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andreas-piccoloFa bene ogni tanto scambiare qualche breve messaggio con Nicola Fabbri su Skype, soprattutto verso sera, quando gli occhietti si fanno stanchi e la mente è sgombera dai problemi risolti in giornata. Fa bene perchè si entra in una dimensione del pensiero che ti porta a guardare cos’hai davvero davanti.

Se poi tutto questo lo si sposta in un’altra stanza dove Alex ti aspetta con la birra in mano pronto a fare super-brainstorming sui perchè e i percome delle cose, ci si trova a ragionare davvero sul percorso professionale che stiamo facendo.

Certo il titolo è tutto un programma: che relazione può esistere tra una rete sociale e la propria identità espressiva? Esistono vasi comunicanti? Esistono “stanze di compensazione”?

Innanzitutto dobbiamo intenderci sul termine “identità espressiva”. Tutti noi abbiamo una identità e la esprimiamo attraverso gesti, parole, comportamenti, atti pubblici, forme di comunicazione artistiche e via dicendo. Ognuno d noi ha un “carattere” un mood, un modo di essere e di identificarsi con gli altri. Questa identità espressiva è il nostro io pubblico, quello che appare agli altri di noi, perché lo abbiamo espresso, lo abbiamo palesato agli altri. L’identità espressiva ci diversifica, ci differenzia dagli altri individui e questa differenza può avere un valore.

Le relazioni che esistono perciò tra rete sociale o social network e identità espressiva sono enormi e strettissime. Pochi immaginano che tra pochi anni, le assunzioni per un posto di lavoro verranno fatte quasi e solo esclusivamente attraverso le reti sociali analizzando l’identità espressiva del candidato. Pochi immaginano che anche le relazioni commerciali non saranno più basate solo su fredde richieste di offerte e preventivi, ordini, pagamenti e spedizioni ma avranno una fortissima componente relazionale che a sua volta si basa su “meccaniche” espressive che formano l’identità degli individui che si relazionano tra di loro.

LinkedIn è un esempio forse ancora embrionale di questo aspetto. Il tuo profilo su Linkedin, tanto interessante, variegato e completo quanto vuoi, non avrà nessun appeal se non accompagnato da una vera e propria presenza online che si articola in modo più o meno complesso e che definisce l’identità espressiva di una persona. E’ proprio come sta e sei sul web, che rende vincente o perdente il tuo curriculum online.

Aggiungiamo un elemento fondamentale a questo binomio rete sociale e identità espressiva: la memoria. Già! Proprio quella. La “rete” è diventata la nostra memoria storica. La “rete” registra tutto quello che facciamo, come ci comportiamo, cosa diciamo, come lo diciamo, a chi lo diciamo e ricorda ogni cosa. Dobbiamo essere pronti a comprendere che se da una parte riservatezza e privacy sono concetti importanti della nostra vita di tutti i giorni, dall’altra, sono elementi che possono avere davvero poco senso se, ovviamente coscienziosamente, diamo valore, peso e giudizio alla nostra identità espressiva. O sei pubblico o non lo sei, non esiste esserlo solo un pochetto.

Il social networking impone una capacità di autocoscienza non comune. E l’autocoscienza impone pensiero, anche dubitativo, a cui non siamo abituati. E’ curioso notare che il percorso di avvicinamento ad un social network fatto con consapevolezza e coscienza, impone l’uscita da quelle che io ho sempre definito gabbie mentali dorate sì ma prive di identità espressiva.

Ma allora la domanda che sorge spontanea è: ma chi non sarà presente su un social network, sarà inesistente? Underground? La risposta è sì. In futuro sarà così. Quando sarà questo futuro lo ignoro ma i segnali sono evidenti. E’ però vero che dipende anche dalle scelte. Se la scelta è consapevole e voluta, anche stare fuori può avere un significato. Ma queste sono scelte estreme, più ascrivibili ad un artista genio o a un pensatore dedito all’ascetismo in chiave moderna. Per gli altri sarà un po’ come abitare “da qualche parte” senza fissa dimora, senza un numero civico, una via o un telefono dove essere rintracciabili, certamente molto romantico ma finisce lì.

Ai miei clienti faccio fatica a spiegare tutto questo. E’ un salto culturale e mentale non facile. Lavorare sulla propria identità è come lavorare sul brand della propria impresa, non ci sono enormi differenze. Ma è anche vero che il concetto di branding è quanto di mai lontano ci sia nel mondo delle imprese soprattutto italiane manufatturiere.

Alex, a te la palla! :-)

Dopo l’articolo sui Crukken, non mi veniva un titolo più simpatico. Tutto sommato gli italiani all’estero non hanno vezzeggiativi o si parla di loro molto male oppure molto bene. La via di mezzo non c’è.

Gli italiani non sono definibili, quasi non esistono. Sembrano nuvole intangibili ma quando c’è da tirare davvero fuori gli attributi son dolori per tutti. E’ stranissima questa cosa. Gli italiani si insultano, si disprezzano si massacrano, si odiano tra di loro. Napoletano contro Piemontese come vuole la storia dell’Italia degli ultimi 150 anni. Prova però a New York a dare del mafioso ad un piemontese mentre un napoletano ti ascolta e quest’ultimo ti salta alla gola come minimo. Io ho fatto questa epserienza anni fa a Francoforte: due italiani, uno di Verona e uno di Salerno, due studenti, se ne dicevano di tutti i colori. Stranamente il veronese era quello più rumoroso e furioso e dava parecchio fastidio a tutti i presenti nel locale. Uno degli spettatori, se così possiamo chiamarlo, infastidito dalle urla dell’italiano veronese, in italiano maccheronico con accento crucco ha indicato al veronese di stare seduto e gli ha appioppato l’insulto classico: mafioso mangiapizza. Il napoletano sentendo l’epiteto ha cambiato direzione: il nemico non era più il veronese ma il tedesco in fondo al locale che si era permesso di insultare il suo nemico-amico concittadino.

Non vi dico cosa è successo dopo se non che sono stato coinvolto mio malgrado in una rissa. Io, il veronese e il napoletano contro tre tedeschi. Uno di questi credo abbia ancora il setto nasale deviato. Un boccale di birra da un litro in faccia fa un certo effetto soprattutto se lo mandi in frantumi all’impatto. La mia parte italiana in quel momento si è attivata e non ci ho visto più.

Il resto è scritto in un rapporto della polizia locale. Ma il complimento del mio nuovo amico, napoletano, mentre teneva su il veronese mi ha fatto ridere: “Guagliò! Tu picchi più di Patrizio Oliva (famosissimo pugile italiano, forse tra i più grandi). Oggi, Salvatore e io siamo grandi e antichi amici. Mi deve un paio di occhiali ancora oggi ma fa lo stesso.

Ecco, la sensazione che hai, alla fine, è che in Italia sei a casa ovunque. E’ così diversa, così specifica nei suoi mille colori, nelle sue mille sfumature, nelle sue incredibili differenze culturali, dialettali e storiche, da essere anche così incredibilmente Italia. Secondo me non esiste lingua al mondo che abbia i vocaboli per spiegare questo paradosso.

A differnza del tedesco, l’Italiano è confusionario a caciarone ma solo in apparenza. L’Italiano urla, spintona è maleducato. Ma è apparenza. Nel suo intimo è tutto l’opposto e quando vede gli amici crucchi in ordine, in fila come soldatini, silenziosi e ben educati prova un moto di invidia perchè lui vorrebbe essere così. Quando poi entri nella sfera personale, allora preparati ad un caleidoscopio di emozioni che quasi ti frastorna perchè diventi parte della sua vita, come fossi un comò o uno scranno padronale di casa sua. E’cosi forte questa cosa da trascendere quasi nell’invadenza, ma non lo è, è affetto puro.

Due amici tedeschi non si direbbero mai “ti voglio bene”. Come glielo dici? “Ich liebe Dich”. Uhm …. E’ come dire “Ti amo”. Ok! Bello sì ma potrebbe essere frainteso. E poi a pronunciarlo sembra di fare i gargarismi. E quindi? Niente! Si picchiano sulle spalle con delle pacche animalesche e si ubriacano insieme cantando “Monti và a cagare” (questa l’ho inventata). In Italiano invece lo puoi dire eccome. Due amici si vogliono bene. Se lo dici in tedesco, lo stesso concetto, devi violentare il Brockhaus (la loro famosa enciclopedia) e riesumare Goehte per fargli inventare un ghirigori di parole che non stanno in un quaderno.

E poi, quella faccia dell’italiano più italiano di tutti, davanti al suo enorme piatto di spaghetti: Alberto Sordi. Lì ti accorgi cosa significhi essere italiano. E’ un amore violento, viscerale, anche incosciente e dannatamente creativo. Anche i cinesi hanno gli spaghetti, i famosi nudles, sì ma vuoi mettere? E non è una questione di qualità o gusto del cibo ma di quella faccia, piena d’amore, di escatologico destino che fa di un italiano un individuo unico e irripetibile.

Io sono orgoglioso di essere tedesco, ma posso esserlo perchè metà di me è italiana. Questo legame profondo che unisce questi due popoli, dai Goti e Visigoti di Alarico e i Romani, da Federico II di Svevia a Carlo Magno su fino ai giorni nostri è la vera ossatura culturale dell’Europa. Non c’è niente da fare. Perciò, essere italiano è una responsabilità ma non un fardello. Molti italiani questo lo hanno dimenticato ed è un grave peccato.

 

18 10 2012

Crukken

Lo so, non ci potete credere! Nemmeno io. Mi sto scompisciando dalle risate. Che c’entra un articolo intitolato Crukken? Niente. E’ uno scherzo. Eppure crukken lo sono davvero, per metà. Essere crukken non significa essere tedeschi ma essere tedeschi. Eh? Boh, sarà il lambrusco o quel disgraziato di Michele Mazzone che mi lancia le idee balorde.

Certo che i tedeschi  hanno una nomea … Ok, gente laboriosa, unita, precisa, metodica però delle volte quando li ascolti ti cadono le “zippole”. Avanti coi carri sempre e ovunque, senza se e senza ma. Beh, i crukki non sono così. E’ un luogo comune. Spesso sono disordinati, casinisti, caciaroni e sempre molto festaioli. Oh! l’Oktoberfest è pur sempre la più grande festa del mondo, dove scorrono fiumi di birra e la gente a furia di bere si piscia sulle scarpe. Non è molto understatement se devo dire la verità.

E’ vero, alle 20,00 si chiude e si va a nanna. Per forza, se ti alzi alle 4,00 del mattino per andare a lavorare, se alle 7,00 sei già al secondo caffè non è che hai da fare mezzanotte. Così finisci per cenare, da bravo Crukken, alle 18,30, massimo alle 19,00 se hai sangue latino e poi borbottando ti ritiri in buon ordine, se non ti sei scolato una birretta con lo Schnaps, sotto il tuo caldo piumone. Le tapparelle tanto non ti servono, d’inverno vai a letto col buio e la mattina ti alzi col buio.

Un italiano si sparerebbe in testa. Eppure di italiani crukkizzati ce ne sono un sacco. Sono meno i crukken italianizzati, io son uno di quelli ma il conflitto interiore c’è tutto. Succede così che tu sei lì che alle 21,30 giri per le strade della città dove abiti come un mastino incazzato in cerca di una birreria aperta perchè di andare a dormire come i crukken non se ne parla.

La birreria la trovi. Una bella Kneipe di quelle che quando entri ti sembra di essere teletrasportato in un bar a Napoli. Casino orrendo, fumo, qualche ubriaco, musica a palla, slot machines che urlano che non hai vinto un cazzo e tavoli pieni imballati di gente che ride, scherza e gioca a carte. Magari si avvicina una bella ragazzotta ammiccante con un bicchiere di pelle e dei dadi e ti invita a “gakkeln”. Ma… E’ questa la Germania dei crukken? O quella degli uffici delle anagrafi tutti lindi, silenziosi, coi tappeti o la moquette dove entri in punta di piedi e chiedi il permesso? Come è possibile una tale trasformazione?

I crukken son così, un po’ avari nel dare confidenza e dimostrare gioia dalle 4 del mattino alle 4 del pomeriggio, concentrati sul lavoro, fermi, irremovibili e poi dopo le 20,00 si scatenano. A me piacciono i crukken della mezzanotte quando messa da parte la bottiglia, iniziano a parlare di filosofia o di musica, gli argomenti preferiti delle kneipen. Ho imparato più in quei momenti, dopo la mezzanotte che in 20 anni di lavoro. Lì non esistono più barriere, non sei crukken, non sei italiener o Pizza-Torte, non sei un povero uomo Feta, sei semplicemente tu, qualsiasi lingua parli. Se poi parli tedesco si apre un portone e non ti lasciano più andare, sei crukken anche tu.

Quello che davvero unisce questo strano e incredibile popolo è proprio la coscienza di esserlo. Non sono tedeschi, o germanici o federali o europei o qualsiasi altra cosa possa venirvi in mente, loro sono Deutscher. Quando un tedesco dice di essere un Deutscher non ha valore nazionalistico, a lui dei confini non gliene è mai fregato nulla. Esistono Deutscher in USA, in Argentina, in Romania, in Russia, in Ucraina, in Polonia, in Danimarca ma sono Deutscher ovunque e come tali li riconosci. Hanno uno spirito quasi tribale, di entità condivisa, di unione che pochi popoli al mondo hanno. E’ la loro vera forza.

Ecco cosa significa essere crukken.

Si torna dalle vacanze, ancora qualche giorno e poi di nuovo al lavoro, per chi può. La situazione generale non permette di essere ottimisti purtroppo.

Come ritorno alla vita normale vorrei fare delle libere considerazioni sullo stato dell’arte del “Pianeta Italia”. Il caldo di agosto ha fatto passare sotto silenzio alcune uscite dei nostri ministri che in tempi normali avrebbero avuto ben altra visibilità.

Possiamo dire, oggi, con certezza assoluta, che questo governo è in realtà un vero e proprio commissariamento dell’Italia. La situazione italiana l’anno scorso di questi tempi era probabilmente ben peggiore di quella che gli organi di informazione ci avevano prospettato. Altrimenti, vi siete chiesti com’è che un uomo volitivo e orgoglioso come Silvio Berlusconi, “per dover di Patria” abbia lasciato il timone e il passo ad un governo tecnico sorretto in Parlamento da una vera e propria coabitazione forzata dei due maggiori partiti italiani?

Non lo si è voluto dire, ma i dati di fatto sono inequivocabili. Le parole di Monti al meeting di CL poi, sono la testimonianza vera di ciò che è successo. “Siamo quasi fuori dalla crisi ma una generazione sta pagando un prezzo troppo alto” (la nostra generazione, quella dei 30-40 enni).

Di Monti si è detto tutto e il contrario di tutto. Membro della Trilaterale, uomo dei poteri forti, esponente della finanza mondiale che conta, liberista sfrontato, il vero attuatore delle idee di Licio Gelli. Chi più ne ha più ne metta. Forse qualcosa di vero ci sarà ma la verità è quella che appare dai fatti ed è lì davanti ai nostri occhi. Monti è un commissario nominato dalla BCE per evitare il tracollo del 3° Paese più importante della UE.

Monti al meeting di CL continua con altre rivelazioni interessanti: “La colpa di questo disastro è da imputare a coloro che negli anni ’70 e ’80 con deficit del 12-13% annui hanno amministrato in modo criminale il denaro pubblico e hanno continuato a produrre deficit come niente fosse, con totale disinteresse e sprezzo per le generazioni successive.

Ignobile incoscienza di tutti coloro che oggi vivono sulle spalle di una generazione che non avrà futuro. Monti continua: “Non si può parlare ancora di crescita, è troppo presto. Ci vorranno anni e le riforme cominciano a dare risultati dopo diversi anni. Ci sarà ancora da soffrire per diverso tempo”.

Quanto tempo? Beh, se guardiamo alla Germania direi una decina d’anni. Ma noi possiamo permetterci dieci anni di declino, quando siamo già con la lingua a penzoloni? Chi può davvero permettersi di aspettare tutto questo tempo? Nel frattempo, le generazioni dopo di noi come staranno? Che futuro avranno?

Il problema pesante è che la marcia forzata di Monti alla messa in sicurezza dei conti pubblici, non si è agganciato un programma politico che preveda futuro e certezze. La grande anomalia italiana, non è quella indicata oggi sul Corriere della Sera e cioè che in Italia lavora una persona su tre (le statistiche non prevedono coloro che lavorano in nero) ma il fatto che ad un commissariamento del governo e della politica economica italiana non faccia seguito un vero e proprio ricambio generazionale della politica italiana.

Vi siete chiesti perché i partiti politici a parte i minori hanno accettato il commissariamento? Credete davvero che sia stato per l’amor patrio? Ma figuriamoci! Tutto ruota intorno alla gestione del consenso. Monti si prende la responsabilità pesante di affossare la ricchezza privata italiana a fronte di un riequilibrio dei conti pubblici accentrando su di sé l’ira e l’odio di tutti e i partiti politici possono riciclarsi e ripresentarsi lindi e puliti in nome dell’amor patrio che hanno dimostrato nel gestire la crisi.

Alle prossime elezioni troveremo le stesse facce di prima, gli stessi autori del disastro, quelli responsabili della morte civile di una intera generazione. Quelli che vivono grazie al nostro lavoro, alla nostra voglia di emergere, alla nostra fedeltà alla bandiera. Gli stessi partiti, le stesse persone oppure altri partiti ma stesse persone che da 30 anni appestano la nostra vita lasciandoci una fattura salatissima da pagare. Monti tra le righe lo ha detto quando ha fatto riferimento ai 30 anni vissuti incoscientemente. Se pensiamo da quanti anni certi personaggi sono lì  facciamo molto presto a capire. Fini e Casini sono lì da 30 anni o quasi.

Se poi ragioniamo prendendo solo il periodo dal 1994, con il processo di “Mani Pulite” e la balla della fine della 1a Repubblica …. Cosa è cambiato? E’ cambiato tantissimo per noi cittadini, non è cambiato nulla per la casta e le corporazioni. Noi siamo gli animali sacrificali, siamo la carne da macello, il danno collaterale, l’oro da regalare alla Patria per ila gloria altrui. Noi non possiamo fare nulla se non andarcene.

Ancora Monti, quando era ancora Commissario Europeo (guarda caso commissario, evidentemente è il giusto mestiere per lui) disse che si trattava di una vera e propria prevaricazione generazionale e che “Non i sindacati dovrebbero fare sciopero ma una intera generazione”, defraudata dei suoi diritti di immaginare un futuro, aggiungo io.

Eppure Monti è stato lo strumento del Diavolo. Ha salvato la casta, ha forse salvato i conti pubblici, ma a noi ha tolto ogni barlume di speranza. 10 anni in queste condizioni significa che chi ha 40 anni oggi, ne avrà 50 e il tempo gli sarà passato davanti senza che lui abbia avuto la possibilità di costruirsi una esistenza degna di questo nome, garantendo egli stesso una esistenza ai propri figli.

Abbiamo creato un Paese di poveri ancora più poveri di quanto siano poveri i poveri oggi. E il costo sarà pazzesco. Chi lo pagherà?

La ricchezza si crea sulla ricchezza e non sull’eventualità di un domani incerto. Persino gli americani lo capirono alla fine della 2a Guerra Mondiale con il Piano Marshall. E allora via con il Manifesto della Generazione Perduta!!! Che sia un primo passo vero una vera e propria presa di coscienza, un inizio di ribellione democratica, di identificazione e di propensione alla difesa del proprio diritto all’esistenza!

 

C’è crisi, dicono. Tutto è sotto una lente grigia che mostra una realtà fatta di tristezza, fallimento, angoscia, paura. L’Italia è in crisi, l’economia è in crisi, la globalizzazione è un massacro politico e sociale, i giovani non hanno lavoro, l’occupazione è in crisi, la politica è in crisi, Grillo è in crisi (mistica) …

C’è crisi. C’è così tanta crisi che te la mangi anche a colazione. Ti alzi con la crisi, ti lavi con la crisi, vai a lavorare (se sei fortunato) con la crisi e torni a casa (se non sei emiliano terremotato) con la crisi. Persino il terremoto è in crisi, talmente tanto che ai giornali non frega una cippa.

Tutto questo ci porta in un loop psicotico che ci distrugge. Diventiamo infelici e nel nostro stato di crisi identitaria e di infelicità non riusciamo più a vedere nulla. Niente futuro, niente visione, niente di niente. Il mondo si ferma davanti al nostro zerbino di casa perchè quello che vediamo fuori da lì ci schifa di più di quello che abbiamo in casa. Tutta colpa della crisi se le famiglie sono in crisi, gli ideali sono in crisi, i valori sono in crisi, la moglie è in crisi isterica continua e il frigorifero ti sbatte in faccia la realtà, il tuo portafogli è in crisi e non puoi più riempire il frigo.

E in questo loop distruttivo i media ci sguazzano. Ogni 10 minuti senti parlare dello spread che sale e della borsa che scende, del debito pubblico che sale e del PIL che scende, del deficit che sale e dei posti di lavoro che scendono. Sembra di stare sulle montagne russe e la destinazione finale è l’inferno.

Siamo così in crisi che siamo davvero in crisi. Non reagiamo più. Si dice che il 35% degli italiani, allo stato attuale, non andrebbero a votare. Che voti? Sei in crisi e non sai a che santo votarti. Sono in crisi pure i santi, tant’è vero che si pensa di accorpare le feste patronali alle domeniche, per far alzare il PIL. Il Papa, in crisi pure lui, regala di tasca sua 500 mila euro ai terremotati ma fa portare via gli oggetti di valore dalle chiese devastate dal terremoto, le casse dello IOR sono in crisi.

A me francamente, sta crisi ma un po’ sfrancicato la “sacca maronale”. Scusate il lessico un po’ raffinato. Ma non ne posso più! Voglio ribellarmi alla crisi. Io non sono in crisi ma sono in uno stato che se Bersani potesse parlare, direbbe di non contentezza. Ecco, non sono contento. Non sono ancora arrivato alla tracimazione ma manca poco. Dopo la non contentezza arriva lo scoppio e da lì in poi sarà un ritorno alla felicità.

Sembra che il mondo si sia fermato. Tutto ruota intorno all’economia e l’economia è in crisi. Ma è un controsenso! L’economia di chi? L’economia non potrà mai essere in crisi, al massimo possono essere in crisi alcuni modelli economici. Eh ma cambia parecchio la questione!

Ieri, ho discusso un po’ animatamente con Marco Poggi, persona che stimo moltissimo, sulla questione della crisi Europea. Il loop negativo nel quale stiamo cadendo ci sta portando a credere che il nemico, il colpevole sia fuori dai nostri schemi. Il concetto che passa è “è colpa dell’altro se io sto male” e non ci si preoccupa nemmeno di capire i perchè dell’altro. Manca completamente l’analisi identitaria e questa, nolenti o volenti parte dalla verità, dal cominciare a non raccontarsi le bugie in tasca, dal prendere coscienza che i problemi nascono prima di tutto in casa nostra ed è in casa nostra che dobbiamo risolverli.

Il problema è che stiamo cercando di risolvere i nostri problemi con le stesse persone e gli stessi strumenti che questi problemi li ha creati. La cosa incredibile è che per giustificare il loro intervento salvifico, queste persone tendono ad ingigantire ancora di più i problemi. Non è un fenomeno locale, intendiamoci, è un fenomeno mondiale. Facendo un rapido calcolo di quanto fatturano i 10 maggiori istituti finanziari mondiali è facile capire che i problemi sono concatenati, cioè se un istituto finanziario ormai sovranazionale entra in crisi, si porta appresso tutto, economia reale, Stati sovrani, governi e interi modelli societari.

Siamo fermi in un vicolo che ci sembra cieco. Non riusciamo a vedere oltre il muro, oltre quella siepe di leopardiana memoria e per questo siamo convinti, fortissimamente convinti che le soluzioni alla crisi siano dentro alla crisi, dentro agli aspetti negativi di quei processi e modelli economici che in realtà sono forse arrivati al capolinea.

Eppure, l’economia insegna che questa essendo la manifestazione oggettiva dell’ingegno umano può benissimo trascendere dai modelli economici e andare avanti. Il mondo in realtà non si è mai fermato, semplicemente si è evoluto. L’economia reale è ben altra cosa rispetto ai modelli economici finanziari usciti dalle banche d’affari. In fin dei conti, tutto ruota intorno alle banche e ai sistemi monetari ed è proprio qui che si giocano le guerre mondiali moderne.

Noi siamo tutti dentro ad una enorme guerra mondiale, solo che a differenza da quelle che ci hanno preceduto, non sentiamo esplodere le bombe, fischiare i proiettili e non contiamo morti a decine di migliaia per un giorno di battaglia. Eppure di morti ce ne sono e sono morti diversi, sono morti dentro, sono uccisi nella crisi, portati alla crisi interna che è peggio della morte fisica. Lo spirito di libertà del pensiero è stato piegato alla volontà di chi gestisce la crisi per tutelare i propri interessi. Così si pagano fiori di tecnici, di esperti economici, di scienziati del denaro, per farci spiegare come uscire dalla crisi e conseguentemente rientrare in un’altra. Paghiamo un medico specialista per farci dire quello che il nostro medico di famiglia già ci aveva detto e cioè che siamo malati.

L’Italia più di tutti soffre questa malattia che porta alla paralisi mentale. Soffre per via dei propri legacci culturali che la lega al pensiero cattolico della sofferenza terrena che laverà via ogni dolore nel momento del trapasso. Ok soffrire, ma chi ha detto che si debba soffrire tutta la vita? Si può e si DEVE essere anche felici. La ricerca della felicità DEVE essere un diritto inalienabile esattamente come lo stato di felicità personale, ovviamente senza ledere i diritti altrui. L’atteggiamento fatalista porta così alla non reazione, all’accettazione di tutto ciò che viene imposto perchè qualcuno là in alto ha deciso così. Il libero arbitrio è la negazione della crisi!

Scusate ancora l’espressione poco ortodossa, ma vaffanciuffolo alla crisi! Io non sono in crisi! E protesto! Critico! Osservo e giudico! E tra poco me ne vado in vacanza! Ricordiamoci che il mondo non si ferma!


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