarsità di informazioni a disposizione. Tutti sanno cos’è il Web, ma pochi sanno spiegare come si usa efficacemente un blog per diffondere la propria visione politica. In altre parole mancano le informazioni necessarie per poter realizzare questo progetto.


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Oggi si parla di rete, soprattutto dopo il successo del Movimento Cinque Stelle alle elezioni politiche italiane di qualche giorno fa. La rete dice, la rete fa, la rete è. Ciò che succede in rete è nuovo, è creativo, è socializzante.

La rete sembra antropomorfizzarsi come fosse un guru visionario del futuro. Ma è vero questo? Che Casaleggio & Co. abbiano individuato nella rete il luogo ideale per dare un nuovo significato alla politica e alla partecipazione, se non meglio compartecipazione della cittadinanza alla vita politica del Paese, non c’è alcun dubbio. Ma che la “rete” come espressione generica del concetto forse più corretto di “media sociale” sia davvero già ora il presente di cui abbiamo bisogno, mi lascia qualche perplessità.

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[ba-quote] È proprio vero che cambiano le parole ma la sostanza è sempre quella: da piccoli la mamma mi raccontava le favole, oggi me le racconta lo Stato.[/ba-quote]

C’è aria di positività tra le fila del Governo tecnico. Sistemati un po’ i conti, la Fornero & Co. Distribuiscono pillole di positività sull’onda delle agenzie di rating che ovviamente conti pubblici alla mano, fanno eco alla compagine do governo. “È ora che le imprese tornino ad investire” dice la Fornero. Frase quanto mai agghiacciante. Si ipotizzano grandi miglioramenti relativi alla crescita nel 2013 che conti pubblici alla mano dovrebbe avvicinarsi allo zero assoluto, come se questo fosse un successo. Beh a metà anno siamo a -2.5% adesso, forse è un miglioramento. Si toccheranno punte dell’1% nel 2014 si ipotizza. L’aria positiva quasi taumaturgica ormai coinvolge tutti, dall’informazione, spesso poco attenta, fino alle Istituzioni.

Ma è tutto vero? No! Sono balle!

Ho sempre apprezzato Polillo, il sottosegretario all’Economia di questo Governo. Uomo di apparato, sì ma con senso della misura e dello Stato. Parla sempre poco, si sbilancia ancor meno ma  , tra le righe le cose le dice. Stavolta, in una interessantissima intervista rilasciata al Resto del Carlino-La Nazione, pur sempre con il suo modo compassato e con senso della misura, ha fatto letteralmente outing. Ma nella gara a chi è più ottimista, l’outing di Polillo non ha fatto rumore.

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Alla domanda del giornalista che riprende il concerto della Fornero che sentenzia che se le imprese italiane investissero di più, l’Italia uscirebbe dalla crisi, il sottosegretario risponde al fulmicotone: “Non mi faccia litigare con la Fornero”.

Ma dice ancora di più! Il margine operativo lordo delle imprese italiane è ridotto al lumicino. Se poi a questo si va a togliere l’altissimo prelievo fiscale e gli oneri finanziari, non  c’è spazio alcuno per investimenti in ricerca e sviluppo. Impossibile che allo stato attuale le imprese abbiano la forza finanziaria per investire. È, aggiungo io, un pio desiderio di chi vuole indorare una amara pillola.

Polillo nell’intervista dice quello che vado da tempo affermando. Il Governo ha lavorato sulla messa in sicurezza dei conti pubblici (non quelli degli Enti locali che a causa della riforma dell’art. V della Costituzione sono un tabù invalicabile per chiunque) ma si è dimenticato completamente dell’economia reale, o meglio, è stato costretto a dimenticarsene. Come ho sempre detto, siamo stati commissariati.

Il reddito degli italiani è drasticamente e pericolosamente calato mentre il fabbisogno dello Stato è aumentato ancora, nonostante i tagli, dell’1%. Dato piuttosto significativo, non credete? E se non fosse per la spending review e i 6 miliardi di delega fiscale, avremmo pure l’aumento dell’IVA al 23% nel 2013 che influirà pesantemente sulla spesa degli italiani.

E badate, non è nemmeno con la tanta decantata lotta all’evasione che l’economia reale italiana potrà tirare sospiri di sollievo. I numeri dicono che la raccolta dall lotta all’evasione sono numeri marginali che non spostano di molto i conti, men che meno influiranno positivamente sui conti delle imprese.

Di fatto, come dice Polillo, siamo al palo. E lo saremo per gli anni a venire di sicuro! Uno dei Punti nodali dell’intervista verte sulla domanda se è ipotizzabile una riduzione del prelievo fiscale e la risposta è stata eloquente: No! Forse nella prossima legislatura, ma sarà difficile e io aggiungo, impossibile.

Il resto potete leggerlo anche voi ed è un tentativo tipico di Polillo di non andare troppo oltre, ha già detto tantissimo.

Quindi, per il futuro? Emigrare. Altro non so che dire.

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Faccio seguito al mio articolo di ieri e sul perchè io dichiaro di tifare Germania. Non è un motivo banale dettato dal campanilismo o da sciocche posizioni intransigenti di nazionalismi malsopiti. Ci sono motivazioni profonde.

L’Italia ha un sistema di controllo del consenso basto sulle regalìe. Funzionava così anche in periodo feudale. Il Re o feudatario donava attraverso precisi atti politici e amministrativi vere e proprie rendite di posizione con concessioni di ogni forma e significato. Un esempio fu la concessione da parte dell’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico alla famiglia Thurn und Taxis, antica famiglia di origine italiana (Della Torre e Tassi) della gestione di tutto il sistema postale dell’Impero a partire dal 1400. Questo contribuì a fornire agi e ricchezze alla famiglia nei secoli a venire permettendo a questa di acquistare addirittura il titolo di Principi. Ancora oggi è una delle famiglie più ricche d’Europa. In questo modo l’Imperatore si assicurò la fedeltà della famiglia e la partecipazione di essa al finanziamento e all’appoggio politico di tutte le campagne militari di quei secoli.

Da noi qui non è cambiato nulla. La storia insegna che il nuovo concetto luterano-calvinista della meritocrazia poco ha a che fare con quello più cattolico del clientelismo e del potere. Come diceva Andretti, il potere logora chi non ce l’ha.

E’ per questo che in Italia si moltiplicano le poltrone e fioccano stipendi da nababbi. Quale miglior modo può esserci, per un piccolo potentato politico, se non quello di garantirsi l’appoggio di un “fedele” attraverso la concessione di un posto privilegiato nella casta della nomenclatura partitica con lauti stipendi che persino Obama si sogna? Vedrete così che un Commissario a “qualcosa” qualsiasi, che pur di non molestare o infastidire “qualcuno”  sta al suo posto in piena omertà tacendo ogni truffa e ogni reato che si protrae sotto le sue vesti di controllore pubblico. Vi siete mai chiesti perchè un garante ad esempio della privacy o dell’informazione guadagni di più del Presidente degli Stati Uniti? Vi siete mai chiesti perché dirigenti di aziende partecipate, di commissioni, di partiti, di province, di regioni, di sindacati, di associazioni, di quassiasi cosa possa significare “poltrona” guadagni quanto un milionario giocatore di calcio senza avere nessuna qualifica, nessuna qualità, nessun motivo per stare lì dove sta?

Semplice, per assicurarsi la sua fedeltà imperitura. Se qualcuno viene da me dicendomi che mi fornisce un bel posticino in una qualche sezione o sottosezione di una qualche commissione di controllo e vigilanza di una provincia sperduta per 400 mila euro netti all’anno, vacillerei persino io.

Questo sistema malato, infestante come l’ebola, deturpa la società, la uccide dentro, la svuota e la avvilisce. Il messaggio che passa e diventa imprinting culturale è: “Fotti il prossimo tuo come lui fotterebbe te stesso”. Ed è quello che sta succedendo. Oggi è finita anche la vergogna. Alzato il velo moralista sul comportamento della classe dirigente italiana, sia politica che imprenditoriale, a questi nulla importa e continuano imperturbabili con i loro meschini comportamenti. Noi possiamo solo stare a guardare, tanto anche gli ordini preposti al controllo sono insozzati da questa orribile malattia sistemica. Non si può fare più nulla. Tutto è piegato alla ragione del potere. Potere centrale, potere laterale, potere di pochi, potere di partito, potere in ogni salsa, colore e dimensione. E’ così insito nel DNA della gente che persino le aziende private non sono fuori da questo sistema. Ancora oggi, se non conosci qualcuno, non troverai mai un posto di lavoro. Il CV? Serve per spazzarsi il c…o.

Volete che l’Italia cresca? E come? Nulla può crescere in questo deserto morale. Nemmeno i figli possono crescere e quelli che possono, se ne vanno. Sotto il tallone di un funzionario ricco e ignorante muoiono idee, imprese, occasioni e tanto lavoro. La cosa più devastante è la totale incomprensione verso il mondo reale che là fuori grida vendetta. Così un imbecille assessore di una cittadina provinciale come Carpi, pur di non spendere due Euro per comprarsi il giornale, se li fa stampare dalla segreteria infischiandosene del costo, tanto sono i cittadini a pagare. E se qualcuno protesta, peggio per lui, finirà a pulire cessi per il resto della sua esistenza. La propensione all’omertà è direttamente proporzionale alla forza del potere ricattatorio, è così ovvio …

Abbiamo alti dirigenti di banca pagati con stipendi milionari e buonuscite milionarie che in un Paese normale sarebbero da anni a indossare il pigiama a strisce. Non trovate oggi un alto funzionario di banca che non abbia almeno un capo di imputazione pendente o in giudicato sulla propria capoccia. Eppure sono lì … Gente che ha fatto i soldi con l’amabile famiglia Ligresti lasciando completamente prosciugate le casse della Fondazione Monte Paschi di Siena. E poi ci lamentiamo se le nostre banche sono al collasso. Se pensiamo che con la leva dfinanziaria e la leva del debito, potentati signori protetti dal feudatario di turno si sono comprati aziende pubbliche per poi svenderle agli stranieri per un tozzo di pane … Ricordiamo la Telecom ???? I cittadini quante volte l’han pagata con le bollette salate? Vogliamo parlare di Alitalia? Di Trenitalia? Di Fincantieri? Nulla delle aziende in mano pubblica è rimasto, se non i lauti stipendi pagati a questi veri boss malavitosi.

Questa è l’Italia che si presenta al tavolo delle trattative e cerca di estorcere alla Merkel la promessa degli Eurobond …. Nel frattempo la Regione Sicilia, in barba ad ogni ragione di bilancio, assume altri 600 dipendenti diventando di fatto l’azienda più grande d’Italia, oltre che la più indebitata. Per quale ragione un Paese normale dovrebbe accettare tutto questo?

Mi sapete indicare un motivo plausibile per cui un neo imprenditore edile che ha nuovi progetti e idee innovative debba pensare di girare con la scorta armata tenendo bassi profili e silenziando la comunicazione perchè altrimenti la “mafia” del mattone gli farebbe sparire il materiale da costruzione? Vi siete mai chiesti quali siano davvero i sistemi discriminanti nella valutazione dei partners da parte dei Comuni, delle Province, delle Regioni o di altro ente appaltante? Appalti taroccati, chiusi in subappalti che a loro volta fanno riferimenti a subappaltatori subappaltanti e ad ogni passaggio si lascia la regalìa. Vogliamo chiedere a chi sa davvero, cosa costa in verità alla Sanità Nazionale una siringa ?

Questo è il sistema che c’è. Il punto è che noi non abbiamo niente. Non possiamo più vendere nulla, il made in Italy è già ipersvalutato nel mondo. Sì ci sono eccellenze ma queste prima o poi se ne andranno tutte. Signori, mettetevi il cuore in pace: SE NE ANDRANNO TUTTI! Altro che Eurobond!

Poi vedremo chi li pagerà questi superstipendi. Chi pagherà persino gli stipendi normali, quelli degli imboscati, dei finti invalidi e purtroppo, di quelli, invero tanti, che ogni giorno tirano avanti la carretta dicendo sempre “sì padrone”. Almeno durante il feudalesimo, un certo senso morale e di eleganza comportamentale non mancava. Ora non c’è più nemmeno quello.

Che amarezza.


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