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E’ incredibile quello che succede in 60 secondi sul web. Se pensiamo ad esempio che in 60 secondi si fanno 694.445 ricerche su google o che si producono 1.500 post nei blog non sono certo dati di poco conto. Se pensiamo che 1.500 post al minuto, nell’arco di una giornata sono 2.160.000 post al giorno oppure 788 milioni di post in un anno. Ma andiamo oltre, perché in un minuto nascono 60 nuovi blogs che a loro volta genereranno nuovi posts e il calcolo supera abbondantemente qualche miliardo. Interessante notare che dei 60 blogs che nascono al minuto, 50 sono realizzati con WORDPRESS che a sua volta porta a 125 PLUGINS scaricati in 60 secondi.

Sono numeri da capogiro e questo è niente. Im 60 secondi si inviano 168 milioni di emails, si producono 20 mila post su Tumblr e si scaricano più di 13 mila applicazioni per iPhone! In 50 secondi si caricano su Youtube 600 nuovi video per un totale di 25 ore di trasmissione.

Ma i dati davvero impressionanti che danno una idea di ciò che sta succedendo sono quelli relativi all’espansione dei social networks: in 60 secondi compaiono 100 nuovi iscritti su LinkedIn, 320 nuovi utenti su Twitter che genera un traffico di 98.000 Tweets! 98 mila tweets al minuto sono 141 milioni di tweets al giorno e 51 miliardi di tweets all’anno. Se prendiamo Facebook c’è da rimanere a bocca aperta: 510 mila commenti al minuto, 79 mila posts e, leggete bene, 696 mila cambiamenti di stato! Non oso fare calcoli su base annua, credo che mi scoppierebbe il MAC. Anche Flickr non è da meno con 6.600 foto nuove caricate, sempre al minuto.

Altri dati impressionanti potrete vederli dalla infografica in alto ma se pensiamo che l’andamento non è costante ma esponenziale, dovremo sicuramente cominciare a porci alcune domande. Il problema è che al momento attuale io stesso non ho domande da porre.

Starò alla finestra a guardare. Di sicuro è interessante!

Ieri primo giorno di scuola da Piero Ponti Sgargi. E’ stata una sorpresa per me vedere Piero come “docente” e devo confessare che è un OTTIMO docente. Sembra un vero maestro di scuola, dolce, paziente ma impeccabile nel suo ruolo.

Il primo giorno di corso per “Public Speaking” si è svolto con estrema semplicità e chiarezza. I miei compagni di corso oltre che simpatici, sembrano presi con il lanternino di Diogene: ognuno è incredibilmente diverso dall’altro, con il suo stile, il suo modo di fare e di porsi verso il pubblico. Saranno 6 settimane davvero molto interessanti. Abbiamo il timido, il professionale, l’ansioso, il gioviale e il fantasioso. Ce n’è per tutti i gusti!

La prima cosa che ho imparato è che la comunicazione verbale quando è rivolta ad un pubblico presente, risponde alle normali regole della comunicazione espressiva scritta che ho imparato io. Incipit, corpo centrale e conclusioni sono i tre punti cardini che reggono in modo efficace un atto comunicativo. La cosa interessante, per me assolutamente nuova è che la comunicazione verbale è molto più potente. Oddio, che sia cosa nuova no, ma un conto e vedere le cose dal punto di vista astratto, un conto è essere su un palco a parlare. Quando sei sul palco cominci a sudare, se non sei preparato.

Sicuramente, se vuoi essere efficace, devi essere preparato! Preparato sull’argomento che andrai a trattare e preparato anche sul tuo atto comunicativo, sul tuo specifico intervento. Andare alla carlona, improvvisando, può funzionare solo se sei un genio e anche lì …. In questo, Steve Jobs è stato maestro: lui andava sul palco con la sua maglietta e i suoi jeans, senza niente in mano se non il device di cui avrebbe parlato al mondo e iniziava lo show! Ma quanta preparazione prima! Quanto studio, quante prove. Eh no! Non si può improvvisare.

L’apice della curva di attentività di un pubblico, dura pochi minuti e se non sei bravo a cogliere l’attenzione del pubblico, ciò che dirai sarà dimenticato in un istante. La memoria a breve termine è appunto a breve termine e quello che rimane è sì e no il 10% di tutto il tuo discorso, se sei stato bravo.

Vedo ad esempio, nel mio mestiere, che si fanno enormi errori anche nei siti web. Valanghe di testo inutile, senza enfasi, senza capo né coda, per far contenti i webmaster che hanno bisogno di contenuti per un buon posizionamento. Avrai anche raggiunto tecnicamente l’eccellenza dal punto di vista SEO, ma tanto sei totalmente inefficace nella tua espressione e la gente non ti legge o peggio ancora non ti capisce.

La domanda inconscia che il pubblico si fa quando ascolta un oratore è: “perchè devo ascoltare questo tizio?”. La stessa cosa avviene sul web. Il navigatore si chiede: “Perchè devo leggere ‘sta roba?”. Se non sei chiaro nel tuo intento, il lettore salta ad altre pagine o addirittura cambia sito. La promessa di valore!!! Quella cosa che cerco di comunicare alla gente si chiama così: PROMESSA DI VALORE.

In un atto di public speaking, l’oratore deve illustrare anche lui la sua promessa di valore: di cosa parlerà, perchè il pubblico deve essere interessato e che vantaggio avrà ad ascoltarlo. Questo è il primo atto importante di comunicazione che un oratore deve fare. Beh, vale la stessa cosa anche per un sito web.

Invece vedo una montagna di improvvisazione! Il 90% dei siti web ha origine dall’improvvisazione. Di fatto è come l’oratore che sale sul palco e improvvisa un intervento. Se conosce bene la materia avrà sicuramente argomentato bene la sua esposizione, ma con tutta probabilità non sarà stato affatto efficace. Così vediamo la stragrande maggioranza dei siti web che inizia con il famoso “Siamo nati nel… e grazie all’esperienza di ….” e poi giù con le schede tecniche di prodotti o servizi. Come se l’opinione del lettore contase meno di zero. Come se il lettore, siccome è atterrato su quella pagina, sicuramente sarà interessato. Invece, una bella cippa!

La cosa che mi fa rabbrividire è che anche molti siti web delle agenzie web, che si occupano di comunicazione web, che si definiscono web strategist o web dei miei stivali, sono lo specchio di ciò che vendono ai loro stessi clienti. La cosa interessante è che molti di questi si propongono anche come social media strategist o cos’altro … Bisognerebbe metterli sul palco a parlare e così si rendono conto…

Sicuramente, se abbandonassimo quell’orribile tendenza del “fai da te” quando parliamo di comunicazione, magari quel 90% di siti web di cui sopra, funzionerebbero di sicuro molto meglio.

Oltre alle persone, nel prossimo futuro anche le macchine saranno collegate in rete. La rete internet “delle cose” coinvolgerà automobili, macchine industriali, sistemi di riscaldamento e persino le pale eoliche. Tutto sarà profondamente digitalizzato, connesso e interconnesso. Tutto sarà fruibile in rete, tracciabile e controllabile.

Non è ancora finita la rivoluzione di internet, non si è ancora completata, anzi in molti Paesi come l’Italia, il web è ancora un mondo oscuro, indefinito e spesso ritenuto pericoloso. Eppure, non siamo ancora in grado di capire che cosa significhi avere 5 miliardi di persone sempre connesse 24 ore su 24 che già la seconda era del web inizia prepotentemente a muovere i suoi passi. Alla rete delle persone si aggiungerà nei prossimi anni la rete delle cose. I Paesi che hanno compiuto il passaggio dalla banda larga a quella larghissima, hanno sicuramente un enorme vantaggio competitivo e la seconda rivoluzione del web è già in atto.

I grandi carrier mondiali come AOL, Deutsche Telekom, Hewlett Packard, CISCO e persino Apple in ultima istanza, si sono preoccupati di dare all’infrastruttura tutta la capacità tecnologica oggi possibile, dai cablaggi di rete, ai server, ai personal computers fino ad arrivare agli smartphones e ai tablets, questi ultimi entrati prepotentemente in gioco.

Nei prossimi anni non solo le persone, ma anche  macchine connesse in rete produrranno una infinità incredibile di dati che dovranno essere analizzati e controllati. La parola chiave che viene usata sempre più frequentemente per descrivere questo nuovo fenomeno evolutivo è BIG DATA. Il futuro apparterrà a tutte quelle imprese che sapranno utilizzare questa enorme mole di dati per memorizzarli, manipolarli e tradurli in occasioni di business e opportunità. I grossi centri produttivi si trasformeranno in gateways o portali produttivi a disposizione proprio di quelle imprese che sapranno gestirli secondo le necessità più “fresche” e avanzate del mercato in continua evoluzione e sempre più volubile. Le implicazioni e le prospettive future in questo senso sono enormi e ancora di difficilissima lettura.

Se pensiamo al Paese che infrastrutturalmente sta investendo di più sulla “rete” e cioè la Germania, il fenomeno comincia a diventare evidente. 3/4 della popolazione tedesca è oggi interconnessa in modo sistematico e regolare e 20 milioni di tedeschi utilizzano normalmente e giornalmente dispositivi mobili. Nei prossimi 10 anni tutta la popolazione tedesca sarà interconnessa regolarmente con banda ultralarghissima (1 terabit/sec) e il 90% con device mobili (tablets e smatphones). Già oggi, sono presenti e diffusi softwares per la gestione della propria impresa atti ad automatizzare diversi processi, a controllarli, a misurarli e a correggere eventuali deviazioni. Poter controllare un processo di produzione di una catena di montaggio attraverso la rete, magari a migliaia di km di distanza è realtà. E’ chiaro che ciò vale per tutti i Paesi tecnologicamente più avanzati e per quelli che sono fortemente impegnati a colmare il gap tecnologico come i Paesi del BRIC.

E’ probabile che nel 2020 più di 50 miliardi di macchine saranno interconnesse in rete in grado di produrre dati da analizzare e controllare. BIG DATA diventerà normalità, e per questo, le capacità di calcolo, di analisi e di memoria dei computers saranno sempre più grandi ed efficaci. E’ chiaro che in questo processo evolutivo si nascondono potenziali enormi per le imprese che sapranno fare buon uso dei dati in rete. Se solo pensiamo alla rete delle persone, cioè la internet che oggi noi conosciamo già abbiamo fenomeni in tal senso. Sappiamo che la presenza in rete di una persona lascia parecchie tracce che possono essere usate e analizzate. Ad esempio se navighiamo in rete e incappiamo in un sito di vendita online di telefonini e non ne compriamo nessuno, è altamente probabile che nelle settimane successive riceveremo informazioni commerciali sui telefonini in diversi punti della nostra presenza ( vedi “Ricerca adattiva e gabbia dei filtri“). Il customer journey è proprio quella “tecnica” che permette di seguire “il viaggio” di un utente attraverso la rete internet per carpirne le inclinazioni e le necessità al fine di preparare una vera e propria gabbia informativa tagliata su misura e permettere così alle marche di affinare le proprie campagne di marketing e portare il potenziale cliente all’acquisto.

A fronte di questo però, le macchine, rispetto all’uomo, produrranno molti più dati. L’aumento del traffico dei dati sulla rete aumenterà esponenzialmente di anno in anno. Se consideriamo solo i sensori di cui sono dotati le macchine i quali producono secondo dopo secondo un flusso di dati enorme, possiamo immaginarci il volume di traffico se pensiamo a 50 miliardi di macchine interconnesse. E’ un volume quasi difficile da calcolare. Prendiamo ad esempio i sistemi di controllo del traffico che saranno in grado di prevedere possibilità di incidenti stradali e da lì impartire una serie di procedure automatizzate atte a impedire l’eventuale catastrofe intervenendo sulla viabilità e sul traffico stesso: il volume di dati generabile, considerando anche i volumi di traffico nel mondo, sono enormi. Lo stesso sistema di controllo della viabilità potrà ad esempio collegarsi via internet ad una vettura e consigliare il conducente sul parcheggio più vicino, condurlo attraverso un sistema geolocalizzato fino alla meta evitando ingorghi o traffico incontrollato. Possiamo anche prendere ad esempio il sistema sanitario americano che ha delegato pesantemente la parte di analisi e diagnostica a strutture indiane, lontane migliaia di km, che analizzano e appunto diagnosticano. Se le macchine di analisi come ad esempio una TAC saranno collegate in rete, sarà possibile monitorare un paziente a distanza (triste ma vero).

Ma dirò di più, sarà possibile ad esempio ordinare la propria vettura nuova alla casa automobilistica preferita, controllarne il processo produttivo in catena di montaggio e stabilirne in loco colore, accessoristica e personalizzazioni, fino alla consegna a casa propria. Oppure possiamo prendere ad esempio i sensori di temperatura attivi, che collegati ad un termostato inventato da Tony Fadell (l’inventore dell’iPod) con la sua nuova azienda Nest Labs, si collegano a loro volta ai proprietari di una casa e si regolano in automatico con l’approssimarsi dei proprietari e l’allontanarsi oppure verificano la presenza di persone all’interno dell’abitazione e in funzione delle camere occupate regolano perfettamente la temperatura, il tutto via web collegato gli smatphones (domotica di 2a generazione). Per non parlare dei dati aggregati, disponibili, di un un intero complesso di abitazioni, collegate alla rete elettrica, che possono essere utulizzati massivamente per ottimizzare la meglio la somministrazione dell’energia elettrica nelle singole case a seconda dei consumi e delle necessità per fascia oraria, per numero di persone per famiglia ecc…. riducendo in questo modo sensibilmente gli sprechi e i costi.

Le implicazioni di tutto questo sono enormi e ancora difficili da immaginare. Io ne vedo di positive ma anche di negative. Una delle conseguenze negative sarà quella della diminuzione drastica del numero dei posti di lavoro: più automazione e meccanizzazione, meno lavoro umano, meno posti di lavoro. E’ un processo evolutivo inevitabile che porterà conseguenze pesanti a livello sociale in quanto non siamo ancora pronti ad accettare o comprendere nuovi sistemi sociali magari non più legati propriamente al consumo e all’economia di produzione. Il concetto di privacy e sicurezza verrà fortemente messo in discussione e anche su questo punto, non siamo ancora pronti a ridiscutere questi concetti secondo nuove modalità e nuove prospettive.

Comunque, che siano sensori umani o meccanici, essi producono dati, dati che devono essere memorizzati, analizzati e convertiti e aggregati in enormi “nuvole” (clouds) finalizzandoli alla gestione di processi più o meno complessi che influenzeranno in futuro la vita di tutti noi. Tutto questo sarà possibile attraverso la rete internet che renderà l’intero mondo assolutamente programmabile. C’è di che pensare!

Avrei voluto scrivere altro oggi, visto quello che sta succedendo in Italia, ma mi sono ripromesso per il momento di tacere, almeno su questo blog. Tanto è inutile. Così prendo spunto da un articolo decisamente ben scritto di Paola Cinti sul proprio blog e mi accingo a spiegare che cosa c’entrino scuola, bicicletta e indigeni digitali.

Paola parla dei “tardivi digitali” cioè di coloro che non sanno, che non possono o peggio ancora non vogliono riconoscere la realtà del mondo digitale e in qualche misura rimangono indietro. Soprattutto, i peggiori sono gli ultimi cioè coloro che non vogliono capire ma hanno la presunzione di pensare di avere ragione. A questi ricordo sempre che quando fu inventata l’automobile e questa cominciò a circolare per le strade, questi tardivi non volenti, dicevano e sostenevano che l’auto non avrebbe avuto futuro e continuarono a girare a cavallo ….

Esiste però la categoria degli indigeni digitali o nativi digitali. Sono coloro che sono nati nell’era digitale come noi siamo nati nell’era dell’automobile e di certo non torneremmo a montare i cavalli. Questa categoria di persone, molto giovane, è nata tra iPod, smartphones, social networks, messaggistica digitale, web 2,0 ed è talmente integrata in questo mondo digitale, da non poterne fare a meno. Provate a regalare un telefonino “tradizionale” senza schermo “touch-screen” sul quale scaricare le “app” più disparate e come minimo ve lo vedete tornare indietro, al volo, direzione faccia! 

I ragazzi di oggi sono utilizzatori di tutti quegli strumenti digitali che per noi 40enni sono una conquista. Per i ragazzi di oggi, la tecnologia digitale è scontata, per noi è una scoperta. Non è cosa da poco e le differenze sono enormi. Una delle differenze, probabilmente quella più sostanziale è che per i nativi digitali o indigeni digitali, l’accesso alla tecnologia digitale è spesso inconsapevole quanto per noi è incomprensibile. Paola racconta dei tardivi digitali, coloro che non sanno o che non vogliono fare uso delle tecnologie digitali mentre i nativi digitali ne fanno uso ma non sanno il perchè. E’ un bel problema!

L’accesso alle tecnologie digitali oggi, significa entrare in un mondo interconnesso, fatto di condivisione e di realtà aumentata che potenzia le capacità relazionali e comunicative umane a livelli che non conosciamo ancora. Accedere alle tecnologie digitali significa crearsi opportunità di cui non sospettiamo nemmeno l’esistenza. Ecco perchè più è ampia l’incoscienza degli indigeni digitali più un intero sistema sociale o sistema Paese rischia di rimanere in una sorta di arretratezza culturale da buio medievale.

Siamo nella situazione in cui alcuni “esperti” coscienti delle meraviglie della tecnologia digitale devono dare coscienza agli indigeni digitali affinché questi tornino ad andare a scuola in bicicletta, da soli, senza doversi fare accompagnare. Già perché il problema è proprio qui: succede anche nella società odierna che i nostri ragazzi non sono più nemmeno abituati ad andare a scuola da soli in bicicletta come facevamo noi alle elementari. Abbiamo creato un mondo, anche di insulse e inutili giustificazioni, che impedisce ai ragazzi di prendere coscienza della loro esistenza e di responsabilizzarsi verso il mondo che li circonda. Tutto cade dall’alto come la manna, come se fosse dovuto o peggio ancora, come se fosse naturale.

E così la violenza diventa naturale, lo sballo è naturale, la discoteca a 13 anni è naturale, impasticcarsi è naturale e via di questo passo. In questo modo si giustifica tutto e il contrario di tutto. Allora succede che il bambino non può andare a scuola in bicicletta da solo o con i mezzi, perché il mondo è violento o c’è troppo traffico esattamente come la mamma impedisce l’accesso alla figlia a FACEBOOK perché è pericoloso e lì si nascondono pedofili. Purtroppo poi la mamma in questione non è “digitalizzata” e dei social networks sa a malapena ciò che è stato rappresentato al cinema.

Così, gli indigeni digitali nostrani, soprattutto nostrani, usano Facebook senza sapere il perché, senza averne piena coscienza, senza capirne vantaggi, svantaggi, modalità, opportunità. Difficile che un Social Network Manager giovane e brillante possa uscire oggi dalla categoria degli indigeni digitali, almeno in Italia. Non dico che sia impossibile, dico che è difficile anche se qualcuno c’è. 

Uno dei grossi problemi è proprio la scuola. Nelle scuole, il mondo digitale fatica ad entrare anche e soprattutto per incapacità e poca lungimiranza del sistema e dei dirigenti scolastici. Pensare di sostituire i libri scolastici con un tablet è come bestemmiare. Eppure Marco Chan, “mon President” dell’Unione Comunicazione in CNA lo dice spesso: perché non dare la possibilità alle famiglie di poter accedere anche a costi contenuti alla tecnologia digitale per “formare” i propri ragazzi e renderli più coscienti di ciò che stanno usando? Sapete cosa spende mediamente una famiglia ogni anno per i libri di scuola? Molto di più di quello che spenderebbe per un buon tablet con i testi scolastici trasformati in ebooks a basso costo. Sicuramente sarebbe molto più ecologico oltre che formativo e al passo con i tempi. Ma alla lobby degli editori di testi scolastici potrebbe piacere? E agli insegnanti che prendono la “stecca” ?

Come possiamo ad esempio parlare di Open Data e Open Government che sono l’obiettivo più importante della tecnologia digitale legata alle relazioni e alle organizzazioni dei sistemi Paese, se non riusciamo poi a produrre cervelli in grado di capire le opportunità che abbiamo davanti? 

Dovremo tornare a insegnare ai nostri ragazzi ad andare in bicicletta a scuola, da soli, destreggiandosi tra pericoli e traffico facendogli capire così cosa significa orientarsi da soli in un mondo sempre più complesso e articolato. Altrimenti finiremo per creare un mondo fatto solo di violenza e soprusi retto da pochi eletti, tecnocrati e ricchi sfondati.

 

Da WIKIPEDIA:

Con l’espressione “Open Government” – letteralmente “governo aperto” – si intende un nuovo concetto di Governance a livello centrale e locale, basato su modelli, strumenti e tecnologie che consentono alle amministrazioni di essere “aperte” e “trasparenti” nei confronti dei cittadini. In particolare l’Open government prevede che tutte le attività dei governi e delle amministrazioni dello stato debbano essere aperte e disponibili, al fine di favorire azioni efficaci e garantire un controllo pubblico sull’operato. Il primo concetto l’apertura fa riferimento alla capacità di enti e istituzioni pubbliche di ridefinire le modalità di approccio e relazione con i cittadini e le comunità locali (rispetto agli schemi burocratici tradizionali) nella direzione di forme di interazione basate su bidirezionalità, condivisione e partecipazione ai processi decisionali dell’amministrazione, attuabili mediante i nuovi strumenti digitali. Secondo il concetto di trasparenza, le amministrazioni sono chiamate a consentire, stimolare e facilitare i cittadini nelle attività di controllo continuo dei processi decisionali all’interno delle istituzioni, a tutti i livelli amministrativi e attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie. La “trasparenza” di un’amministrazione è connessa alla libertà di accesso ai dati e alle informazioni amministrative da parte dei cittadini, nonché alla condivisione di documenti, saperi e conoscenze tra istituzioni e comunità locale. In entrambi i casi apertura e trasparenza le nuove tecnologie della comunicazione rappresentano gli elementi abilitanti dell’Open Government, che rendono il processo di rincofigurazione di modelli, strumenti e tecnologie all’interno delle amministrazioni effettivamente sostenibile, tanto dal punto di vista tecnico- operativo quanto di quello degli investimenti da affrontare. L’Open Government, dunque, rappresenta un modello di amministrazione che chiama gli enti e le istituzioni pubbliche a ripensare gli schemi operativi e i processi decisionali consolidati, in particolare dal punto di vista delle modalità e degli strumenti attraverso i quali si espleta la relazione con il cittadino. Un modello “open” all’interno delle amministrazioni pubbliche centrali e locali, difatti, si contraddistingue per forme di discussione e collaborazione con i cittadini, così come per azioni di comunicazione aperta e trasparente nei confronti della comunità locale. In una logica di Open Government le amministrazioni mettono al centro la comunicazione e la collaborazione con i cittadini, sono aperte al dialogo e al confronto diretto e partecipato con i privati e quindi focalizzano i processi decisionali sulle effettive esigenze e necessità delle comunità locali. Centralità del cittadino, amministrazione partecipata e collaborativa, insieme a trasparenza, apertura dei dati e delle informazioni e alla loro condivisione attraverso le nuove tecnologie digitali ( Internet e il Web in primo piano) quindi, sono i tratti distintivi dell’Open Government. L’origine della dottrina viene fatta risalire ai concetti filosofici dell’Illuminismo, e in particolare alle tesi politiche di Montesquieu e Antonio Genovesi. Attualmente l’Open Government ha avuto una larga diffusione nei paesi anglosassoni, in Canada e in Australia; e si va affermando anche in Europa.

Qualche anno fa, così per scherzo, ho voluto usare una piattaforma open source francese per la gestione di una directory. Tutti mi hanno detto che non serve a nulla, tempo sprecato, spazio sprecato, risorse sprecate. Guardate che fine ha fatto la dmoz …. Una volta per far salire il pagerank del proprio sito, essere linkati in dmoz era un “must”. Oggi è sempre meno importante.

Ma sinceramente noi non ci siamo preoccupati di queste cose. Che una directory sia importante, che non lo sia, che sia funzionale al pagerank che non lo sia … A volte le cose si fanno e basta, tanto per vedere l’effetto che fa. E che effetto! Senza colpo ferire, senza diventare matti, senza spendere ore e ore di lavoro matto e disperatissimo, la nostra piccola directory cresce. Sono più di 2.300 i siti recensiti e forse adesso un qualche piccolo lavoro di aggiornamento sarà necessario. 

Ogni giorno arrivano richieste di inserimento a tal punto che se non facciamo attenzione, rischiamo come è successo di recente di avere in coda più di 300 richieste, che ci hanno massacrato!

Qualcuno mi dirà che 2300 siti sono una bazzecola. Lo so! Ci sono directories con decine di migliaia di siti. Se è per questo ci sono anche un miliardo e 300 milioni di persone in Cina! E chi se ne frega. Per me comunque è una soddisfazione. Fine!

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