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Mi sono sempre rifiutato di accettare l’etichetta del Social Media Manager o del Social Media Strategist o del Social Qualche Cosa. Ha un non so che di forzato, di inutile, quasi offensivo e riduttivo. E poi nemmeno mi ci vedo come esperto. D’alltronde, chi davvero può definirsi esperto in un “campo” così nuovo eppure così antico?

Tra l’altro definire Media una rete sociale mi fa rabbrividire. Capisco l’aspetto mediatico dell’interfaccia, capisco che si possa definire Facebook ANCHE un mezzo di comunicazione di massa, o meglio un sistema di relazioni di massa, forse è ancora meglio, ma gli aspetti comunicativi, le dinamiche e le proprietà della comunicazione rimangono a mio avviso le stesse che conosciamo da quando abbiamo iniziato a parlare diverse migliaia di anni fa.

Oggi ho fatto un po’ di pulizie sul mio profilo Linkedin e ho notato che tra le centinaia di richieste di contatto che avevo aperto, almeno la metà erano di persone che si definiscono Social Media Qualche Cosa. Mi sono incuriosito è ho guardato cosa fanno, come si presentano, qual è la loro influenza, come comunicano, che presenza hanno sui social networks e sono rimasto mediamente, anzi più che mediamente, deluso.

Non puoi definirti Social Media Qualche Cosa se poi tu sei il primo a non essere “social”. Ma poi, social di che?

Se vado su un sito di una grande agenzia di pubblicità trovo ciò che mi aspetto e cioè la capacità di comunicare anche per sé stessi. L’idea che il calzolaio debba per forza andare in giro con le scarpe rotte, non è una buona idea.

Ma la mia esplorazione continua. Bene, sei Social Media Qualche Cosa. Di cosa parli di bello? Chi sei? Come ti poni agli altri? Che tipo di personalità hai? Cosa dici? Di cosa parli? Cosa ti piace o non ti piace? Se sei “social” fammi vedere come “socializzi”.
E qui continuano le delusioni. Che il social networking possa dare spazio a nuove frontiere e nuovi mestieri è assodato ed è bellissimo che lo sia. Ma un mestiere non è fatto da un menù di ristorante dove elencare servizi come fosse la lista delle pizze in offerta. Un mestiere è fatto di amore, di passione, di pancia! Vabbè, ci sta la battuta, la mia pancia ha dimensioni ragguardevoli…

Soprattutto in un contesto relazionale, dove quello che conta non è solo quello che dici ma come lo dici e a chi lo dici, con tutti gli errori che immancabilmente puoi fare quando ti esponi, il Social Media Qualche Cosa che parla a protocolli e “To do List” mi sa di pecoreccio.

Il social networking è l’insieme delle azioni che tu fai per costruire la tua rete sociale o, cosa assai più complessa, quella di altri siano essi persone, enti ed istituzioni. E’ un mestiere dannatamente complicato e delicato che può essere inserito solamente in un progetto strategico ampio e visionario, se lo fai per altri. Ed è proprio qui che casca l’asino!

Se il tuo cliente non capisce l’importanza di una rete sociale e la considera solo come potenziale bacino di ascoltatori delle proprie offerte commerciali e poi fruitori possibilmente (il problema delle conversioni) non se ne esce. Anche il più bravo Social Media Qualche Cosa si troverà a dover protocollare e mettere in atto azioni che servono un po’ a poco. Ci vuole collaborazione e capacità di convergere l’attenzione del cliente sulle opportunità che le reti sociali possono dare.

Le reti sociali, se ben gestite e comprese, accorciano le distanze di incomunicabilità tra mittenti e destinatari dei messaggi commerciali. Quando poi si è stati capaci di instaurare veri e propri rapporti fiduciari con il pubblico, le conversioni aumentano a livelli esponenziali.

La cosa interessante che ho notato dalla mia esperienza in materia è che però per arrivare ad un buon livello di credibilità e di influenza, soprattutto quando si fa “personal branding”, occorre saper parlare con la pancia! A volte, essere “viscerali” porta a scoprire il lato umano di noi stessi e questo, nei rapporti interpersonali aiuta molto. Il giusto equilibrio cervello/emotività è il modo migliore per farsi conoscere sul serio e creare relazioni stabili e fiduciarie. Personalmente non mi sono mai fidato troppo delle persone che oltre alla loro professione non sono mai in grado o non vogliono anteporre un piccolo spaccato di ciò che davvero sono.

Con questo, non voglio certo dare un colpo mortale alla categoria dei Social Media Qualche Cosa. Non credo di averne l’autorità e nemmeno le competenze per farlo. Anzi, ci sono professionisti che seguo da tempo, davvero in gamba. Io ad esempio seguo con gusto le scorribande di Galatea Vaglio ma questo è risaputo.

Ma bisogna ricordarsi che stiamo parlando di RELAZIONI, soprattutto su Facebook più che su Twitter e per un’azienda è difficile immaginare quanto questo possa influire positivamente o negativamente sulle proprie attività commerciali. Occorre fare leva sulla pancia!

andreas-piccoloRecentemente sono stato coinvolto in una interessante conversazione su Facebook a proposito dei sistemi scolastici e della preparazione del corpo docenti ai nuovi media e all’uso del web. Uso del web … Mi chiedo ancora se davvero sia corretto parlare di “uso del web” come se il web, possa essere usato. Ho sempre definito il web come un meta-luogo e l’uso di esso è una proposizione alquanto primitiva.

La cosa più interessante del dibattito però era la differenziazione tra virtuale e reale. Per gli interlocutori, il mondo virtuale, cioè il web non ha legami e affinità con il mondo reale. Ciò che succede nel “mondo” virtuale è appunto virtuale e non influisce sulla storia delle persone nel mondo reale e quando questo succede è da considerare come una devianza patologica o meglio ancora una sorta di eziopatogenesi 2.0 che rende le persone schiave di un mondo che non esiste. Anzi, il mondo virtuale distoglie, rompe le abitudini e distrugge i paradigmi sociali a tal punto secondo questi, che le derive comportamentali che portano alla sociopatia sono proprio da attribuire all’attitudine a passare più tempo nel mondo virtuale che reale.

Mi chiedo come il corpo dicente possa portare i propri alunni allo soglie non dico nemmeno del futuro ma del presente, se la mentalità è ancora questa. Il mondo virtuale in realtà si interseca ormai in modo così profondo e stretto con il mondo reale da divenirne una una simmetrica dimensione che interagisce con le nostre vite tutti i santi giorni.

Se il mondo virtuale fosse “solo” virtuale, non esisterebbero più le banche, non esisterebbero le transazioni finanziarie, non esisterebbero nemmeno più i conti correnti. Gli stipendi vengono ormai pagati via bonifico bancario con numeri “virtuali” che di virtuale non hanno proprio nulla, anzi. Il 60% delle relazioni matrimoniali oggi nascono dal mondo virtuale attraverso siti appositi, sei relazioni su 10 !!!! Il commercio elettronico cresce a due cifre ogni anno e solo in Italia che è fanalino di coda, produce un fatturato globale di 13 miliardi di Euro per decuplicare nei prossimi 3 anni. Nei prossimi 4 anni il commercio elettronico peserà per quasi l’8% del PIL Italiano. Cosa c’è di più reale di questo, non saprei!

La differenziazione sostanziale tra reale e virtuale dove il virtuale è tutto ciò che è legato al web, è fuori luogo. E’ come voler pagare ancora tutto in cash, ormai nemmeno il fisco te lo permette più, devi usare la moneta virtuale o elettronica: la carta di credito o il bonifico bancario. Gli assegni in Paesi come la Svizzera non si usano più da un pezzo!

Intestardirsi nel non voler comprendere che il virtuale è dannatamente reale e aggrapparsi al mesozoico è credere ancora che nel lago di Lock, Nessie sopravviva da 200 milioni di anni. Vogliamo provare a fare un salto mentale che rispecchi i cambiamenti in atto nel mondo?

In fin dei conti, quanti di noi intrattengono quotidianamente relazioni anche importanti attraverso i social network? Io personalmente ho conosciuto persone grazie a Facebook e LinkedIn che oggi sono mie amiche o addirittura sono persone con cui ho rapporti stabili di lavoro. E continuiamo a frequentarci anche si social networks. Sono stato coinvolto in vere e proprie “risse” dialettiche sul web esattamente come se fosse successo in un bar e ho potuto scambiare opinioni e idee che avrebbero potuto uscire allo scoperto anche e sottolineo anche al ristorante con degli amici. Non cambia nulla. L’unica cosa diversa è l’interfaccia di comunicazione ma le persone sono sempre le stesse.

Non esiste più quindi una netta separazione di mondi e chi si ostina ancora a crederlo farebbe meglio a guardarsi in giro: il mondo è cambiato!

Pochi giorni fa sono stato protagonista e vittima di un confronto piuttosto animato e pesante con una persona su Facebook con il quale ero collegato come “amico”. Al di là della polemica che ne è scaturita, di chi abbia o non abbia ragione del relativo flame che ne è derivato è interessante capire come ci siano modi diversi di interpretare le “amicizie” e le connessioni relazionali e come sia anche differente il modo di considerare e accettare le dinamiche di un social network. C’è chi pensa si avere diritti, chi pensa che vi siano doveri ma ci si dimentica che spesso certe dinamiche relazionali non sono dipendenti da modalità scritte e accettate ma da una sorta di aspettativa che interpreta o meglio guida i comportamenti di un gruppo.

A questo proposito, mi piace molto ciò che il mio carissimo amico e avvocato Marco Zelocchi scrive basando le sue considerazioni sulla vicenda che mi è capitata. Credo che ci sia molto materiale per fare delle riflessioni importanti.

Ricopio qui il testo integrale e inserisco nel finale il link direto alla pagina di facebook.

LA COMUNICAZIONE TRA PERSONE E’ UN FATTO DELICATO: FACEBOOK E’ UNA PIAZZA, UN UDITORIO, UN BAR, UNA TAVOLATA DI AMICI, UNA CASA PRIVATA CON LA PORTA SOCCHIUSA, O TUTTE QUESTE COSE INSIEME?

Nei giorni scorsi, ho visto un c.d. flame tra “amici di facebook”, una divergenza di vedute che è diventata, nei fatti, uno scontro acceso, e che ha creato anche consensi da ambo le parti, e perciò, due piccole fazioni, oltre ad una maggioranza silenziosa, e a qualche intervento diplomatico che, mi sembra, paragonasse l’eccessiva vis polemica, ad una bambinata.

Sono un giurista, perciò il fatto mi ha incuriosito. Facebook è uno strumento di conversazione particolarissimo, i cui schemi formali ed i cui canali sono variabili, e configurabili in base alle scelte dell’utente. Perciò, anche se potrebbe distrattamente sembrare un mezzo semplice da capire, e da gestire, non lo è affatto.
Situazioni come bisbigliare in un orecchio in presenza di una piccola cerchia, telefonare con qualcuno vicino ad microfono un microfono acceso, su un podio, davanti ad uno stadio gremito, o parlare tra sè e sè, con telecamera accesa in mondo visione, rende l’idea di enormi differenze di significato nella comunicazione.

Il problema è che nel mondo di facebook, tutte queste situazioni, sono accomunate da un unico gesto empirico molto visibile: una persona che digita qualcosa alla tastiera di un computer.

E poi la parola “amici”. Fuorviante. Certamente lo è per la cultura italiana, che distingue gli “amici”, dai “veri amici”, dagli “amici del club”, dagli “amici di vista”, dagli “amici del partito”. Sempre lo stesso sostantivo, per dimensioni di vicinanza, empatia, sintonia, e lealtà completamente diverse.

Allora, cosa succede quando qualcuno non interpreta nello stesso modo, la parola “amicizia” che corrisponde all’attivazione del link primario di facebook?

L’osservazione della casistica è interessante, perchè è molto varia, e dimostra che l’uso inconsapevole di facebook può rivelarsi assai insidioso.

L’assenza di differenti link primari (come “conoscenza”, “membro di gruppo”, “amicizia”, “profonda amicizia”, “legame familiare”, mette vicino persone estranee, a parlare insieme, e le espone a linguaggi, contenuti, simboli, fini, culture, le più diverse, il tutto, naturalmente, con la prospettiva di una più o meno ampia, o totale, ed eterna, notorietà, fino alla cancellazione.

Perciò sembra ovvio: qualche volta, la dimensione non è tanto quella del valore in sè del comportamento sociale, ma della distanza culturale tra le persone, e della diversa interpretazione della “prossemica” sociale e verbale, in occasione di una conversazione, a sua volta declinata nei principali rapporti di intimità o di pubblicità che sono offerti dalle scelte di prvacy o di esposizione all’intero web, del proprio pensiero.

La mia conclusione, è che possono verificarsi incomprensioni, e di per sè, la prima manifestazione, non è un fatto sicuramente evitabile. Il mondo è grande, le matrici culturali, a volte molto diverse, perciò la prima manifestazione di dissidio è un fenomeno che può verificarsi, anche per cause fortuite.

La differenza, la responsabilità, sta nel modo in cui viene gestita la divergenza: perchè il valore delle parole non è il medesimo in tutti gli ambienti, con l’ulteriore difficoltà che non tutte le persone possiedono l’informazione sufficiente per comprendere a fondo questo dato di fatto del mondo reale.

In conclusione, resta sempre la vecchia regola: l’amicizia di facebook è un link informatico: si stabilisce, e si interrompe, e questo non è di per sè sintomo di “amicizia”, nel suo senso comune, pur distinguendo le ulteriori varianti culturali.

Ecco perchè l’insidia non può che permanere: comprendere che la comunicazione su facebook è del tutto uguale, in via di metafora, con le situazioni della vita reale, è una regola d’oro per l’utilizzo del proprio diritto di parola.

E, come ogni diritto di parola, in una comunità, non è un diritto, ma è una facoltà autorizzata da un sistema di consenso, sul buon uso del diritto.

Mi sembra un po’ come nel codice della strada: avere la precedenza non è un diritto, ma è l’aspettativa che chi si deve fermare per rispettare il nostro diritto di precedenza, lo faccia spontaneamente. Altrimenti, si rischia lo scontro frontale, con tanto di morti e feriti, che nel caso specifico sono i bannati e le manifeste inimicizie.

Dopodichè, il sapere chi era nel diritto di passare, e chi era nel dovere di fermarsi, non potrà essere che affare di tribunali, che si cimenterà con il diritto di espressione e di parola, e con gli ordini di cancellazione e in generale con tutte le declinazioni giuridiche che conosciamo nel mondo reale.

Questo è facebook, e penso che potrebbe essere interessante riconoscere l’opportunità di un corso di sicurezza verbale, in rete, specialmente per i più giovani, e per le persone sguarnite di qualche conoscenza, anche sommaria, dei diritti e dei limiti in fatto di libertà personale, di “domicilio informatico”, di libertà di espressione, e di rispetto della libertà di associazione altrui.

Ecco il link: https://www.facebook.com/marco.zelocchi.carpi.mo.it/posts/542007469176537

andreas-piccoloFa bene ogni tanto scambiare qualche breve messaggio con Nicola Fabbri su Skype, soprattutto verso sera, quando gli occhietti si fanno stanchi e la mente è sgombera dai problemi risolti in giornata. Fa bene perchè si entra in una dimensione del pensiero che ti porta a guardare cos’hai davvero davanti.

Se poi tutto questo lo si sposta in un’altra stanza dove Alex ti aspetta con la birra in mano pronto a fare super-brainstorming sui perchè e i percome delle cose, ci si trova a ragionare davvero sul percorso professionale che stiamo facendo.

Certo il titolo è tutto un programma: che relazione può esistere tra una rete sociale e la propria identità espressiva? Esistono vasi comunicanti? Esistono “stanze di compensazione”?

Innanzitutto dobbiamo intenderci sul termine “identità espressiva”. Tutti noi abbiamo una identità e la esprimiamo attraverso gesti, parole, comportamenti, atti pubblici, forme di comunicazione artistiche e via dicendo. Ognuno d noi ha un “carattere” un mood, un modo di essere e di identificarsi con gli altri. Questa identità espressiva è il nostro io pubblico, quello che appare agli altri di noi, perché lo abbiamo espresso, lo abbiamo palesato agli altri. L’identità espressiva ci diversifica, ci differenzia dagli altri individui e questa differenza può avere un valore.

Le relazioni che esistono perciò tra rete sociale o social network e identità espressiva sono enormi e strettissime. Pochi immaginano che tra pochi anni, le assunzioni per un posto di lavoro verranno fatte quasi e solo esclusivamente attraverso le reti sociali analizzando l’identità espressiva del candidato. Pochi immaginano che anche le relazioni commerciali non saranno più basate solo su fredde richieste di offerte e preventivi, ordini, pagamenti e spedizioni ma avranno una fortissima componente relazionale che a sua volta si basa su “meccaniche” espressive che formano l’identità degli individui che si relazionano tra di loro.

LinkedIn è un esempio forse ancora embrionale di questo aspetto. Il tuo profilo su Linkedin, tanto interessante, variegato e completo quanto vuoi, non avrà nessun appeal se non accompagnato da una vera e propria presenza online che si articola in modo più o meno complesso e che definisce l’identità espressiva di una persona. E’ proprio come sta e sei sul web, che rende vincente o perdente il tuo curriculum online.

Aggiungiamo un elemento fondamentale a questo binomio rete sociale e identità espressiva: la memoria. Già! Proprio quella. La “rete” è diventata la nostra memoria storica. La “rete” registra tutto quello che facciamo, come ci comportiamo, cosa diciamo, come lo diciamo, a chi lo diciamo e ricorda ogni cosa. Dobbiamo essere pronti a comprendere che se da una parte riservatezza e privacy sono concetti importanti della nostra vita di tutti i giorni, dall’altra, sono elementi che possono avere davvero poco senso se, ovviamente coscienziosamente, diamo valore, peso e giudizio alla nostra identità espressiva. O sei pubblico o non lo sei, non esiste esserlo solo un pochetto.

Il social networking impone una capacità di autocoscienza non comune. E l’autocoscienza impone pensiero, anche dubitativo, a cui non siamo abituati. E’ curioso notare che il percorso di avvicinamento ad un social network fatto con consapevolezza e coscienza, impone l’uscita da quelle che io ho sempre definito gabbie mentali dorate sì ma prive di identità espressiva.

Ma allora la domanda che sorge spontanea è: ma chi non sarà presente su un social network, sarà inesistente? Underground? La risposta è sì. In futuro sarà così. Quando sarà questo futuro lo ignoro ma i segnali sono evidenti. E’ però vero che dipende anche dalle scelte. Se la scelta è consapevole e voluta, anche stare fuori può avere un significato. Ma queste sono scelte estreme, più ascrivibili ad un artista genio o a un pensatore dedito all’ascetismo in chiave moderna. Per gli altri sarà un po’ come abitare “da qualche parte” senza fissa dimora, senza un numero civico, una via o un telefono dove essere rintracciabili, certamente molto romantico ma finisce lì.

Ai miei clienti faccio fatica a spiegare tutto questo. E’ un salto culturale e mentale non facile. Lavorare sulla propria identità è come lavorare sul brand della propria impresa, non ci sono enormi differenze. Ma è anche vero che il concetto di branding è quanto di mai lontano ci sia nel mondo delle imprese soprattutto italiane manufatturiere.

Alex, a te la palla! :-)

Oggi si parla di rete, soprattutto dopo il successo del Movimento Cinque Stelle alle elezioni politiche italiane di qualche giorno fa. La rete dice, la rete fa, la rete è. Ciò che succede in rete è nuovo, è creativo, è socializzante.

La rete sembra antropomorfizzarsi come fosse un guru visionario del futuro. Ma è vero questo? Che Casaleggio & Co. abbiano individuato nella rete il luogo ideale per dare un nuovo significato alla politica e alla partecipazione, se non meglio compartecipazione della cittadinanza alla vita politica del Paese, non c’è alcun dubbio. Ma che la “rete” come espressione generica del concetto forse più corretto di “media sociale” sia davvero già ora il presente di cui abbiamo bisogno, mi lascia qualche perplessità.

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