02 05 2013
Facebook, amici e comunicazione
Pochi giorni fa sono stato protagonista e vittima di un confronto piuttosto animato e pesante con una persona su Facebook con il quale ero collegato come “amico”. Al di là della polemica che ne è scaturita, di chi abbia o non abbia ragione del relativo flame che ne è derivato è interessante capire come ci siano modi diversi di interpretare le “amicizie” e le connessioni relazionali e come sia anche differente il modo di considerare e accettare le dinamiche di un social network. C’è chi pensa si avere diritti, chi pensa che vi siano doveri ma ci si dimentica che spesso certe dinamiche relazionali non sono dipendenti da modalità scritte e accettate ma da una sorta di aspettativa che interpreta o meglio guida i comportamenti di un gruppo.
A questo proposito, mi piace molto ciò che il mio carissimo amico e avvocato Marco Zelocchi scrive basando le sue considerazioni sulla vicenda che mi è capitata. Credo che ci sia molto materiale per fare delle riflessioni importanti.
Ricopio qui il testo integrale e inserisco nel finale il link direto alla pagina di facebook.
LA COMUNICAZIONE TRA PERSONE E’ UN FATTO DELICATO: FACEBOOK E’ UNA PIAZZA, UN UDITORIO, UN BAR, UNA TAVOLATA DI AMICI, UNA CASA PRIVATA CON LA PORTA SOCCHIUSA, O TUTTE QUESTE COSE INSIEME?
Nei giorni scorsi, ho visto un c.d. flame tra “amici di facebook”, una divergenza di vedute che è diventata, nei fatti, uno scontro acceso, e che ha creato anche consensi da ambo le parti, e perciò, due piccole fazioni, oltre ad una maggioranza silenziosa, e a qualche intervento diplomatico che, mi sembra, paragonasse l’eccessiva vis polemica, ad una bambinata.
Sono un giurista, perciò il fatto mi ha incuriosito. Facebook è uno strumento di conversazione particolarissimo, i cui schemi formali ed i cui canali sono variabili, e configurabili in base alle scelte dell’utente. Perciò, anche se potrebbe distrattamente sembrare un mezzo semplice da capire, e da gestire, non lo è affatto.
Situazioni come bisbigliare in un orecchio in presenza di una piccola cerchia, telefonare con qualcuno vicino ad microfono un microfono acceso, su un podio, davanti ad uno stadio gremito, o parlare tra sè e sè, con telecamera accesa in mondo visione, rende l’idea di enormi differenze di significato nella comunicazione.
Il problema è che nel mondo di facebook, tutte queste situazioni, sono accomunate da un unico gesto empirico molto visibile: una persona che digita qualcosa alla tastiera di un computer.
E poi la parola “amici”. Fuorviante. Certamente lo è per la cultura italiana, che distingue gli “amici”, dai “veri amici”, dagli “amici del club”, dagli “amici di vista”, dagli “amici del partito”. Sempre lo stesso sostantivo, per dimensioni di vicinanza, empatia, sintonia, e lealtà completamente diverse.
Allora, cosa succede quando qualcuno non interpreta nello stesso modo, la parola “amicizia” che corrisponde all’attivazione del link primario di facebook?
L’osservazione della casistica è interessante, perchè è molto varia, e dimostra che l’uso inconsapevole di facebook può rivelarsi assai insidioso.
L’assenza di differenti link primari (come “conoscenza”, “membro di gruppo”, “amicizia”, “profonda amicizia”, “legame familiare”, mette vicino persone estranee, a parlare insieme, e le espone a linguaggi, contenuti, simboli, fini, culture, le più diverse, il tutto, naturalmente, con la prospettiva di una più o meno ampia, o totale, ed eterna, notorietà, fino alla cancellazione.
Perciò sembra ovvio: qualche volta, la dimensione non è tanto quella del valore in sè del comportamento sociale, ma della distanza culturale tra le persone, e della diversa interpretazione della “prossemica” sociale e verbale, in occasione di una conversazione, a sua volta declinata nei principali rapporti di intimità o di pubblicità che sono offerti dalle scelte di prvacy o di esposizione all’intero web, del proprio pensiero.
La mia conclusione, è che possono verificarsi incomprensioni, e di per sè, la prima manifestazione, non è un fatto sicuramente evitabile. Il mondo è grande, le matrici culturali, a volte molto diverse, perciò la prima manifestazione di dissidio è un fenomeno che può verificarsi, anche per cause fortuite.
La differenza, la responsabilità, sta nel modo in cui viene gestita la divergenza: perchè il valore delle parole non è il medesimo in tutti gli ambienti, con l’ulteriore difficoltà che non tutte le persone possiedono l’informazione sufficiente per comprendere a fondo questo dato di fatto del mondo reale.
In conclusione, resta sempre la vecchia regola: l’amicizia di facebook è un link informatico: si stabilisce, e si interrompe, e questo non è di per sè sintomo di “amicizia”, nel suo senso comune, pur distinguendo le ulteriori varianti culturali.
Ecco perchè l’insidia non può che permanere: comprendere che la comunicazione su facebook è del tutto uguale, in via di metafora, con le situazioni della vita reale, è una regola d’oro per l’utilizzo del proprio diritto di parola.
E, come ogni diritto di parola, in una comunità, non è un diritto, ma è una facoltà autorizzata da un sistema di consenso, sul buon uso del diritto.
Mi sembra un po’ come nel codice della strada: avere la precedenza non è un diritto, ma è l’aspettativa che chi si deve fermare per rispettare il nostro diritto di precedenza, lo faccia spontaneamente. Altrimenti, si rischia lo scontro frontale, con tanto di morti e feriti, che nel caso specifico sono i bannati e le manifeste inimicizie.
Dopodichè, il sapere chi era nel diritto di passare, e chi era nel dovere di fermarsi, non potrà essere che affare di tribunali, che si cimenterà con il diritto di espressione e di parola, e con gli ordini di cancellazione e in generale con tutte le declinazioni giuridiche che conosciamo nel mondo reale.
Questo è facebook, e penso che potrebbe essere interessante riconoscere l’opportunità di un corso di sicurezza verbale, in rete, specialmente per i più giovani, e per le persone sguarnite di qualche conoscenza, anche sommaria, dei diritti e dei limiti in fatto di libertà personale, di “domicilio informatico”, di libertà di espressione, e di rispetto della libertà di associazione altrui.
Ecco il link: https://www.facebook.com/marco.zelocchi.carpi.mo.it/posts/542007469176537
22 03 2013
Social network e identità espressiva
Fa bene ogni tanto scambiare qualche breve messaggio con Nicola Fabbri su Skype, soprattutto verso sera, quando gli occhietti si fanno stanchi e la mente è sgombera dai problemi risolti in giornata. Fa bene perchè si entra in una dimensione del pensiero che ti porta a guardare cos’hai davvero davanti.
Se poi tutto questo lo si sposta in un’altra stanza dove Alex ti aspetta con la birra in mano pronto a fare super-brainstorming sui perchè e i percome delle cose, ci si trova a ragionare davvero sul percorso professionale che stiamo facendo.
Certo il titolo è tutto un programma: che relazione può esistere tra una rete sociale e la propria identità espressiva? Esistono vasi comunicanti? Esistono “stanze di compensazione”?
Innanzitutto dobbiamo intenderci sul termine “identità espressiva”. Tutti noi abbiamo una identità e la esprimiamo attraverso gesti, parole, comportamenti, atti pubblici, forme di comunicazione artistiche e via dicendo. Ognuno d noi ha un “carattere” un mood, un modo di essere e di identificarsi con gli altri. Questa identità espressiva è il nostro io pubblico, quello che appare agli altri di noi, perché lo abbiamo espresso, lo abbiamo palesato agli altri. L’identità espressiva ci diversifica, ci differenzia dagli altri individui e questa differenza può avere un valore.
Le relazioni che esistono perciò tra rete sociale o social network e identità espressiva sono enormi e strettissime. Pochi immaginano che tra pochi anni, le assunzioni per un posto di lavoro verranno fatte quasi e solo esclusivamente attraverso le reti sociali analizzando l’identità espressiva del candidato. Pochi immaginano che anche le relazioni commerciali non saranno più basate solo su fredde richieste di offerte e preventivi, ordini, pagamenti e spedizioni ma avranno una fortissima componente relazionale che a sua volta si basa su “meccaniche” espressive che formano l’identità degli individui che si relazionano tra di loro.
LinkedIn è un esempio forse ancora embrionale di questo aspetto. Il tuo profilo su Linkedin, tanto interessante, variegato e completo quanto vuoi, non avrà nessun appeal se non accompagnato da una vera e propria presenza online che si articola in modo più o meno complesso e che definisce l’identità espressiva di una persona. E’ proprio come sta e sei sul web, che rende vincente o perdente il tuo curriculum online.
Aggiungiamo un elemento fondamentale a questo binomio rete sociale e identità espressiva: la memoria. Già! Proprio quella. La “rete” è diventata la nostra memoria storica. La “rete” registra tutto quello che facciamo, come ci comportiamo, cosa diciamo, come lo diciamo, a chi lo diciamo e ricorda ogni cosa. Dobbiamo essere pronti a comprendere che se da una parte riservatezza e privacy sono concetti importanti della nostra vita di tutti i giorni, dall’altra, sono elementi che possono avere davvero poco senso se, ovviamente coscienziosamente, diamo valore, peso e giudizio alla nostra identità espressiva. O sei pubblico o non lo sei, non esiste esserlo solo un pochetto.
Il social networking impone una capacità di autocoscienza non comune. E l’autocoscienza impone pensiero, anche dubitativo, a cui non siamo abituati. E’ curioso notare che il percorso di avvicinamento ad un social network fatto con consapevolezza e coscienza, impone l’uscita da quelle che io ho sempre definito gabbie mentali dorate sì ma prive di identità espressiva.
Ma allora la domanda che sorge spontanea è: ma chi non sarà presente su un social network, sarà inesistente? Underground? La risposta è sì. In futuro sarà così. Quando sarà questo futuro lo ignoro ma i segnali sono evidenti. E’ però vero che dipende anche dalle scelte. Se la scelta è consapevole e voluta, anche stare fuori può avere un significato. Ma queste sono scelte estreme, più ascrivibili ad un artista genio o a un pensatore dedito all’ascetismo in chiave moderna. Per gli altri sarà un po’ come abitare “da qualche parte” senza fissa dimora, senza un numero civico, una via o un telefono dove essere rintracciabili, certamente molto romantico ma finisce lì.
Ai miei clienti faccio fatica a spiegare tutto questo. E’ un salto culturale e mentale non facile. Lavorare sulla propria identità è come lavorare sul brand della propria impresa, non ci sono enormi differenze. Ma è anche vero che il concetto di branding è quanto di mai lontano ci sia nel mondo delle imprese soprattutto italiane manufatturiere.
Alex, a te la palla!
27 02 2013
La rete, la politica e Beppe Grillo
Oggi si parla di rete, soprattutto dopo il successo del Movimento Cinque Stelle alle elezioni politiche italiane di qualche giorno fa. La rete dice, la rete fa, la rete è. Ciò che succede in rete è nuovo, è creativo, è socializzante.
La rete sembra antropomorfizzarsi come fosse un guru visionario del futuro. Ma è vero questo? Che Casaleggio & Co. abbiano individuato nella rete il luogo ideale per dare un nuovo significato alla politica e alla partecipazione, se non meglio compartecipazione della cittadinanza alla vita politica del Paese, non c’è alcun dubbio. Ma che la “rete” come espressione generica del concetto forse più corretto di “media sociale” sia davvero già ora il presente di cui abbiamo bisogno, mi lascia qualche perplessità.
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07 10 2012
Il social networking visto da me
Sono mesi e mesi che mi propongo di scrivere un articolo su questo tema, visto dal punto di vista di Andreas Voigt. Qualcuno sicuramente storcerà il naso, visto che su questo argomento ho scritto e scrivo da tempo.
Lo stimolo finale mi è arrivato da un post su Facebook di un certo Martino Nicolini relativamente ad un mio post un po’ provocatorio che diceva che chi non era su Facebook si esponeva al rischio di essere escluso socialmente. Il commentatore, oltre ovviamente ad andare completamente off topic non aveva capito la provocazione.
C’è una terribile confusione su questo tema. C’è confusione nel capire cosa sia internet e cosa sia web o “rete”, c’è confusione nel paragonare un social network con un media tradizionale, addirittura non c’è la piena coscienza del fatto che stiamo parlando di fenomeni in “movimento” in ebollizione, in veloce modificazione. Manca inoltre la contestualizzazione sociale e molti non riescono a trovare elementi di raccordo con la visione antropologica e sociale del fenomeno.
La cosa grave è che la totale sottovalutazione del fenomeno è proprio da parte di chi, esperto del settore, dovrebbe invece avvicinarsi, leggere e capire. C’è chi peggio ancora cerca di sottomettere il social networking alle metriche e alle metodologie applicative del marketing, soprattutto quello di vecchio stampo, come se lo si potesse “vendere” come servizio aggiunto, come fosse uno strumento per la fidelizzazione di massa dei clienti, con strategie di branding buone più per una pasticceria o una fabbrica di scarpe che non un vero processo di cambiamento sociale. Da qui la colpevole ignoranza di chi non è in grado di identificare il social networking come l’ulteriore step nella scala evolutiva umana.
Ci si attiene perciò alle prestazioni, ai numeri, alle conversioni in termini di contatti, di viste, di “mi piace” piuttosto che alle esperienze. Si cerca di standardizzare il sapere e il comportamento per allinearsi ai principi del marketing per sottoporre gli individui a protocolli codificati in termini di tipologie comportamentali. Il social netoworking non è questo e non lo è nemmeno Facebook. Di fatto nemmeno Zuckerberg sa esattamente cosa ha tra le mani se non una grande macchina per fabbricare soldi. Ma è solo una parte della realtà. Quello che c’è dentro alla scatola, il vero fenomeno, il mondo enorme di relazioni e di condivisioni è tutto da studiare.
Come dicevo già ad una persona in una conversazione, veniamo costretti ad avere fede nell’oggettività del dato emerso dal protocollo, veniamo assoggettati al comportamento che il protocollo richiede come fossimo delle compliance, come in una sorta di meccanicismo dominante per amministrare le persone con le cose, i protocolli, i contatti, i numeri, i followers … Ma in questo modo si arriva ad una pericolosa sottovalutazione e depauperimento dell’esperienza e della parola.
Ecco dov’è la rivoluzione del social networking: la relazione perfetta tra parola ed esperienza. Il network diventa il luogo ideale per la condivisione di emozioni, esperienze e parole. Soprattutto diventa il luogo perfetto dove l’esperienza diventa fonte di informazioni per tanti altri perchè si innesca un processo di valorizzazione dell’esperienza stessa che diventa piacere, piacere di farsi riconoscere (autocoscienza e identificazione del sé), piacere nell’alimentare aspirazioni comuni e favorire sviluppo sociale e capacità creativa. Ecco il fatto antropologico! E’ nella natura umana condividere le espeirenze. Anzi! Proprio grazie alla spinta di questa pulsione emotiva, profonda e ancestrale, è nata la parola, poi la scrittura, poi la diffusione mediatica di massa attraverso TV, fotografia, cinema e radio (comunicazione audiovisiva archiviabile). Ed è NEL network che si crea il più grande insieme di memoria collettiva, irreversibile, che la storia umana abbia mai conosciuto. Oggi nel web è presente TUTTO di noi.
Il social networking è sempre esistito. Una volta c’era l’Agorà, la piazza, i bagni pubblici, le terme, i fori, i bar, i locali, i circoli culturali, i pubs, i clubs. Ci sono ancora. La grande differenza è che su Facebook o su Twitter, o nella blogosfera o tutti questi insieme, si muovono miliardi di persone contemporaneamente, in modo illogico, anche irrazionale ma interconnesse. La differenza è qui, sostanziale, semplice, lineare e rivoluzionaria.
03 07 2012
Non ce la faccio a non comunicare
Sono in una lunga fase di vuoto creativo. Stavolta sta durando più del previsto. Credo che tra terremoto, la calura di Scipione, poi Caronte e ora pare arrivare Lucifero, non aiuti. Eppure la pulsione a scrivere anche qualche scemenza su Facebook c’è sempre. Molti mi chiedono perchè Facebook e non Twitter. Non lo so, ho scelto Facebook perchè ormai son di casa lì, ho i miei “amici”, la mia combriccola, il mio seguito di fan. E poi almeno su qualcosa a Nicola Fabbri devo pur dar ragione, mica posso avere ragione sempre io! Che noia!
Devo fare una marea di siti e non ne ho voglia. Devo fare questo, devo fare quello, devo …. devo … In realtà, una volta che hai dormito, mangiato e hai espletato le tue funzioni corporee, il tutto atto a mantenerti in vita, vegetalmente parlando, che doveri hai ancora? Ehhhh …. Il caldo …
Dicevo della mia scelta di usare Facebook piuttosto che Google Plus e Twitter. Fiori di consulenti di social media marketing ed esperti di social networking o guru del web 2.0 vi spiegheranno le differenze nei minimi dettagli. Twitter ha una timeline più veloce ed è più “professionale” (mah!), Facebook è per gli sciocchini, Google Plus è per i geek del web. Sapete dov’è davvero la differenza?
Non c’è. Scegli quello che ti pare!
O siete polpi giganteschi progettati per il multitasking oppure battezzatene uno e usatelo come si deve. Che la vostra reputazione e le vostre relazioni le costruiate su quel social network piuttosto che l’altro, quello che conta è quello che dite. Il contenuto, la vostra dimensione umana, la vostra identificazione come persona. 99 volte su cento le persone non sanno raccontarsi. Raccontare la propria storia significa astrarsi dal contesto personale e vedersi come un altro io. Descriversi è tanto difficile quanto capire che l’io, l’ego, non è un mostro da combattere pena la scomunica ma un bambino da curare, da crescere e da alimentare. Star bene con sè stessi non significa stare bene anche con gli altri, significa invece che gli altri stanno bene con te e questo potenzia la tua capacità relazionale.
Questo passaggio è fondamentale anche nella comunicazione d’impresa. Se non sai raccontarti, non sai chi sei e se non sai chi sei, figurarsi se agli altri interessi. Interessi solo per meri motivi di prezzo o di momento favorevole ma sappiamo che i momenti durano quel che durano: poco. Ci si rifugia così nelle cose, quelle che facciamo, quelle che possediamo o di cui ci circondiamo. Quel famoso libro di Erich Fromm, Essere o Avere, dovremmo leggerlo tutti.
Se non sai raccontarti, giorno per giorno, non sai esporti al pubblico. Peggio ancora, non sei nemmeno capace di subire critiche e giudizi perchè piuttosto che subirli, ti nascondi o ti chiudi. “Ah io i social networks, giammai. Roba da bamboccioni!”. E dove vuoi venderla la tua roba nel prossimo futuro mio caro? Vai ancora a fare le fiere in giro per il mondo? Beh, se te lo puoi permettere, tanti auguri! E così ci si chiude talmente tanto che quando le cose vanno male è sempre e solo colpa della crisi. Se non vendi, è colpa della crisi. Che in realtà sia una crisi di identità e di idee, non te ne accorgi nemmeno e al profondo rosso non riesci a porre rimedio.
Su Facebook, ma anche su twitter, la gente comunica cose ma poco di sè. Sì certo, un profiler riesce ad estrarre un buon profilo psicologico di una persona da come si comporta su un social network ma questo non è costruttivo. Entrare nel luogo, mettersi a nudo e dire: “Hei! Io sono qui, parliamo?”. Manca in qualche modo ancora l’identificazione simbiotica con il network perchè non abbiamo l’abitudine di pensare che tanti io fanno un noi ma se quel noi non ti riconosce o tu non sei capace di riconoscerlo, avrai una vita dura nei prossimi anni.
Un buon libro da leggere è “La fatica di essere sè stessi” di Alain Ehrenberg, sociologo di fama mondiale che nel suo libro è uscito dalla dicotomia freudiana del permesso/proibito per entrare nel rapporto tra responsabilità individuale e iniziativa. Oggi si parla di responsabilità sociale dell’impresa, oppure della politica del fare, ricordate? Bella la definizione di Andrea Corona che rispecchia un po’ quello che vado dicendo da tempo e cioè:
[ba-quote]Merito dell’autore è quello di aver individuato l’affacciarsi di un nuovo tipo di soggetto che, per sfuggire al senso di inadeguatezza e quindi alla depressione, ha come sola alternativa quella di autopromuoversi e di investire su se stesso: «l’equilibrio interiore comincia a trasformarsi in un immenso composito mercato, e la dinamica dell’autostima mette in funzione un vero e proprio business delle relazioni pubbliche, con un linguaggio proprio, una letteratura propria e tecnologie proprie». E questo, credo, sia un tema che ci riguarda molto da vicino.[/ba-quote]
Il social networking non è questo. E non è una moda o una via di uscita dalla crisi. Il social networking è un processo evolutivo tutto’ora in intinere che sta mostrando solo ora quale potrebbe essere il futuro; non è un campo di battaglia dove è necessario esserci per costruire la propria reputazione con tecniche di marketing che appartengono al secolo scorso. Sì certo! Qui sui social networks costruisci la tua reputazione ma non è un processo definibile con un progetto editoriale o di comunicazione ma con un processo interno di valorizzazione e di identificazione del sé.
Nei processi di iperstandadizzazione delle organizzazioni aziendali, partendo dalle linee di produzione fino agli uffici dove il controllo di processo, il controllo di bilancio, il controllo di gestione è parte integrante e ineluttabile di una impresa “solida” e sana, il web 2.0 ha liquefatto il presente e lo ha stravolto. La persona entra nel centro e costituisce il fulcro primario di un microcosmo relazionale che si esprime in un luogo energico di condivisione delle esperienze e della conoscenza, attraverso strumenti interattivi sempre più potenti ed open space, sì, open space. Il web è il più grande open space del mondo. L’iper-razionalismo tecnico impallidisce davanti all’irrazionale umano e cerca di evitarlo, di distruggerlo, minimizzarlo, renderlo inefficace. Ma in un mondo che si prospetta essere a tempo esponenziale multireale e metafisico, la standardizzazione farà la fine del merluzzo del Baltico …
Oggi si inizia a parlare di organizzazioni leaderless, si parla di orari aperti, di funzioni aziendali variabili, di processi irrazionali, di multicooperazione, di creatività cogenerata … E allora abbandonatevi alla comunicazione, togliete legacci, legami, paure. Potenziate il vostro io senza paura di offendere nessuno. Chi ama e rispetta sé stesso, amerà e rispetterà ancor meglio tutti gli altri.
Amare… amare … amare … L’amore è felicità.


