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Nel 2004 Tim O’Reilly definì il Web 2.0 come la nuova tendenza ad utilizzare Internet come una piattaforma, ossia un sistema fatto di applicazioni web capaci di creare network tra le persone e di coinvolgerne il maggior numero possibile nel loro utilizzo. Circa un anno dopo Facebook fu lanciato sul web. Da allora sono passati cinque anni, ma il fenomeno è in continua ascesa.

Due sono i concetti chiave alla base di Facebook: trovabilità umana e capitale sociale. Il primo è un concetto preso in prestito dall’architettura dell’informazione, il secondo dalle scienze sociali. Vediamo di seguito i loro dettagli.

Trovabilità umana

La trovabilità è un concetto che in genere si applica alle risorse elettroniche presenti in rete. Esso coinvolge sia l’organizzazione interna dei contenuti di un sito, sia il posizionamento esterno sui motori di ricerca.
L’utente cerca per trovare qualcosa: ecco il cardine fondamentale di questo principio. Potremo definire la trovabilità come un requisito fondamentale per il corretto funzionamento del Web. Se nessuno trovasse quello che cerca in Rete, la Rete smetterebbe di essere un medium così usato.

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In questi ultimi giorni, sull’argomento ho letto e sentito di tutto. Un articolo interessante, è apparso sul blog di Stefano Mizzella, che restituisce un po’ di chiarezza sull’argomento e spiega in modo molto preciso quali sono le relazioni che esistono tra l’essere presenti sui social networks e il proprio brand.

Mi sento rivolgere molto spesso la solita domanda: “Le aziende e le organizzazioni no profit, come possono sfruttare i social networks per avere successo? E come si può misurare questo successo?”. Oppure: “Come faccio a vendere i miei prodotti su Facebook ?”. E così via di questo passo.

Calma e sangue freddo. Le domande sono molto spesso mal poste e denotano poca conoscenza del fenomeno. Innanzitutto, i social networks non si “sfruttano”, tantomeno per vendere. E’ un concetto piuttosto arcaico, tipico di chi ancora non è uscito dal suo mondo artigianale fatto di amore per il prodotto a discapito di quello del marchio, della sua essenza e dei valori che lo contraddistinguono. L’amore per il proprio prodotto, non basta, su un Social Network, per essere ascoltato, occorre lavorare e concentrarsi su sé stessi. E’ un salto mentale piuttosto complicato che fa brandelli la nostra cultura industriale novecentesca.

Cito ancora una volta Marco Poggi di Mida S.p.A. quando parla di “potenziamento del sé”; al di là che questo ha sicuramente rivolti e ricadute di vario tipo sull’individuo, mi piace appropriarmi di questo concetto anche per spiegare alle persone che mi interpellano, il percorso che queste hanno necessariamente bisogno di fare per STARE su un social network in modo vincente.

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Oggi è stata una giornata terribile e mettermi a scrivere un post, ora alle 19,30 è quasi disumano per i miei poveri miseri neuroni. Ma tant’è, avevo già intenzione di prender posizione su quanto è stato trasmesso da Report ieri sera su Facebook e sui social networks in genere, però tra una cosa e l’altra, non ho avuto nemmeno 5 minuti di tempo per mettere in fila i miei pensieri in merito.

Sembra che ora, alle 20:56 sia finalmente riuscito a trovare un attimo di tempo per scrivere, tra un rivolo di sudore, una bestemmia, una telefonata e una mail.

Ieri il leitmotiv sui social networks era il problema della sicurezza: il pericolo da parte di malintenzionati, in grado di impossessarsi dei profili di terzi e di gestirli per i propri interessi è visto come qualcosa di altamente probabile che avvenga. Ma non solo questo, diciamo però che la questione della privacy era il tema predominante. Beh, la questione della privacy così come è stata formulata e normata dal legislatore italiano ha davvero dell’incredibile, ma non è di questo che voglio parlare. Voglio invece denunciare l’ignoranza al limite dell’oscurantismo culturale che ruota intorno al web e al social networking a tal punto che anche una redazione solitamente attenta e informata come quella di Report, è incappata in quello che ritengo una vera e propria caduta di stile se non in un errore giornalistico di rara fattura. 

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Da stamattina mi rigira nella testa la canzone scritta da Michael Jackson e Lionel Richie a scopo benefico per USA for AFRICA. Quanto mai attuale questo brano, quanto mai mondiale, quanto mai “we”.

“…We are the world, we are the children
We are the ones who make a brighter day
So let’s start giving
Theres a choice we’re making
We’re saving our own lives
it’s true we’ll make a better day
Just you and me…”

Queste parole in qualche modo si riconducono a ciò che è successo nel mio commento precedente, un momento magico di scambio emotivo e di pensiero che mai e poi mai avrei pensato potesse essere possibile su questo blog. Mi sono davvero emozionato.

E la canzone ripete il suo ritornello … Noi siamo il mondo … We are the world … We è mondo, We è bambino. Si è come aperta una nuova finestra su un cortile mai visto prima, pieno di persone di ogni colore … We are ones who make a brighter day …


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Non è una novità che io parli spesso di WE ECONOMY. L’uscita del libro concepito e prodotto dalla Logotel è stata per me un’occasione per dare un volto e un nome preciso a ciò che in qualche modo avevo già teorizzato, forse con un po’ di confusione e poca chiarezza ancora.

Quando parlo di questo argomento, anche all’interno delle aziende, è come se si accendesse improvvisamente un fuoco rivoluzionario che spesso però si spegne quasi subito oppure prende dimensioni improvvise o sbagliate. Parlare di WE ECONOMY, di democraticizzazione dei processi gestionali, di co-progettazione, di stimolo creativo, di circolazione del talento creativo, di condivisione ecc… tutto questo viene a volte recepito solo come un modo più “aperto” di gestire le proprie relazioni sociali e affettive, anche all’interno dell’azienda. Niente di più.

La WE ECONOMY non è un gioco e nemmeno un manuale di bòn ton. La WE ECONOMY prende forza e vigore all’interno di quella che possiamo definire una vera e propria generazione digitale. Chi è al di fuori di questo gruppo generazionale, non tanto solo in termini di cultura informatica, ma di propensione alla trasparnza, alla condivisione di conoscenza, alla pratica partecipativa nei processi di progettazione e sviluppo, avrà ben poco di cui capire, della WE ECONOMY. Siamo nell’era del WEB 2.0 ma spesso al massimo si parla di web 0.2. La confusione su cosa siano davvero i social networks e quale ruolo possono avere nelle pratiche aziendali, regna sovrana anche spesso tra chi dovrebbe essere motore di evangelizzazione e termine di confronto.

La WE ECONOMY non è un trattato di psicologia! Può avere senz’altro dimensioni e forme che in qualche modo riconducono ad aspetti psicologici, ma sono conseguenti. La WE ECONOMY non è nemmeno una filosofia di pensiero o una teoria economica ma semplicemente è una metodologia che si esprime all’interno di un processo di cambiamento nel quale il web ha un ruolo chiave e guida, principale. Non capire il web oggi, significa non potersi esprimere al massimo nell’ottica di una WE ECONOMY.

Mi piace molto la definizione di Enzo Rullani, Professore di Economia della Conoscenza (guarda caso!) che dice:

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